sabato 15 novembre 2014

Poesie sugli alberi - AA.VV

GLI ALBERI



oltre il cancello
un albero senza foglie
parla
io rispondo.

(Giorgia Satta)


Per una volta, non propongo un libro in particolare, ma un argomento: gli alberi. L'idea mi è venuta quando ho letto queste splendide righe della mia amica Giorgia, e improvvisamente mi sono ritornate alla mente alcune poesie, spesso dell'infanzia, mai dimenticate.
Quindi, vi invito: postate le vostre!



100 commenti:

  1. Ancora oggi, dopo 50 anni, mi sorprendo a recitare questa piccola poesia di Minou Drouet:

    Albero, amico mio,
    la musica degli uccellini non ti pesa
    ed il vento ti sfoglia
    con dita che non si vedono.
    Albero, sei come me,
    ascolti la voce del silenzio,
    agiti le foglie
    come mani che tremano nel vento.
    Albero, amico mio,
    tu guardi il cielo
    come io lo guardo
    e il sole danza tra i rami
    gioia degli uccellini.

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  2. E anche questa, della II elementare, che è addirittura di Leopardi:

    Lungi dal proprio ramo,
    Povera foglia frale,
    Dove vai tu? - Dal faggio
    Là dov'io nacqui, mi divise il vento.
    Esso, tornando, a volo
    Dal bosco alla campagna,
    Dalla valle mi porta alla montagna.
    Seco perpetuamente
    Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.
    Vo dove ogni altra cosa,
    Dove naturalmente
    Va la foglia di rosa,
    E la foglia d'alloro.

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  3. Questa me la ricordo con dispiacere. Nel mio libro di letture era illustrata.

    La quercia caduta di Giovanni Pascoli

    Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande
    morta, né più coi turbini tenzona.
    La gente dice: Or vedo:era pur grande!

    Pendono qua e là dalla corona
    i nidietti della primavera.
    Dice la gente: Or vedo:era pur buona!

    Ognuno loda, ognuno taglia. A sera
    ognuno col suo grave fascio va.
    Nell’aria, un pianto… d’una capinera

    che cerca il nido che non troverà.

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  4. lo so che è quasi banale, ma questo verde melograno mi perseguita fin da allora...

    Pianto antico, di Carducci




    L'albero a cui tendevi
    La pargoletta mano,
    Il verde melograno
    Da' bei vermigli fiori
    Nel muto orto solingo
    Rinverdì tutto or ora,
    E giugno lo ristora
    Di luce e di calor.
    Tu fior de la mia pianta
    Percossa e inaridita,
    Tu de l'inutil vita
    Estremo unico fior,
    Sei ne la terra fredda,
    Sei ne la terra negra;
    Né il sol più ti rallegra
    Né ti risveglia amor.

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  5. ... nella sua voce parlava un albero... come spesso succede, noi tutti restiamo avvinghiati alle poesie per una frase, un odore, un'immagine. La mia immagine viene da qui:


    LOS ÁRBOLES - EUGENIO MONTEJO
    Hablan poco los árboles, se sabe.
    Pasan la vida entera meditando
    y moviendo sus ramas.
    Basta mirarlos en otoño
    cuando se juntan en los parques:
    sólo conversan los más viejos,
    los que reparten las nubes y los pájaros,
    pero su voz se pierde entre las hojas
    y muy poco nos llega, casi nada.

    Es difícil llenar un breve libro
    con pensamientos de árboles.
    Todo en ellos es vago, fragmentario.
    Hoy, por ejemplo, al escuchar el grito
    de un tordo negro, ya en camino a casa,
    grito final de quien no aguarda otro verano,
    comprendí que en su voz hablaba un árbol,
    uno de tantos,
    pero no sé qué hacer con ese grito,
    no sé cómo anotarlo.

    (de Algunas palabras, 1976)


    GLI ALBERI - traduzione di Luca Rosi

    Parlano poco gli alberi, si sa.
    Passano tutta la vita meditando
    e muovendo i loro rami.
    Basta guardarli in autunno
    quando si riuniscono nei parchi:
    soltanto i più vecchi conversano,
    quelli che donano le nuvole e gli uccelli,
    ma la loro voce si perde tra le foglie
    e assai poco percepiamo, quasi niente.

    È difficile riempire un piccolo libro
    coi pensieri degli alberi.
    Tutto in essi è vago, frammentario.
    Oggi, ad esempio, mentre ascoltavo il grido
    di un tordo nero, di ritorno verso casa,
    grido ultimo di chi non attende un'altra estate,
    ho capito che nella sua voce parlava un albero,
    uno dei tanti,
    ma non so cosa fare di quel grido,
    non so come trascriverlo.

    (da Alcune parole, 1976)

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  6. TU NON SAI

    Tu non sai:
    ci sono betulle che di notte
    levano le loro radici,
    e tu non crederesti mai
    che di notte gli alberi
    camminano o diventano sogni.
    Pensa che in un albero c'è un
    violino d'amore.
    Pensa che un albero canta e ride.
    Pensa che un albero sta
    in un crepaccio e poi diventa vita.
    Te l'ho già detto: i poeti non si redimono,
    vanno lasciati volare tra gli alberi
    come usignoli pronti a morire.

    (Alda Merini)


    aggiungo questa, scritta da una poetessa che mi piace tanto.

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  7. Preferisco i libri, ma ho questa sotto mano che mi sembra adatta:

    Il PIOPPO (Ada Negri)

    Sotto la brina il pioppo è di cristallo:
    se lo tocchi l'infrangi; e piomba al suolo
    con tintinnio di frantumate lastre.
    Lo diresti un altissimo zampillo
    che un incanto invetrò; ma dentro è vivo,
    e lo strazia desìo di primavera.
    « Oh, mai più tornerà la primavera,
    pensa. - Mai più. Son vecchio.
    Non mi resta foglia sui rami,
    uccello che mi canti
    in vetta, linfa nelle vene, strido
    di cicala sul tronco. E ciascun giorno
    che passa, accresce il gelo; e già mi sento
    vicino a morte ».

    Ma un mattino, il sole
    rompe l'algore: scioglie in molle pianto
    sugli stecchiti rami il vel di ghiaccio:
    torna la linfa e il verde: giovinezza
    ritorna, e n'ha sì gran sorpresa il pioppo
    ch'ogni sua foglia, anche se tace il vento,
    trema di gioia: anche la notte, in sogno,
    trema di gioia in ogni foglia il pioppo.

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  8. direttamente da facebook:

    Ulivo
    Braccia nodose
    vestite di un sussurro verde argento
    accarezzano il cielo senza tempo.
    Lo stormire delle foglie
    racconta
    degli uomini
    della fatica, del lavoro
    mentre fili di perle ondeggiano al vento,
    ricca promessa di oro verde.

    All'ombra della casa
    siede la donna.
    Taglia il pane con gesto lento,
    versa un filo d'olio, un pò di sale
    e mangia
    guardando lontano,
    verso quel mare azzurro,
    che è solo una striscia di colore
    all'orizzonte.

    Anna Maria Folchini Stabile

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  9. In USA si studia questa:

    ALBERI - Joyce Kilmer
    (Trees and other Poems, 1914) trad. F.Arminio

    Credo che non vedrò mai
    una poesia adorabile quanto un albero.

    Un albero la cui bocca affamata sia puntata
    contro il seno dolce e crescente della terra;

    un albero che guardi a Dio tutto il giorno,
    ed elevi le sue braccia fogliari in preghiera;

    un albero che possa vestire in estate
    un nido di pettirossi fra i suoi capelli;

    sulla cui superficie la neve venga deposta;
    che respiri manifestamente insieme alla pioggia.

    Le poesie sono cucite dai pazzi come me,
    ma soltanto Dio può creare un albero.

    Trees - Joyce Kilmer

    I think that I shall never see
    A poem lovely as a tree.

    A tree whose hungry mouth is prest
    Against the sweet earth’s flowing breast;

    A tree that looks at God all day,
    And lifts her leafy arms to pray;

    A tree that may in summer wear
    A nest of robins in her hair;

    Upon whose bosom snow has lain;
    Who intimately lives with rain.

    Poems are made by fools like me,
    But only God can make a tree.

