martedì 24 luglio 2012

Diceria dell'Untore - Gesualdo Bufalino




(1981)

Angelo diceva che la morte è un paravento di fumo tra i vivi e gli altri. 
Basta affondarci la mano per passare dall'altra parte e trovare le solidali dita di chi ci ama.
Purché si lascino péste, uste, minuzie che conservano il nostro odore. Fu forse questo pensiero che lo spinse ad affidare a una suora una filza di lettere con date fittizie, da spedire una alla volta due volte l'anno. In esse narrava il romanzo futuro di sé, vantava paternità, impieghi, successi; annunziava indisposizioni da nulla che nella puntata dopo erano già guarite e remote. 
Sua madre - ci spiegava - sarebbe vissuta più a lungo, aspettando a ogni scadenza il posticcio messaggio in cui si prolungava indefinitamente l'eco della cara voce scomparsa. Sarebbe stato per lei come avere un figlio oltremare, a San Paolo, a Little Italy. Lei morì subito dopo di lui, tuttavia, e suor Tarcisia, se non l'ha saputo, continua certo ancora oggi a impostare queste inferie di un morto ad una morta, che nessun postino potrà mai restituire al mittente (ma fra noi vivi che ci scriviamo, le parole servono forse di più? Ed è poi sicuro che sia suono la vita e silenzio la morte, e non invece il contrario?).


Dalla prefazione di Leonardo Sciascia:
"Nel 1946, in un sanatorio della Conca d'Oro - castello d'Atlante e campo di sterminio - alcuni singolari personaggi, reduci dalla guerra, e presumibilmente inguaribili, duellano debolmente con se stessi e con gli altri, in attesa della morte".
Gesualdo Bufalino conservò questo romanzo in un cassetto, fino al 1981, quando, ormai sessantunenne, si convinse a pubblicarlo, vincendo il  Premio Campiello.
Ogni volta che leggo qualcosa di suo, rivivo le sensazioni di un ormai lontano viaggio nella Sicilia barocca:  Noto, Siracusa, Ragusa... qualcosa di prezioso, antico, forse decadente, ma ricchissimo testimone di profonda civiltà e immensa cultura.

24 commenti:

  1. Entrare in questo libro significa lasciare il mondo nostro abituale per finire in un piccolo cosmo parallelo, abitato da uomini donne e bambini, ai quali succedono esattamente le stesse cose che altrove. Ma nel sanatorio la prospettiva è diversa, essendo tutti consapevoli del proprio destino. Le azioni, i pensieri sono momentanei, estremamente sinceri e scavati nel più profondo dell'animo: senza futuro, e destinati a dissolversi, lentamente, uno alla volta.

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  2. Non l'ho letto. Ma quel bellissimo brano iniziale, anzi, la sola idea delle lettere predisposte per tranquillizzare la madre, mi spingono a cercarlo, a leggermelo, perchè so già che troverò qualcosa di diverso e di speciale.

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  3. Questo è un capolavoro, secondo me. Bufalino narra piccole storie di esseri umani, confinati in un sanatorio siciliano per la tubercolosi contratta in tempo di guerra e che li porterà quasi tutti ad una morte attesa con dolore e rassegnazione. Uno strascico aberrante di una guerra già di suo infame, come tutte le guerre. Gli ammalati stessi si interrogano, ognuno a modo proprio, del perché essere sopravvissuti ai combattimenti, alle bombe, per poi spegnersi di malattia. Un immenso manifesto contro tutte le guerre, sulle quali sono stati scritti milioni di libri. Su questo aspetto, solo Diceria dell'untore.

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  4. Giuseppe T.24/07/12, 19:12

    Uno dei libri più suggestivi che abbia mai letto. Mi folgorò da ragazzo, e l'anno dopo presi il treno e andai a trovare il prof. Bufalino a Comiso, previa semplice telefonata. Avevo 18 anni. Fui ricevuto da una perpetua e trattato da Don Gesualdo con una gentilezza d'altri tempi, tutta siciliana: granita, fetta di torta e chiacchierata di quasi due ore. Indimenticabile.

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    1. sei stato fortunato! Amo tantissimo questo libro, per le sue piccole storie di persone sopravvissute alla guerra solo per morirne degli strascichi.