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  10. Torno bambino, eccola:

    ALBERI - DIEGO VALERI
    Sempre fermi, sempre ritti,
    sempre zitti,
    come impavidi soldati,
    stanno i buoni alberi, armati
    sol di foglie e fiori e frutti,
    di cui fanno dono a tutti.
    Tutto danno quel che hanno
    e per sé tengono solo
    un gorgheggio d’usignolo
    un fischietto di fringuello
    un sussurro di ruscello.

    Diego Valeri

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  11. Torno bambina anch'io:

    Il testamento dell’albero - TRILUSSA

    Un albero d’un bosco
    chiamò gli uccelli e fece testamento:
    “Lascio i miei fiori al mare,
    lascio le foglie al vento,
    i frutti al sole e poi
    tutti i semetti a voi,
    a voi, poveri uccelli,
    perché mi cantavate la canzone
    della bella stagione…
    E voglio che gli stecchi,
    quando saranno secchi,
    facciano il fuoco per i poverelli."

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  12. GLI ALBERI - Renzo Pezzani

    Dove sono gli alberi qui la vita trova
    cento beatitudini: fiori, frutti, ombre,
    profumi, canti, colori, ricchezze, salute...

    Sui pendii montani ove si torce, battuto
    dai venti e ferito dalle folgori, l'albero
    ghermisce con le radici la terra e l'aiuta
    dalle frane; rompe col tronco tenace il peso
    sdrucciolevole delle nevi ed evita le valanghe;
    contende le prode al ruinoso torrente; fiacca
    i venti, protegge dalle piogge improvvise e
    dal sole meridiano i pastori e i greggi.

    A valle, vive sui margini dei poderi e delle
    colture. Segue le strade; si sporge dal muro
    degli orti; stormisce lungo argini e canali; si
    lascia abbattere, spartire in ceppi e fascine,
    in tavole bianche che il falegname sega,
    incide, inchioda per la vita e per la morte.

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  13. Nel bosco - Lina Schwarz

    Nel bosco ogni vecchio gigante,
    sia abete, sia quercia, sia pino,
    ha intorno, ai suoi piedi, un giardino:
    di piccole piante.

    Son muschi, son felci, son fiori,
    e fragole rosse e lichene,
    cui l'albero antico vuol bene,
    suoi teneri amor.

    E mentre la fronda superba
    protende più in su verso i cieli,
    ei pensa a quegli umili steli
    nell'ombra, tra l'erbe.

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  14. Maria Elena16/11/14, 13:48

    Infanzia x infanzia...

    SALTA AGLI OCCHI

    Gli alberi
    Sono sciocchi.
    Salta agli occhi.
    Si spogliano in autunno,
    si rivestono a primavera.
    Tutt'al contrario, mi pare
    di quello
    che dovrebbero fare.
    Gli alberi,
    è evidente,
    non capiscono un bel niente.

    S. Bozzi

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  15. Maria Elena16/11/14, 13:51

    Infanzia, il ritorno: Albero secco

    Un albero secco
    fuori della mia finestra
    solitaria
    leva nel cielo freddo
    i suoi rami bruni.
    Il vento rabbioso la neve il gelo
    non possono ferirlo.
    Ogni giorno quell’albero
    mi dà pensieri di gioia:
    da quei rami secchi
    indovino il verde a venire.

    Wang Ya-Ping

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  16. se faggio fa rima con messaggio...

    Il maestoso faggio, di Maria Ivana Trevisani Bach

    Un fragore assordante stupra il silenzio del bosco.
    Stridono, vibrando, i denti della lama d'acciaio,
    e sbranano, ingordi, il tronco bagnato
    del maestoso, solenne
    ed altissimo Faggio.

    Scricchiolando, il fusto si inclina su un lato
    e, tentando un ultimo abbraccio,
    intreccia i suoi rami coi rami fratelli.

    Poi, s’abbatte di schianto,
    con immenso boato,
    facendo tremare la terra
    nella grande foresta atterrita
    e sgomenta per l’ultimo oltraggio.

    Muto, il fusto appena troncato,
    piange limpide perle di linfa
    e mostra, nella ferita,
    numerosi concentrici anelli;
    impronte di un lungo e remoto passato:
    inverni di neve, di vento e di ghiaccio,
    concerti gioiosi di canti di uccelli
    nel tiepido sole del mese di maggio.

    Triste, osservo con attenzione,
    quel taglio, quella sezione di vita,
    e la crittografia che, ad ogni stagione,
    per segreta e cifrata memoria,
    negli anelli è stata scolpita,
    senza capirne l’arcano linguaggio.

    Così, alla fine della nostra vita,
    i polverosi microsolchi neri,
    su cui fu incisa ogni storia,
    senza un pick up, senza un congegno di diffusione,
    resteranno un muto, misterioso messaggio.

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  17. Alberi - (F. Garcia Lorca)

    Alberi!
    Frecce voi siete
    dall’azzurro cadute?
    Quali tremendi guerrieri
    vi scagliarono?
    Sono state le stelle?
    Vengon le vostre musiche
    dall’anima degli uccelli,
    dagli occhi di dio.

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    1. Eccola per intero, e con la versione originale:

      ALBERI - FEDERICO GARCIA LORCA

      Alberi!
      Frecce voi siete
      dall’azzurro cadute?
      Quali tremendi guerrieri
      vi scagliarono?
      Sono state le stelle?
      Vengon le vostre musiche
      dall’anima degli uccelli,
      dagli occhi di Dio,
      da una perfetta passione.
      Alberi!
      Le vostre radici rozze si
      accorgeranno
      del mio cuore sotto terra?

      ÁRBOLES - FEDERICO GARCIA LORCA

      ¡Árboles!
      ¿Habéis sido flechas
      caídas del azul?
      ¿Qué terribles guerreros os lanzaron?
      ¿Han sido las estrellas?

      Vuestras músicas vienen del alma de los pájaros,
      de los ojos de Dios,
      de la pasión perfecta.
      ¡Arboles!
      ¿Conocerán vuestras raíces toscas
      mi corazón en tierra?

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  18. l'ho studiata in prima media

    La canzone dell'ulivo, di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castelvecchio)

    A' piedi del vecchio maniero
    che ingombrano l'edera e il rovo;
    dove abita un bruno sparviero,
    non altro, di vivo;
    che strilla e si leva, ed a spire
    poi torna, turbato nel covo,
    chi sa? dall'andare e venire
    d'un vecchio balivo:
    a' piedi dell'odio che, alfine,
    solo è con le proprie rovine,
    piantiamo l'ulivo!


    II
    l'ulivo che a gli uomini appresti
    la bacca ch'è cibo e ch'è luce,
    gremita, che alcuna ne resti
    pel tordo sassello;
    l'ulivo che ombreggi d'un glauco
    pallore la rupe già truce,
    dov'erri la pecora, e rauco
    la chiami l'agnello;
    l'ulivo che dia le vermene
    pel figlio dell'uomo, che viene
    sul mite asinello.

    III
    Portate il piccone; rimanga
    l'aratro nell'ozio dell'aie.
    Respinge il marrello e la vanga
    lo sterile clivo.
    Il clivo che ripido sale,
    biancheggia di sassi e di ghiaie;
    lo assordano l'ebbre cicale
    col grido solivo.
    Qui radichi e cresca! Non vuole,
    per crescere, ch'aria, che sole,
    che tempo, l'ulivo!

    IV
    Nei massi le barbe, e nel cielo
    le piccole foglie d'argento!
    Serbate a più gracile stelo
    più soffici zolle!
    Tra i massi s'avvinchia, e non cede,
    se i massi non cedono, al vento.
    Lì, soffre, ma cresce, né chiede
    più ciò che non volle.
    L'ulivo che soffre ma bea,
    che ciò ch'è più duro, ciò crea
    che scorre più molle.

    V
    Per sé, c'è chi semina i biondi
    solleciti grani cui copra
    la neve del verno e cui mondi
    lo zefiro estivo.
    Per sé, c'è chi pianta l'alloro
    che presto l'ombreggi e che sopra
    lui regni, al sussurro canoro
    del labile rivo.
    Non male. Noi mèsse pei figli,
    noi, ombra pei figli de' figli,
    piantiamo l'ulivo!

    VI
    Voi, alberi sùbiti, date
    pur ombra a chi pianta ed innesta;
    voi, frutto; e le brevi fiammate
    col rombo seguace!
    Tu, placido e pallido ulivo,
    non dare a noi nulla; ma resta!
    ma cresci, sicuro e tardivo,
    nel tempo che tace!
    ma nutri il lumino soletto
    che, dopo, ci brilli sul letto
    dell'ultima pace!

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  19. L'arvulu ti l'aulìa

    Ma quantu sinti beddu,
    arvulu ti l'aulìa,
    cu 'ddi fraschi luciti,
    ca parunu t'argientu,
    ca brillunu a llu soli
    e cantan'a llu vientu.
    Mi pari 'nu gicanti,
    a mienz'a tanta chianti
    ti pricuechi e ti meli,
    cirasi, fichi, peri,
    ca sulu cu ti 'uardu,
    mi sentu biviscère.
    Tuttu tu ndi tai:
    lu legnu pi lla naca,
    lu vinchiu a llu pastori,
    li palmi pi la paci,
    la tàula pi lla croci.
    Passunu puru sieculi
    e tu non mueri mai,
    sempri 'ntra lla campagna,
    'ntra llu verdi stai.
    Quandu po' eti tiempu
    ti 'ccogghiri l'aulìi,
    eti 'na festa crandi,
    carosi e villanieddi
    'rrivunu ti tutti vandi.
    Ti quiddi aulìi neri
    si spremi uegghiu finu,
    servi pi l'Oliu Santu,
    a mpicciari 'nu lampinu,
    pi ccunzari li frisi
    cu rienu e pumbitori,
    ti veni 'nu suspiru
    propria ti 'ntra llu cori,
    ti sienti assa' prisciatu,
    ti sienti 'nu signori,
    ca quiddu uegghiu t'oru
    e' propria 'nu tisoru.

    L'albero d'olivo
    Ma quanto sei bello,
    albero d'olivo,
    con quelle foglie lucide,
    che sembrano d'argento,
    che brillano al sole
    e cantano al vento.
    Mi sembri un gigante,
    in mezzo a tante piante
    di peschi e di meli,
    ciliegi, fichi, peri,
    che soltanto a guardarti,
    mi sento rinascere.

    Tutto tu ci dai:
    il legno per la culla,
    il pollone al pastore,
    le palme per la pace,
    il legno per la croce.
    Possono passare secoli
    E tu non muori mai,
    sempre in campagna,
    dentro il verde stai.
    Quando poi è tempo
    Di raccogliere le olive,
    è una festa grande,
    giovani e contadini
    arrivano da tutte le parti.

    Dalle olive nere
    Si spreme olio fino,
    serve per l'olio santo,
    ad accendere un lumino,
    per condire le frise
    con origano e pomodori,
    ti viene un sospiro
    proprio da dentro al cuore,
    ti sento molto contento,
    ti senti un signore,
    che quell'olio di oro
    è proprio un tesoro.

    Questa e' bellissima, sono spiacente ma non trovo l'autore

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  20. Dedicata ai cipressi della Maremma

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    1. Davanti a San Guido

      I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
      Van da San Guido in duplice filar,
      Quasi in corsa giganti giovinetti
      Mi balzarono incontro e mi guardar.
      Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
      Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino —
      Perché non scendi ? Perché non ristai ?
      Fresca è la sera e a te noto il cammino.
      Oh sièditi a le nostre ombre odorate
      Ove soffia dal mare il maestrale:
      Ira non ti serbiam de le sassate
      Tue d'una volta: oh non facean già male!
      Nidi portiamo ancor di rusignoli:
      Deh perché fuggi rapido cosí ?
      Le passere la sera intreccian voli
      A noi d'intorno ancora. Oh resta qui! —
      — Bei cipressetti, cipressetti miei,
      Fedeli amici d'un tempo migliore,
      Oh di che cuor con voi mi resterei—
      Guardando lor rispondeva — oh di che cuore !
      Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
      Or non è piú quel tempo e quell'età.
      Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
      Ma oggi sono una celebrità.
      E so legger di greco e di latino,
      E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
      Non son piú, cipressetti, un birichino,
      E sassi in specie non ne tiro piú.
      E massime a le piante. — Un mormorio
      Pe' dubitanti vertici ondeggiò
      E il dí cadente con un ghigno pio
      Tra i verdi cupi roseo brillò.
      Intesi allora che i cipressi e il sole
      Una gentil pietade avean di me,
      E presto il mormorio si fe' parole:
      — Ben lo sappiamo: un pover uom tu se'.
      Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
      Che rapisce de gli uomini i sospir,
      Come dentro al tuo petto eterne risse
      Ardon che tu né sai né puoi lenir.

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    2. A le querce ed a noi qui puoi contare
      L'umana tua tristezza e il vostro duol.
      Vedi come pacato e azzurro è il mare,
      Come ridente a lui discende il sol!
      E come questo occaso è pien di voli,
      Com'è allegro de' passeri il garrire!
      A notte canteranno i rusignoli:
      Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
      I rei fantasmi che da' fondi neri
      De i cuor vostri battuti dal pensier
      Guizzan come da i vostri cimiteri
      Putride fiamme innanzi al passegger.
      Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
      Che de le grandi querce a l'ombra stan
      Ammusando i cavalli e intorno intorno
      Tutto è silenzio ne l'ardente pian,
      Ti canteremo noi cipressi i cori
      Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
      Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
      Te ventilando co 'l lor bianco velo;
      E Pan l'eterno che su l'erme alture
      A quell'ora e ne i pian solingo va
      Il dissidio, o mortal, de le tue cure
      Ne la diva armonia sommergerà. —
      Ed io—Lontano, oltre Apennin, m'aspetta
      La Tittí — rispondea; — lasciatem'ire.
      È la Tittí come una passeretta,
      Ma non ha penne per il suo vestire.
      E mangia altro che bacche di cipresso;
      Né io sono per anche un manzoniano
      Che tiri quattro paghe per il lesso.
      Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! —
      — Che vuoi che diciam dunque al cimitero
      Dove la nonna tua sepolta sta? —
      E fuggíano, e pareano un corteo nero
      Che brontolando in fretta in fretta va.
      Di cima al poggio allor, dal cimitero,
      Giú de' cipressi per la verde via,
      Alta, solenne, vestita di nero
      Parvemi riveder nonna Lucia:
      La signora Lucia, da la cui bocca,
      Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
      La favella toscana, ch'è sí sciocca
      Nel manzonismo de gli stenterelli,
      Canora discendea, co 'l mesto accento
      De la Versilia che nel cuor mi sta,
      Come da un sirventese del trecento,
      Piena di forza e di soavità.
      O nonna, o nonna! deh com'era bella
      Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
      Ditela a quest'uom savio la novella
      Di lei che cerca il suo perduto amor!
      — Sette paia di scarpe ho consumate
      Di tutto ferro per te ritrovare:
      Sette verghe di ferro ho logorate
      Per appoggiarmi nel fatale andare:
      Sette fiasche di lacrime ho colmate,
      Sette lunghi anni, di lacrime amare:
      Tu dormi a le mie grida disperate,
      E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.
      — Deh come bella, o nonna, e come vera
      È la novella ancor! Proprio cosí.
      E quello che cercai mattina e sera
      Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
      Sotto questi cipressi, ove non spero,
      Ove non penso di posarmi piú:
      Forse, nonna, è nel vostro cimitero
      Tra quegli altri cipressi ermo là su.
      Ansimando fuggía la vaporiera
      Mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;
      E di polledri una leggiadra schiera
      Annitrendo correa lieta al rumore.
      Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
      Rosso e turchino, non si scomodò:
      Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
      E a brucar serio e lento seguitò.

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  21. e finisco con un branetto di Dante Alighieri

    La selva dei suicidi

    Non fronda verde, ma di color fosco;
    non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
    non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.

    (vv. 4-6, canto 13o, Inferno, Divina Commedia)

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  22. PIOPPO MORTO - FEDERICO GARCIA LORCA

    Vecchio pioppo!
    Sei caduto
    nello specchio
    dello stagno addormentato,
    piegando la fronte
    al tramonto.
    Non è stato il roco uragano
    a spezzare il tuo tronco
    né la pesante ascia
    del boscaiolo, che sa
    che tu devi
    rinascere.
    E' stato il tuo spirito forte
    a chiamare la morte
    vedendosi senza nidi, dimenticato
    dai pioppi bambini del prato.
    Gli è che tu avevi
    sete di pensiero,
    e la tua enorme testa centenaria,
    solitaria, ascoltava i canti
    lontani dei tuoi fratelli.