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  5. Ho sempre fatto una distinzione tra libri seri e libri di svago, perché sono tutti necessari. Questo, con pochissimi altri, è un libro serio. Lo capiamo fin dalle prime righe che leggeremo qualcosa di speciale, perché l'autore ci trasporta di peso in una realtà parallela, animata di personaggi comuni e unici contemporaneamente, con le loro storie intimistiche e dolorose da raccontare. Ma non è un dolore che disturba, è il dolore che si condivide senza accorgersene, empaticamente. Subito, inoltre, si intuisce anche la qualità dell'autore, del suo stile accuratissimo, del suo non girare attorno alle cose, ma dell'andarci dentro, in profondità, e anche oltre. Imperdibile e indimenticabile.

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  6. A sconvolgere il lettore è questo mondo di mezzo, nel quale i protagonisti sono già usciti dalla vita vera, ma non ancora entrati nel regno della morte. Si aggirano per le strade, nei luoghi un tempo familiari, ormai estranei ai loro stessi parenti e ai vecchi amici, come se si fossero spostati in una sorta di astanteria-rifugio, sia disprezzata che rassicurante. Spesso Bufalino fa riferimento al sole accecante, che gli ammalati evitano cercando sollievo nell'ombra, quell'ombra che si spartisce solo tra adeguati compagni di viaggio, come fosse un acconto, un anticipo del destino inevitabile, una meta. E chi, fortunato, ne sfugge, rimarrà segnato da questa esperienza, portandone le cicatrici nell'anima per sempre.

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    1. Questo sentirsi fuori posto nella vita comune è ben disegnato in questo brano:
      "...Appoggiandomi con i due gomiti sull'inferriata del mio sequestro, spenzolandomi a guardare giù in basso il brulichìo, l'argento vivo, la ringhiosa e innamorante canea della vita. Allegrie, fasti, gonfaloni, lacrime, infamie, e le impunità insperate, le pene spropositate, tutte le guerre e i processi di dolore contro dolore.... Metafore, forse..."

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  7. La morte che incombe ,all'interno di un sistema ,che tuttavia realizza la vita con la presenza di sentimenti veri(amore, invidie, gelosie)quasi un Mondo parallelo e dove chi soppravivverà, ne portarà il peso con ferite interiori
    E' lui l'unico tra i tanti compagni a sopravvivere,l'unico a salvarsi ed a tradire "quel silenzioso patto" di non sopravvivere l'uno all'altro."
    Un insieme di personaggi preparati alla morte ma ricchi di ogni sorta di sentimenti vitali, praticamente un inno alla vita ,dove il binomio amore e morte la fa da padrona in una ambientazione suggestiva come la Sicilia .Da leggere perchè apre le porte alla comprensione sul significato profondo della morte ma anche del senso della vita

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  8. Questo libro è un capolavoro, pieno di umanità e di poesia, di eleganza e di compartecipazione, qualità che ci conquistano da subito nonostante l'argomento rassegnatamente triste.

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  9. C'è un video bellissimo su Youtube, che propone il brano che hai inserito all'inizio. Questa storia delle lettere preparate per rassicurare la madre mi ha colpito profondamente, non mi era mai capitato di leggere qualcosa di simile.

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  10. aggiungo questa poesia, per completare l'immagine di Bufalino. Ringrazio Titti De Luca.

    A CHI LO SA – GESUALDO BUFALINO

    S’io sapessi cantare
    come il sole di giugno nel ventre della spiga,
    l’obliquo invincibile sole;
    s’io sapessi gridare
    gridare gridare gridare come il mare
    quando s’impenna nel ludibrio d’aquilone;
    s’io sapessi, s’io potessi
    usurpare il linguaggio della pioggia
    che insegna all’erba crudeli dolcezze…
    oh allora ogni mattino,
    e non con questa roca voce d’uomo,
    vorrei dirti che t’amo
    e sui muri del mio cieco cammino
    scrivere la letizia del tuo nome,
    le tre sillabe sante e misteriose,
    il mio sigillo di nuova speranza,
    il mio pane, il mio vino,
    il mio viatico buono.

    Gesualdo Bufalino

    da “Gesualdo Bufalino, L’amaro miele”, Einaudi Editore, 1982

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    1. Nel guscio dei tuoi occhi
      sverna una stella dura, una gemma eterna.

      Ma la tua voce è un mare che si calma
      a una foce di antiche conchiglie,
      dove s’infiorano mani, e la palma
      nel cielo si meraviglia.

      Sei anche un’erba, un’arancia, una nuvola…
      T’amo come un paese.