    Non sarai più la culla
    della luna,
    né il magico riso
    della brezza
    né il bastone di una stella
    a cavallo.

    Non tornerà la primavera
    della tua vita, né vedrai fiorire
    i seminati.

    Sarai nido di rane
    e di formiche.
    Avrai per capelli le ortiche
    e un giorno la corrente
    porterà via la tua corteccia
    tristemente.

    Vecchio pioppo!
    Sei caduto
    nello specchio
    dello stagno addormentato.
    Ti ho visto cadere al crepuscolo
    e scrivo la tua elegia
    che è anche la mia.

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    1. questa è la versione originale:

      CHOPO MUERTO - FEDERICO GARCIA LORCA

      1920

      ¡Chopo viejo!
      Has caído
      en el espejo
      del remanso dormido,
      abatiendo tu frente
      ante el Poniente.
      No fue el vendaval ronco
      el que rompió tu tronco,
      ni fue el hachazo grave
      del leñador, que sabe
      has de volver
      a nacer.

      Fue tu espíritu fuerte
      el que llamó a la muerte,
      al hallarse sin nidos, olvidado
      de los chopos infantes del prado.
      Fue que estabas sediento
      de pensamiento,
      y tu enorme cabeza centenaria,
      solitaria,
      escuchaba los lejanos
      cantos de tus hermanos.

      En tu cuerpo guardabas
      las lavas
      de tu pasión,
      y en tu corazón,
      el semen sin futuro de Pegaso.
      La terrible simiente
      de un amor inocente
      por el sol de ocaso.

      ¡Qué amargura tan honda
      para el paisaje,
      el héroe de la fronda
      sin ramaje!

      Ya no serás la cuna
      de la luna,
      ni la mágica risa
      de la brisa,
      ni el bastón de un lucero
      caballero.
      No tornará la primavera
      de tu vida,
      ni verás la sementera
      florecida.
      Serás nidal de ranas
      y de hormigas.
      Tendrás por verdes canas
      las ortigas,
      y un día la corriente
      llevará tu corteza
      con tristeza.

      ¡Chopo viejo!
      Has caído
      en el espejo
      del remanso dormido.
      Yo te vi descender
      en el atardecer
      y escribo tu elegía,
      que es la mía.

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  23. I PIOPPI D'ARGENTO - FEDERICO GARCIA LORCA

    I pioppi d'argento si piegano sull'acqua:
    sanno tutto, ma non lo diranno.
    Il giglio della fonte non urla la sua tristezza.
    Tutto è più degno che l'umanità!
    La scienza del silenzio di fronte al cielo stellato
    l'hanno soltanto il fiore e l'insetto.
    La scienza del canto per il canto l'hanno
    i boschi mormoranti e le acque del mare.

    Il profondo silenzio della vita sulla terra
    ce lo insegna la rosa aperta sul roseto.

    Bisogna diffondere il profumo chiuso nelle nostre anime
    Bisogna essere canto, luce e bontà.
    Bisogna aprirsi per intero di fronte alla notte nera,
    perché ci riempiamo di rugiada immortale!

    Bisogna coricare il corpo nell'anima inquieta!
    Bisogna accecarsi gli occhi con la luce dell'aldilà.
    Dobbiamo affacciarci sull'ombra dei cuori,
    e strappare le stelle che ci ha messo Satana.

    Bisogna essere come l'albero che è sempre in preghiera,
    come l'acqua del fiume fissa all'eternità!

    Bisogna lacerarsi l'anima con artigli di tristezza
    perché c'entrino le fiamme dell'orizzonte astrale!

    Allora nell'ombra del cuore tarlato
    nascerebbe una sorgente d'aurora tranquilla e materna.

    Sparirebbero città al vento.
    E vedremmo passare in una nuvola Dio.

    Maggio 1919

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    1. questa è la versione originale:

      LOS ALAMOS DE PLATA - FEDERICO GARCIA LORCA

      Mayo de 1919

      Los álamos de plata
      se inclinan sobre el agua,
      ellos todo lo saben, pero nunca hablarán.

      El lirio de la fuente
      no grita su tristeza.
      ¡Todo es más digno que la Humanidad!

      La ciencia del silencio frente al cielo estrellado,
      la posee la flor y el insecto no más.
      La ciencia de los cantos por los cantos la tienen
      los bosques rumorosos
      y las aguas del mar.

      El silencio profundo de la vida en la tierra,
      nos lo enseña la rosa
      abierta en el rosal.

      ¡Hay que dar el perfume
      que encierran nuestras almas!
      Hay que ser todo cantos,
      todo luz y bondad.
      ¡Hay que abrirse del todo
      frente a la noche negra,
      para que nos llenemos de rocío inmortal!

      ¡Hay que acostar al cuerpo
      dentro del alma inquieta!
      Hay que cegar los ojos con luz de más allá,
      a la sombra del pecho,
      y arrancar las estrellas que nos puso Satán.

      ¡Hay que ser como el árbol
      que siempre está rezando,
      como el agua del cauce
      fija en la eternidad!

      ¡Hay que arañarse el alma con garras de tristeza
      para que entren las llamas
      del horizonte astral!

      Brotaría en la sombra del amor carcomido
      una fuente de aurora
      tranquila y maternal.
      Desaparecerían ciudades en el viento.
      Y a Dios en una nube
      veríamos pasar.

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  24. IN MEMORIAM - FEDERICO GARCIA LORCA

    Dolce pioppo,
    dolce pioppo,
    sei diventato
    d'oro.
    Ieri eri verde,
    un verde folle
    di uccelli
    gloriosi.
    Oggi sei abbattuto
    sotto il cielo d'agosto
    come me sotto il cielo
    del mio spirito rosso.
    La fragranza prigioniera
    del tuo tronco
    toccherà il mio cuore
    pietoso.
    Ruvido avo del prato!
    Noi
    siamo diventati
    d'oro.
    agosto 1920, traduzione Carlo Bo

    ********

    "In memoriam" - Federico Garcia Lorca

    Agosto de 1920

    Dulce chopo,
    dulce chopo,
    te has puesto
    de oro.
    Ayer estabas verde,
    un verde loco
    de pájaros
    gloriosos.
    Hoy estás abatido
    bajo el cielo de agosto
    como yo bajo el cielo
    de mi espíritu rojo.
    La fragancia cautiva
    de tu tronco
    vendrá a mi corazón
    piadoso.
    ¡Rudo abuelo del prado!
    Nosotros
    nos hemos puesto
    de oro.

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  25. Un abete speciale di Gianni Rodari

    Quest'anno mi voglio fare
    un albero di Natale
    di tipo speciale,
    · ma bello veramente.
    Non lo farò in tinello,
    lo farò nella mente,
    con centomila rami
    e un miliardo di lampadine,
    e tutti i doni
    che non stanno nelle vetrine.
    Un raggio di sole
    per il passero che trema,
    un ciuffo di viole
    per il prato gelato,
    un aumento di pensione
    per il vecchio pensionato.
    E poi giochi,
    giocattoli, balocchi
    quanti ne puoi contare
    a spalancare gli occhi:
    un milione, cento milioni
    di bellissimi doni
    per quei bambini
    che non ebbero mai
    un regalo di Natale,
    e per loro ogni giorno
    all’altro è uguale,
    e non è mai festa.
    Perché se un bimbo
    resta senza niente,
    anche uno solo, piccolo,
    che piangere non si sente,
    Natale è tutto sbagliato.

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  26. L'abete di Natale di Gianni Rodari



    Chi abita sull'abete

    tra i doni e le comete?



    C' è un Babbo Natale

    alto quanto un ditale.

    Ci sono i sette nani,

    gli indiani,

    i marziani.



    Ci ha fatto il suo nido

    perfino Mignolino.



    C'è posto per tutti,

    per tutti c'è un lumino

    e tanta pace per chi la vuole

    per chi da che la pace

    scalda anche più del sole



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  27. Mica solo infanzia. Tanto per gradire...

    Acero - Sergej Esenin

    Caro acero raggrinzito, acero assiderato,

    Perché te ne stai in ginocchio sotto la bianca bufera?

    Hai avvistato o sentito qualcosa?

    Sembra che tu sia andato a spasso fuori dal villaggio

    E come una sentinella ubriaca, sulla strada,

    Sia affondato nella neve, e ti sia congelato un piede.

    Sai, anch’io, fatico un bel po’ a stare dritto,

    Non so se arriverò a casa dopo la baldoria con gli amici.

    Laggiù ho incontrato il salice, ho riconosciuto il pino,

    Li ho salutati con le canzoni dell’estate.

    E io stesso mi sono sentito un acero,

    Non appassito però, ma tutto verde.

    E, accantonato il pudore, la testa nei fumi,

    Una betulla ho abbracciato quasi rubassi una moglie altrui.

    [1925]

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    1. Ho lasciato la casa della mia infanzia,

      Ho lasciato la Russia celeste.

      Le betulle sullo stagno, in tre fiamme,

      Scaldano il vecchio cuore di mia madre.

      La luna, rana d’oro del firmamento,

      Naviga nell’acqua tranquilla:

      Sulla barba paterna si è posata la brina

      Candida come il fiore del melo.



      E io non tornerò tanto presto!

      A lungo canterà, griderà la bufera.

      Diritto sopra un piede l’acero antico

      Sta di guardia alla Russia celeste.

      Lo so, felice è colui che gli bacia,

      La pioggia delle foglie,

      Anche perché simile al mio

      È il capo di quell’acero antico.


      (Sergej Esenin)

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    2. Betulla - Sergej Esenin

      La betulla bianca

      sotto la mia finestra

      s’è coperta di neve,

      come d’argento.

      Ai rami soffici

      come un orlo di neve

      sono sbocciate le gemme

      come una bianca frangia.

      E sta la betulla

      nel silenzio assonnato,

      e ardono i fiocchi

      in un fuoco d’oro.

      E l’alba, pigra

      girando intorno,

      avvolge i rami

      di un nuovo argento.

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    3. La candida betulla,

      sotto la mia finestra,

      è stata avvolta dalla neve

      come una tenda d’argento.

      Sui rami pieni di foglie,

      dalla stoffa di neve

      si sono staccati i fili

      di una candida frangia.

      Si erge la betulla

      nella calma addormentata,

      e brilla la neve

      nella luce dorata.

      Ma l’alba inerte,

      vagando intorno,

      ricopre i rami

      di un nuovo argento.

      ***

      O petto di fanciulla,

      capelli verdi,

      minuta betulla

      che si contempla nello stagno.

      Che cosa sussurra il vento?

      Di cosa parla la collina di sabbia?

      Stai tentando forse di trovare nel cielo un pettine di luna?

      A me che sento il tempo

      nel tuo austero sussurro

      manifesta i tuoi nascosti pensieri di legno!

      Ma la betulla dice di rimando,

      “ Dolce, che sei un amico smanioso di sapere,

      l’altra notte al mio tronco

      ha versato lacrime un pastore.

      Brillavano i cespugli

      nel bacio della luna,

      ed egli muto mi rendeva più stretta la cintura.

      Poi, gemendo dai rami,

      alla canzone mi hai bisbigliato,

      -a presto , colomba.

      Alle gru d’un’altra stagione”

      Sergej Esenin

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  28. Semplicemente deliziosa, e proposta da un anonimo:

    IL CASTAGNO - GIANNI RODARI

    Un tempo ero un castagno,

    fermo nella tempesta:

    tra i miei rami fiorivano

    i nidi sempre in festa.

    Vennero i boscaioli,

    io caddi senza un grido.

    Ora sono il tuo letto:

    non sono sempre un nido?

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  29. Altra proposta da anonimo:

    CIPRESSO - Giovanni Pascoli

    O cipresso, che solo e nero stacchi

    dal vitreo cielo, sopra lo sterpeto

    irto, di cardi e stridulo di biacchi:

    in te sovente, al tempo delle more,

    odono i bimbi un pispillìo secreto,

    come d’un nido che ti sogni in cuore.

    L’ultima cova. Tu canti sommesso

    mentre s’allunga l’ombra taciturna

    nel tristo campo: quasi, ermo cipresso,

    ella ricerchi tra que’ bronchi un’urna.

    Più brevi i giorni, e l’ombra ogni dì meno

    s’indugia e cerca, irrequieta, al sole;

    e il sole è freddo e pallido il sereno.

    L’ombra, ogni sera prima, entra nell’ombra:

    nell’ombra ove le stelle errano sole.

    E il rovo arrossa e con le spine ingombra

    tutti i sentieri, e cadono già roggie

    le foglie intorno (indifferente oscilla

    l’ermo cipresso), e già le prime pioggie

    fischiano, ed il libeccio ulula e squilla.

    E il tuo nido? il tuo nido?… Ulula forte

    il vento e t’urta e ti percuote a lungo:

    tu sorgi, e resti; simile alla Morte.

    E il tuo cuore? il tuo cuore?… Orrida trebbia

    l’acqua i miei vetri, e là ti vedo lungo,

    di nebbia nera tra la grigia nebbia.

    E il tuo sogno? La terra ecco scompare:

    la neve, muta a guisa del pensiero,

    cade. Tra il bianco e tacito franare

    tu stai, gigante immobilmente nero.

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  30. Giovanni Pascoli

    Stavano neri al lume della luna

    gli erti cipressi, guglie di basalto,

    quando tra l’ombre svolo’ rapida una

    ombra dall’alto:

    orma sognata d’un volar di piume,

    orma d’un soffio molle di velluto,

    che passo’ l’ombre e scivolo’ nel lume

    pallido e muto:

    ed i cipressi sul deserto lido

    stavano come un nero colonnato,

    rigidi, ognuno con tra i rami un nido

    addormentato.

    E sopra tanta vita addormentata

    dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera

    sonare, ecco, una stridula risata

    di fattucchiera:

    una minaccia stridula seguita,

    forse, da brevi pigolii sommessi,

    dal palpitar di tutta quella vita

    dentro i cipressi…

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  31. RIO BO - Aldo Palazzeschi

    Tre casettine
    dai tetti aguzzi,
    un verde praticelllo,
    un esiguo ruscello: Rio Bo,
    un vigile cipresso.
    Microscopico paese, vero,
    paese da nulla, ma per…
    c’è sempre di sopra una stella,
    una grande magnifica stella,
    che a un dipresso…
    occhieggia con la punta del cipresso
    di Rio Bo.
    Una stella innamorata!
    Chi sa
    se nemmeno ce l’ha
    una grande città.

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  32. Leccio - Giuseppe Ungaretti

    Magica luna, tanto sei consunta
    che, rompendo il silenzio,
    poggi sui vecchi lecci dell'altura,
    un velo lubrico.
    ("Preludio")

    RispondiElimina
  33. I Limoni - Eugenio Montale

    Ascoltami, i poeti laureati
    si muovono soltanto fra le piante
    dai nomi poco usati: i bossi ligustri o acanti.
    Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
    fossi dove in pozzanghere
    mezzo seccate agguantano i ragazzi
    qualche spaurita anguilla:
    le viuzze che seguono i ciglioni,
    discendono tra i ciuffi delle canne
    e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
    Meglio se le gazzarre degli uccelli
    si spegnono inghiottite dall’azzurro:
    più chiaro si ascolta il sussurro
    dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
    e i sensi di quest’odore
    che non sa staccarsi da terra
    e piove in petto una dolcezza inquieta.
    Qui nelle divertite passioni
    per miracolo tace la guerra,
    qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
    ed l’odore dei limoni.
    Vedi, in questi silenzi in cui le cose
    s’abbandonano e sembrano vicine
    a tradire il loro ultimo segreto,
    talora ci si aspetta
    di scoprire uno sbaglio di Natura,
    il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
    il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
    nel mezzo di una verità.
    Lo sguardo fruga d’intorno,
    la mente indaga accorda disunisce
    nel profumo che dilaga
    quando il giorno più languisce.
    Sono i silenzi in cui si vede
    in ogni ombra umana che si allontana
    qualche disturbata Divinità.
    Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
    nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
    soltanto a pezzi in alto tra le cimase.
    La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
    il tedio dell’inverno sulle case,
    la luce si fa avara -amara l’anima.
    Quando un giorno da un malchiuso portone
    tra gli alberi di una corte
    ci si mostrano i gialli dei limoni;
    e il gelo del cuore si sfa,
    e in petto ci scrosciano
    le loro canzoni
    le trombe d’oro della solarità.