      Gesualdo Bufalino

      da “Gesualdo Bufalino, L’amaro miele”, Einaudi Editore, 1982

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  11. Pro memoria – Gesualdo Bufalino (grazie a tittideluca)


    E non vedrò piú nessuno,
    ho i pugni pieni di peste.
    Addio, bivacchi di festa
    accesi sotto la luna;

    addio, inabili labbra
    sorprese un’alba nel vento,
    grandi segreti da niente
    sepolti dentro la sabbia,

    pupille risa disprezzi
    scambiati da infame a infame,
    giochi di m’ama non m’ama,
    miei cuori, mia giovinezza!

    Resta di tanta vacanza
    solo una pozza di sole
    scordata sulle lenzuola
    della mia ultima stanza;

    e questa rosa che il gelo
    del davanzale consuma,
    e se ne perde il profumo
    verso un inutile cielo.

    Gesualdo Bufalino

    da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, L’amaro miele”, Einaudi Editore, 1982

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  12. Anniversario – Gesualdo Bufalino
    (tittideluca)

    La festa abbaglia ancora i tuoi balconi
    e il mare, sale una rosa di luce
    antica sul tuo viso, ogni bengala
    nel giro negro e veloce degli occhi
    ti si ripete, e la musica fiera
    degli spari: chissà se tu ripensi
    il tuo cuore d’altranno, e le parole
    che ci gridammo d’amore, sospesi
    sui colori violenti della folla,
    chissà se tu rammenti la mia voce.

    Gesualdo Bufalino

    da “L’amaro miele”, in “Gesualdo Bufalino, Opere 1981 – 1988″, Bompiani, 2006

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  13. Come sempre, grazie a Titti

    VERSI LASCIATI SOPRA IL CUSCINO - GESUALDO BUFALINO
    di tittideluca


    Ecco declina già l’anno di nuovo,
    ma l’ombra dietro i vetri che si spia
    ancora sazi, ancora ingordi ci ritrova
    del suo cibo di mala follia.

    Diluvi corrono come coltelli
    per ogni viottolo del sangue triste:
    ah brama buia, perduti duelli,
    tentazione di non esistere!

    Possederti mi è dunque terrore,
    e quando madida e dolce sul fianco
    piangendo mi manchi, nel cuore
    un vento ascolto battere stanco.

    Coi capelli avvinti e le bocche funeste
    come non serve contro la sorte
    ogni sera cercare questa celeste
    catastrofe che simula la morte.

    Come non serve affondare la faccia
    sul tuo petto di diafana pietra,
    ora che già il predone fiutò la nostra traccia
    e i suoi cani ci latrano dietro.

    Gesualdo Bufalino

    da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere. Vol. I (1981, 1988)”, Bompiani , 2006

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  14. A media luz – Gesualdo Bufalino

    Non è che festa di ventagli e tanghi
    sulla rotonda dove langue il cielo.

    Nacchere pigre, perfido metronomo
    che assilla un poco il sangue e un po’ l’assonna.

    Come ci brucia in quest’ora le labbra
    l’amaro miele della giovinezza;

    e come affonda in un livore d’acque
    la minuscola stella che ci piacque…

    Ma tu grandiosa ti levi e sorridi
    alle nere magnolie della notte.

    Volubili fiumane ti gremiscono
    le tempie e impugni una spada di luce.

    Un grido solo proclama il tuo nome.
    Amarti è come un’incoronazione.

    Gesualdo Bufalino

    da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere. Vol. I (1981, 1988)”, Bompiani , 2006

    (grazie a tittideluca)

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  15. Dedica, molti anni dopo – Gesualdo Bufalino
    (altra meraviglia di tittideluca

    Queste parole di un uomo dal cuore debole,
    sorta di macchine o giochi per soffrire di meno,
    ad altri uomini dal cuore debole:
    coscritti balbuzienti, spretati dagli occhi miopi,
    guitti fischiati, collegiali alla gogna,
    re in esilio invecchiati a un tavolo di caffè,
    che un giorno finalmente un sicario pietoso
    aiuta dietro un muro, con un coltello…
    Queste parole di un moribondo di provincia
    a chiunque abbia scelto di somigliargli,
    col viso contro i vetri, fisso a guardare nell’orto
    un albero di ciliegio teatralmente morire…
    Queste parole scritte senza crederci,
    e tuttavia piangendo,
    a un me stesso bambino che uccisi o che s’uccise,
    ma che talora, una due volte l’anno,
    non so come fiocamente rinasce
    e torna a recitarsele da solo…
    Per poco ancora, per qualche giorno ancora:
    finché giunga l’inverno nel suo mantello d’ussaro
    e il fuoco le consumi e le consegni alla notte.