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  34. Altra proposta di anonimo

    EUGENIO MONTALE : LA BUFERA

    La bufera che sgronda sulle foglie
    dure della magnolia i lunghi tuoni
    marzolini e la grandine,
    (i suoni di cristallo nel tuo nido
    notturno ti sorprendono, dell'oro
    che s'è spento sui mogani, sul taglio
    dei libri rilegati, brucia ancora
    una grana di zucchero nel guscio
    delle tue palpebre)
    il lampo che candisce
    alberi e muro e li sorprende in quella
    eternità d'istante - marmo manna
    e distruzione - ch'entro te scolpita
    porti per tua condanna e che ti lega
    più che l'amore a me, strana sorella, -
    e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
    dei tamburelli sulla fossa fuia,
    lo scalpicciare del fandango, e sopra
    qualche gesto che annaspa...
    Come quando
    ti rivolgesti e con la mano, sgombra
    la fronte dalla nube dei capelli,
    mi salutasti - per entrar nel buio.

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  35. A UN OLMO SECCO - ANTONIO MACHADO

    Al vecchio olmo, spaccato dalla folgore
    e nel mezzo marcito,
    con le piogge d'aprile e il sole a maggio,
    sono spuntate alcune verdi foglie.
    Oh, l'olmo secolare sopra il colle
    ch'è lambito dal Duero! La corteccia
    bianchiccia da un gialligno musco è tinta
    nel tronco putrefatto e polveroso.
    Come i pioppi canori, che sorvegliano
    il cammino e la riva, non sarà
    di rossicci usignuoli popolato.
    S'arrampica su esso di formiche
    un esercito in fila, e nelle viscere
    tramano i ragni le lor grigie tele.
    Olmo del Duero, prima che t'abbatta
    con l'ascia il legnaiuolo, e il falegname
    trasformi in un mozzo di campana ,
    stanga di carro o giogo di carrettai
    prima che rosso nel camino arda
    domani in qualche misera casetta.
    sull'orlo d'una strada;
    prima che ti annienti un turbine e ti schianti
    il soffio delle candide montagne;
    prima che il fiume ti sospinga al mare
    per valli e per burroni,
    olmo, voglio annotare nei miei appunti
    la grazia del tuo ramo rinverdito.
    Anche il mio cuore aspetta,
    alla luce guardando ed alla vita,
    altro prodigio della primavera.

    *******

    A UN OLMO SECO - ANTONIO MACHADO

    Al olmo viejo, hendido por el rayo
    y en su mitad podrido,
    con las lluvias de abril y el sol de mayo
    algunas hojas verdes le han salido.

    ¡El olmo centenario en la colina
    que lame el Duero! Un musgo amarillento
    le mancha la corteza blanquecina
    al tronco carcomido y polvoriento.

    No será, cual los álamos cantores
    que guardan el camino y la ribera,
    habitado de pardos ruiseñores.

    Ejército de hormigas en hilera
    va trepando por él, y en sus entrañas
    urden sus telas grises las arañas.

    Antes que te derribe, olmo del Duero,
    con su hacha el leñador, y el carpintero
    te convierta en melena de campana,
    lanza de carro o yugo de carreta;
    antes que rojo en el hogar, mañana,
    ardas en alguna mísera caseta,
    al borde de un camino;
    antes que te descuaje un torbellino
    y tronche el soplo de las sierras blancas;
    antes que el río hasta la mar te empuje
    por valles y barrancas,
    olmo, quiero anotar en mi cartera
    la gracia de tu rama verdecida.
    Mi corazón espera
    también, hacia la luz y hacia la vida,
    otro milagro de la primavera.

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  36. Rifugio d’uccelli notturni - Salvatore Quasimodo

    In alto c’è un pino distorto;
    sta intento ed ascolta l’abisso
    col fusto piegato a balestra.

    Rifugio d’uccelli notturni,
    nell’ora più alta risuona
    d’un battere d’ali veloce.

    Ha pure un suo nido il mio cuore
    sospeso nel buio, una voce;
    sta pure in ascolto, la notte.

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  37. CHARLES WEBSTER - Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

    I boschi di pini sulla collina,
    e la fattoria lontana miglia e miglia,
    apparivano nitidi come dietro una lente
    sotto il cielo di un azzurro pavone!
    Ma una coperta di nuvole nel pomeriggio
    avvolse la terra. E tu camminavi la strada
    e il campo dei trifogli, dove l’unica voce
    era il tremolo vivo del grillo.
    Poi il sole tramonto’ fra grandi cumuli
    di lontane burrasche. Si levo’ un vento
    e spazzo’ il cielo che attizzava le fiamme
    delle stelle scoperte;
    e faceva oscillare la luna rossiccia,
    che pendeva fra l’orlo del colle
    e i rami scintillanti del frutteto.
    Tu camminavi soprappensiero sulla riva
    dove le gole delle onde erano come civette
    che cantassero sotto l’acqua e piangessero
    allo sciacquio del vento in mezzo ai cedri.
    Finche’ tu ti fermasti, troppo commossa per piangere,
    e vicino alla casa, in alto, vedesti Giove,
    che sfiorava la vetta del pino gigante,
    e in basso vedesti la mia sedia vuota,
    cullata dal vento nel portico solitario-
    sii coraggiosa, Amore!

    *****

    Charles Webster - Edgar Lee Masters (Spoon River Anthology)

    The pine woods on the hill,
    And the farmhouse miles away,
    Showed clear as though behind a lens
    Under a sky of peacock blue!
    But a blanket of cloud by afternoon
    Muffled the earth. And you walked the road
    And the clover field, where the only sound
    Was the cricket’s liquid tremolo.
    Then the sun went down between great drifts
    Of distant storms. For a rising wind
    Swept clean the sky and blew the flames
    Of the unprotected stars
    And swayed the russet moon,
    Hanging between the rim of the hill
    And the twinkling boughs of the apple orchard.
    You walked the shore in thought
    Where the throats of the waves were like whip-poor-wills
    Singing beneath the water and crying
    To the wash of the wind in the cedar trees,
    Till you stood, too full for tears, by the cot,
    And looking up saw Jupiter,
    Tipping the spire of the giant pine,
    And looking down saw my vacant chair,
    Rocked by the wind on the lonely porch—
    Be brave, Beloved!

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  38. Maria Elena18/11/14, 18:24





    I pini solitari lungo il mare (Sandro Penna)

    I pini solitari lungo il mare
    desolato non sanno del mio amore.
    Li sveglia il vento, la pioggia
    dolce li bacia, il tuono
    lontano li addormenta.
    Ma i pini solitari non sapranno
    mai del mio amore, mai della mia gioia.

    Amore della terra, colma gioia
    incompresa. Oh dove porti
    lontano! Un giorno
    i pini solitari non vedranno
    - la pioggia li lecca, il sole li addormenta -
    coll'amore danzare la mia morte.

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  39. Maria Elena18/11/14, 18:27

    La pioggia nel pineto (Gabriele d'Annunzio)

    Taci. Su le soglie
    del bosco non odo
    parole che dici
    umane; ma odo
    parole più nuove
    che parlano gocciole e foglie
    lontane.
    Ascolta. Piove
    dalle nuvole sparse.
    Piove su le tamerici
    salmastre ed arse,
    piove sui pini
    scagliosi ed irti,
    piove su i mirti
    divini,
    su le ginestre fulgenti
    di fiori accolti,
    su i ginepri folti
    di coccole aulenti,
    piove su i nostri volti
    silvani,
    piove su le nostre mani
    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggeri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    t'illuse, che oggi m'illude,
    o Ermione.

    Odi? La pioggia cade
    su la solitaria
    verdura
    con un crepitio che dura
    e varia nell'aria secondo le fronde
    più rade, men rade.
    Ascolta. Risponde
    al pianto il canto
    delle cicale
    che il pianto australe
    non impaura,
    né il ciel cinerino.
    E il pino
    ha un suono, e il mirto
    altro suono, e il ginepro
    altro ancora, stromenti
    diversi
    sotto innumerevoli dita.
    E immensi
    noi siam nello spirito
    silvestre,
    d'arborea vita viventi;
    e il tuo volto ebro
    è molle di pioggia
    come una foglia,
    e le tue chiome
    auliscono come
    le chiare ginestre,
    o creatura terrestre
    che hai nome
    Ermione.

    Ascolta, Ascolta. L'accordo
    delle aeree cicale
    a poco a poco
    più sordo
    si fa sotto il pianto
    che cresce;
    ma un canto vi si mesce
    più roco
    che di laggiù sale,
    dall'umida ombra remota.
    Più sordo e più fioco
    s'allenta, si spegne.
    Sola una nota
    ancor trema, si spegne,
    risorge, trema, si spegne.
    Non s'ode su tutta la fronda
    crosciare
    l'argentea pioggia
    che monda,
    il croscio che varia
    secondo la fronda
    più folta, men folta.
    Ascolta.
    La figlia dell'aria
    è muta: ma la figlia
    del limo lontana,
    la rana,
    canta nell'ombra più fonda,
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su le tue ciglia,
    Ermione.

    Piove su le tue ciglia nere
    sì che par tu pianga
    ma di piacere; non bianca
    ma quasi fatta virente,
    par da scorza tu esca.
    E tutta la vita è in noi fresca
    aulente,
    il cuor nel petto è come pesca
    intatta,
    tra le palpebre gli occhi
    son come polle tra l'erbe,
    i denti negli alveoli
    son come mandorle acerbe.
    E andiam di fratta in fratta,
    or congiunti or disciolti
    ( e il verde vigor rude
    ci allaccia i melleoli
    c'intrica i ginocchi)
    chi sa dove, chi sa dove!
    E piove su i nostri volti
    silvani,
    piove su le nostre mani

    ignude,
    su i nostri vestimenti
    leggeri,
    su i freschi pensieri
    che l'anima schiude
    novella,
    su la favola bella
    che ieri
    m'illuse, che oggi t'illude,
    o Ermione.

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  40. Maria Elena18/11/14, 18:33

    Il pioppeto (William Cowper)

    Hanno abbattuto i pioppi, addio all'ombra
    e al mormorio del fresco colonnato,
    il vento più non gioca né canta tra le foglie,
    la loro immagine più l'Ouse non riceve.
    Dodici anni fa scoprii un giorno
    l'amato boschetto e la riva dei pioppi,
    e ora nell'erba sono affondati,
    e sedile mi fa chi ombra mi diede.
    il merlo è fuggito ad altro riparo,
    tra i noccioli ha trovato rifugio alla calura,
    più non risuona la sua dolce voce
    sulla scena che tanto mi aveva incantato.
    brevi scompaiono i miei anni,
    presto coi pioppi dovrò giacere,
    una zolla sul petto, una pietra sul capo,
    prima che un bosco sul posto rinasca.
    La vista m'invita, più d'ogni altra cosa,
    a meditare sugli effimeri piaceri umani:
    la vita è sogno, ma il piacere si consuma
    più rapido del respiro di un uomo.

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    1. CXLIII. The Poplar Field - William Cowper

      The poplars are fell'd! farewell to the shade
      And the whispering sound of the cool colonnade;
      The winds play no longer and sing in the leaves,
      Nor Ouse on his bosom their image receives.

      Twelve years have elapsed since I last took a view
      Of my favourite field, and the bank where they grew;
      And now in the grass behold they are laid,
      And the tree is my seat that once lent me a shade!

      The blackbird has fled to another retreat
      Where the hazels afford him a screen from the heat,
      And the scene where his melody charm'd me before
      Resounds with his sweet-flowing ditty no more.

      My fugitive years are all hasting away,
      And I must ere long lie as lowly as they,
      With a turf on my breast and a stone at my head,
      Ere another such grove shall arise in its stead.

      The change both my heart and my fancy employs,
      I reflect on the frailty of man and his joys;
      Short-lived as we are, yet our pleasures, we see,
      Have a still shorter date, and die sooner than we.

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  41. Il pioppo di Karlsplatz (Bertolt Brecht)

    Un pioppo c'è sulla Karlsplatz,
    in mezzo a Berlino, città di rovine
    e chi passa per la Karlsplatz
    vede quel verde gentile .
    Nell'inverno del Quarantasei
    gelavano gli uomini, la legna era rara,
    e tanti mai alberi caddero
    e fu l'ultimo anno per loro.

    Ma sempre il pioppo sulla Karlsplatz
    quella sua foglia verde ci mostra:
    sia grazie a voi, gente della Karlsplatz,
    se ancora è nostra.

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    1. Eine Pappel steht am Karlsplatz
      mitten in der Trümmerstadt Berlin,‎
      und wenn Leute gehen übern Karlsplatz,‎
      sehen sie ihr freundlich Grün.‎

      In dem Winter sechsundvierzig
      fror’n die Menschen, und das Holz war rar,‎
      und es fiel’n da viele Bäume,‎
      und es wurd’ ihr letztes Jahr.‎

      Doch die Pappel dort am Karlsplatz
      zeigt uns heute noch ihr grünes Blatt:‎
      Seid bedankt, Anwohner vom Karlsplatz,‎
      daß man sie noch immer hat.‎

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  42. QUERCIA - FEDERICO GARCIA LORCA
    Alla tua casta ombra, quercia vecchia,
    voglio scandagliare la fonte della mia vita
    e togliere dal fango della mia ombra
    i lirici smeraldi.
    Butto le reti nell'acqua torbida
    e le ritiro vuote.
    In fondo al fango tenebroso
    stanno le mie gemme!
    Nascondi nel mio cuore i tuoi rami santi!
    o solitaria quercia,
    e lascia nella mia anima
    i tuoi secreti e la tua calma passione!
    Questa tristezza giovanile passa,
    lo so! L'allegria
    un'altra volta lascerò le sue ghirlande
    sulla mia fronte ferita,
    anche se le mie reti non pescheranno mai
    l'occulta gemma
    di tristezza incosciente che risplende
    in fondo alla mia vita.
    Ma il mio grande dolore trascendentale
    è il tuo dolore, quercia.
    E' lo stesso dolore delle stelle
    e del fiore appassito.
    Le lacrime scivolano a terra
    e, come le tue resine,
    corrono sull'acqua del fiume
    che scende nella notte fredda.
    E anche noi cadremo,
    io con le mie gioie,
    e tu pieni i rami di invisibili
    ghiande metafisiche.
    Non m'abbandonare mai nelle mie tristezze,
    scheletrica amica.
    Cantami con la tua bocca vecchia e casta
    un'antica canzone,
    con parole di terra intrecciate
    all'azzurra melodia.
    Getto ancora una volta la rete
    nella fonte della mia vita,
    rete fatta di fili di speranza,
    nodi di poesia,
    e prendo pietre false fra un fango
    di passioni addormentate.
    Col sole autunnale tutta l'acqua
    della mia fontana vibra,
    e noto che senza più radici
    la quercia mi sfugge.

    *****

    ENCINA - Federico García Lorca(Libro de Poemas, 1921)

    Bajo tu casta sombra, encina vieja,
    quiero sondar la fuente de mi vida
    y sacar de los fangos de mi sombra
    las esmeraldas líricas.

    Echo mis redes sobre el agua turbia
    y las saco vacías.
    ¡Más abajo del cieno tenebroso
    están mis pedrerías!

    ¡Hunde en mi pecho tus ramajes santos!
    ¡oh solitaria encina,
    y deja en mi sub-alma
    tus secretos y tu pasión tranquila!

    Esta tristeza juvenil se pasa,
    ¡ya lo sé! La alegría
    otra vez dejará sus guirnaldas
    sobre mi frente herida,
    aunque nunca mis redes pescarán
    la oculta pedrería
    de tristeza inconsciente que reluce
    al fondo de mi vida.

    Pero mi gran dolor trascendental
    es tu dolor, encina.
    Es el mismo dolor de las estrellas
    y de la flor marchita.

    Mis lágrimas resbalan a la tierra
    y, como tus resinas,
    corren sobre las aguas del gran cauce
    que va a la noche fría.
    Y nosotros también resbalaremos,
    yo con mis pedrerías,
    y tú plenas las ramas de invisibles
    bellotas metafísicas.
    No me abandones nunca en mis pesares,
    esquelética amiga.
    Cántame con tu boca vieja y casta
    una canción antigua,
    con palabras de tierra entrelazadas
    en la azul melodía.

    Vuelvo otra vez a echar las redes sobre
    la fuente de mi vida,
    redes hechas con hilos de esperanza,
    nudos de poesía,
    y saco piedras falsas entre un cieno
    de pasiones dormidas.