    Gesualdo Bufalino

    da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1982

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  16. L'amore fra noi lo inventammo come in una prigione due detenuti inventano un telegrafo di segni mediante batti menti sul muro, strofette canticchiate da una finestra all'altra, messaggi sibillini scritti su rotolini di carta ... Così cercammo, così trovammo l'alfabeto e la grammatica d'una lingua che non c'era."
    (Gesualdo Bufalino - Il Malpensante)

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  17. GESUALDO BUFALINO - BRINDISI AL FARO

    Prima di te
    era un luogo di gogna la mia vita,
    fra mura di ferro feroce;
    era teatro d’un maniaco dramma
    che declamavo dinanzi a nessuno:
    io ripeteva a perdifiato un’eco,
    io era scritto su tutti gli specchi,
    io, pronome di luce e di sozzura,
    orbita avara che in sé si consuma,
    libertà aguzzina di se stessa.

    Ora è una strada per cadere insieme,
    un fiume nero, ma so dove va.

    (da L’amaro miele, Einaudi, 1982)

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  18. Risarcimento – Gesualdo Bufalino
    di tittideluca

    La vita non sempre fa male,
    può stracciarti le vele, rubarti il timone,
    ammazzarti i compagni a uno a uno,
    giocare ai quattro venti con la tua zattera,
    salarti, seccarti il cuore
    come la magra galletta che ti rimane,
    per regalarti nell'ora
    dell’ultimo naufragio
    sulle tue vergogne di vecchio
    i grandi occhi, il radioso
    innamorato stupore
    di Nausicaa.

    Gesualdo Bufalino

    da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1996

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  19. Si scrive per guarire se stessi,
    per sfogarsi, per lavarsi il cuore.
    Si scrive per dialogare anche
    con un lettore sconosciuto.
    Ritengo che nessuno senza memoria
    possa scrivere un libro,
    che l’uomo sia nessuno senza memoria.
    Io credo di essere un collezionista di ricordi,
    un seduttore di spettri.
    La realtà e la finzione sono due facce
    intercambiabili della vita e della letteratura.
    Ogni sguardo dello scrittore diventa
    visione, e viceversa:
    ogni visione diventa uno sguardo.
    In sostanza è la vita che si trasforma
    in sogno e il sogno che si trasforma in vita,
    così come avviene per la memoria.
    La realtà è così sfuggente ed effimera…
    Non esiste l’attimo in sé,
    ma esiste l’attimo nel momento in cui è già passato.
    Piuttosto che vagheggiare
    un futuro vaporoso ed elusivo,
    preferisco curvarmi sui fantasmi
    di ieri
    senza che però mi impediscano di vivere l’oggi
    nella sua pienezza
    (Gesualdo Bufalino)

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  20. Congedi – Gesualdo Bufalino
    (grazie alla splendida tittideluca)



    1.

    L’angelo cieco ha gridato
    sulla tua fronte acerba, si dibatte
    l’erba nel vento come un mare.

    O statura delusa, e la foglia
    guasta t’adorna, il tribolo confina
    col tuo capo murato.

    Inutile eri e stupenda,
    guardavi sulle selci rosse del greto
    forsennato il cavallo splendere.

    Ora non ho che la tua voce
    che folta trasogna e si dispera
    nel mio sonno, talvolta.

    2.

    Passerà sul tuo petto il ferro dei convogli,
    e uomini, cantando: è dolce
    questa fine d’annata che si spoglia
    adagio sulla tua bocca sepolta.

    Dolce è la pioggia, ma tu non la senti,
    tu piú non senti né pioggia né sole:
    come un giornale invecchi e inutilmente
    io vado fra me stesso di te dicendo parole.

    3.

    Venire nel tuo povero reame
    quest’inverno, senza rumore,
    sentendo d’un tratto nel cuore
    la morte come una fame.

    Fra i tanti occhi algidi e brulli
    trovare i tuoi che mi trovano,
    indovinare le tue labbra nuove
    sulle mie labbra di terra e di nulla.

    E insieme ancora aspettare laggiú,
    al traghetto d’un fiume bruno,
    come una volta nel quarantuno,
    chissà dove, chi lo sa piú.

    4.

    Oggi d’uccelli cosí spoglio il cielo
    parla soltanto con voce di vento,
    soffio randagio di foglie infelici,
    forestiero lamento che mi cerca.
    Sei tu? Non è già tardi per dischiudere
    come una volta il mio stipite freddo
    al tuo viso che adagio disimparo,
    dai grandi occhi di cieca, che precipita
    sempre piú giú, per una cruna grigia
    di caligine e sonno? Non rispondi,
    nemmeno sei quest’alito che torna
    a scompigliare inatteso lo sciame
    di percalli e di sciarpe; e si scancella
    l’alterigia soave del tuo sangue
    in un velario di ruggine, funebri
    esosi orpelli macchiano gli specchi.
    Cosí s’adempie il patto. Piú nessuno
    saprà di te ch’era la luna il lembo
    della tua veste verde e ne balzavi
    con la nuca di luce e il grembo tiepido
    rapita al grido dei binari. Io solo
    resto per poco al tuo nome d’allora.
    Tu dormi, fioca isola di carne,
    nella terra nemica e non rammenti.

    5.

    Una foglia fugace mi si posi sul volto,
    e io ripenso un giorno senza sole,
    e noi stanchi d’amarci e pieni di parole,
    come chi recita la prima volta.

    Andavamo nel vento allacciati e furenti
    fra due filari di scialbo mattino,
    odiandoci e piangendo come bambini.
    Volevamo morire, te ne rammenti?

    E ora dove sei, che ne è stato di noi,
    dei tuoi capelli lisci che il vento turbava?
    Io non so piú ritrovare la strada,
    dove tu sottoterra dolcemente t’annoi.

    6.

    Fra croce e croce di pietra nera
    un battito di rondine
    se s’adira fuggiasco fa bufera
    di cielo al buio che ti fascia gli occhi.
    Ne tremi, poi piú sordo
    odi crescere il rombo di frana
    sul tuo capo, e il ricordo come un mare.

    7.

    Fu una donna nel tempo sereno
    che mi venne con mani di demente,
    e mi perse la mente sul suo seno.

    Di roccia e d’aria passavano nuvole
    sul nostri corpi congiunti, dormivo
    nei suoi capelli chiusi
    come entro un inutile diluvio.

    Ancora le sue labbra ascolto,
    falce barbara e nuda;
    diaccio come uno scudo,
    il suo volto mi guarda.

    8.

    E da te m’accomiato,
    piccolo viso di donna, e la voce
    che sul mio cuore curvavi
    piú non udrò come un prato
    stormire, e la strada non ha
    che muri muri e logori asfodeli
    nel territorio dove non ti trovo.

    Ritorna a piovere sulle tue labbra,
    sulle tue povere ali recise,
    sulle domeniche verdi e perdute…
    Un elenco di numeri mi resta:
    21 luglio, 13 agosto,
    K. 304 ad occhi chiusi;
    e cartoline morte in un cassetto.

    Ah donna donna, dovunque tu sia,
    dalla tua stella d’eterno fumo,
    dimmi il tuo nome, sii di nuovo un nome,
    rovescia il senso della ruota, scavalca
    mille leghe di niente con un sorriso,
    ripassa il fiume, torna accanto a me,
    quando annotta ritrovami la mano…

    Gesualdo Bufalino

    da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, Opere. Vol. I (1981, 1988)”, Bompiani , 2006

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  21. Confidenza a un amico immaginario – Gesualdo Bufalino

    Innamorato d’una, innamorato
    per tutti i balli da maggio a settembre,
    per tutti i balli di lunga luna,
    col grammofono sghembo su due pietre,
    e una guancia bruna che s’accalda
    e si difende dietro la duna…

    Ce n’è voluto di favole e versi,
    e frodi di guerra malvagia!
    Andavano le amiche sottobraccio,
    serie e bambine sul filo di spiaggia:
    due cosí serie per una che rise,
    guastandosi una ciocca con le dita.

    Un nastro rosso caduto nel mare
    cerco e non trovo da quella volta,
    e una canzone che nessuno ascolta
    mi s’è messa nel capo a cantare,
    e sulla sabbia non scrivo che un volto:
    innamorato, dunque, innamorato…

    Gesualdo Bufalino

    da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1996

    GRAZIE a tittideluca

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