    Con el sol del otoño toda el agua
    de mi fontana vibra,
    y noto que sacando sus raíces
    huye de mí la encina.

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  43. ALLE FRONDE DEI SALICI - SALVATORE QUASIMODO

    E come potevamo noi cantare
    con il piede straniero sopra il cuore,
    fra i morti abbandonati nelle piazze
    sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
    d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
    della madre che andava incontro al figlio
    crocifisso sul palo del telegrafo?
    Alle fronde dei salici, per voto,
    anche le nostre cetre erano appese,
    oscillavano lievi al triste vento.

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  44. Il susino - Bertold Brecht

    Nel cortile c'e un susino.
    Quant'è piccolo, non crederesti.
    Gli hanno messo intorno una grata
    perché la gente non lo pesti.

    Se potesse, crescerebbe:
    diventar grande gli piacerebbe.
    Ma non servono parole:
    quel che gli manca è il sole.

    Che è un susino, appena lo credi
    perché susine non ne fa.
    Eppure è un susino e lo vedi
    dalla foglia che ha.

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    1. Der Pflaumenbaum - Bertolt Brecht

      Im Hofe steht ein Pflaumenbaum,
      Der ist so klein, man glaubt es kaum.
      Er hat ein Gitter drum,
      So tritt ihn keiner um.
      Der Kleine kann nicht größer wer'n,
      Ja - größer wer'n, das möcht' er gern!
      's ist keine Red davon:
      Er hat zu wenig Sonn'.

      Dem Pflaumenbaum, man glaubt ihm kaum,
      Weil er nie eine Pflaume hat.
      Doch er ist ein Pflaumenbaum:
      Man kennt es an dem Blatt.

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  45. PAESAGGIO - FEDERICO GARCIA LORCA

    Il campo
    di ulivi
    si apre e si chiude
    come un ventaglio.
    Sopra l'uliveto
    c'è un cielo inabissato
    e una pioggia scura
    di stelle fredde.
    Tremano giunco e penombra
    sulla riva del fiume.
    Si arriccia il vento grigio.
    Gli ulivi
    sono carichi
    di grida.
    Uno stormo
    di uccelli prigionieri,
    che muovono le loro lunghissime
    code nell'ombra.


    Paisaje - Federico García Lorca

    El campo
    de olivos
    se abre y se cierra
    como un abanico.
    Sobre el olivar
    hay un cielo hundido
    y una lluvia oscura
    de luceros fríos.
    Tiembla junco y penumbra
    a la orilla del río.
    Se riza el aire gris.
    Los olivos,
    están cargados
    de gritos.
    Una bandada
    de pájaros cautivos,
    que mueven sus larguísimas
    colas en lo sombrío.

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  46. L'ho trovata, la condivido idealmente e realmente

    Il salice piangente, di Antonella Iuliano

    Salice delle lacrime
    sul sentiero della vita,
    su di un viale dove i sogni
    trovan spazio per esistere
    prima d’esser asciugati
    dal vento arido della malinconia:
    muove le tue corde e fugge via.

    Salice che piangi
    E alla terra pieghi i tuoi rami,
    il cielo ti sovrasta.
    Egli non asciuga il tuo pianto,
    non ferma le sue nuvole
    che per il mondo vanno,
    a contemplare il tuo dolore.
    Salice che bagni il suolo,
    né tempesta che ti scuote,
    né sole che ti scalda,
    né luce né acqua che ti dan vita,
    fermeranno le tue lacrime,
    essi non odono il tuo tormento.
    Salice che abbassi le tue palpebre
    ogni cosa sulla terra guarda
    la quercia, il pino, il ciliegio e tutti
    gli arbusti e i fiori sgargianti
    nei loro mille colori, sorridere al
    cielo e tu puoi solo piangere,
    incapace di innalzare i tuoi rami alla vita.

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  47. Er Salice Piangente, di Trilussa

    - Che fatica sprecata ch'è la tua!
    - diceva er Fiume a un Salice Piangente
    che se piagneva l'animaccia sua -
    Perchè te struggi a ricordà un passato
    se tutto quer che fu nun è più gnente?
    Perfino li rimpianti più sinceri
    finisce che te sciupeno er cervello
    per quello che desideri e che speri.
    Più ch'a le cose che so' state ieri
    pensa a domani e cerca che sia bello!

    Er Salice fiottò: - Pe' parte mia
    nun ciò né desideri né speranze:
    io so' l'ombrello de le rimambranze
    sotto una pioggia de malinconia:
    e, rassegnato, aspetto un'alluvione
    che in un tramonto me se porti via
    co' tutti li ricordi a pennolone.

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  48. Questa poesiuola viene dal film "Papà Ho Trovato Un Amico" di Howard Zieff, ed e' di Vada Sultenfuss (Anna Chlumsky).

    Salice piangente con lacrime a forma di ramo,
    perché piangi e non rispondi se ti chiamo?
    E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare?
    E perché non è potuto restare?

    Sulle tue fronde si arrampicava
    e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava

    Con la tua ombra vinceva l'estate
    pensavi fossero eterne le sue risate?

    Smetti di piangere salice piangente
    perché questo piangere non servirà a niente,
    credi che la morte te lo abbia tolto,
    che non tornerà mai,

    ma cercalo nel tuo cuore,
    lo ritroverai.

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  49. Come salice piangente, di Cristina Biga

    Come salice piangente
    Arcuate verso il basso
    le mie stanche spalle
    come basto d'asino cariche
    di troppo peso,
    lo specchio rotto riflette frammenti di vita
    le schegge conficcate nella pelle
    per non scordare mai...

    Come rami di salice piangente
    grondanti acqua di temporale estivo
    stillo lacrime dalle ciglia
    da occhi ormai chiusi, perduta volontà
    di riaprirli alla luce
    accecante il mio cuore...

    Radici imprigionate da fango
    qui sarà la fine-
    -due braccia forti scuotono il tronco
    cadono tutte le lacrime,
    bonificata la terra intorno...

    Col tuo amore
    rasserenato hai il cielo
    soffiato caldo vento asciugando i rami,
    scagliato via il basto,
    da salice piangente
    sono magnolia in fiore...

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  50. SALICE PIANGENTE. di Aury.S.

    La solitudine
    è nei tuoi occhi,
    scrigni segreti di dolci sogni
    intessuti nel ricordo
    senza fine

    Il dolore
    è nei tuoi silenzi,
    mute parole sussurrate
    dal cuore ai venti
    dell'inverno

    Salice solo e piangente
    nella vita del giardino
    che più non ti sfiora
    chiudi la chioma
    alla luce del giorno
    che muore

    Corpo d'ebano
    su cui si stagliano
    le pungenti brezze
    della sera

    Rami nudi
    sotto il pallido raggio
    che scolora

    Mani vuote
    ancor disposte
    nella carezza del viaggio

    Sulle tue foglie
    petali e sorrisi di primavera
    si sciolgono
    in una lacrima

    che cade
    sul volto dell'anima

    mentre nel buio
    di una stanza
    ondeggia il rumore
    di un battito
    infinito
    inascoltato
    rintocco d'Amore...

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  51. Salice piangente

    In un riverbero di cielo,
    Immerso in un verdeggiante
    Drappeggio e in un
    Salice nato al margine
    Del lago ti ho rivisto.
    È l’alba ed una lacrima
    Solca il mio volto, essa
    Rifulge raggiante un raggio di sole
    Che carezza la nivea pelle, quel tocco
    Caldo fa sorgere un gelido ricordo.
    Come il piangente albero
    Piango al rimembrar di una
    Persona, la cui vita è giunta
    Da tempo al suo tramonto.
    Il salice è un caro amico
    Comprende la mestizia del mio animo
    E sofferente partecipa al mio dolore.

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  52. Non piangere salice piangente...
    Dal film: "Papà ho trovato un amico". Bellissima!

    Salice piangente con lacrime a forma di ramo,
    perché piangi e non rispondi se ti chiamo?
    E perché un giorno lui ti ha dovuto lasciare?
    E perché non è potuto restare?

    Sulle tue fronde si arrampicava
    e con la sua piccola mano leggera ti accarezzava

    Con la tua ombra vinceva l'estate
    pensavi fossero eterne le sue risate?

    Smetti di piangere salice piangente
    perché questo piangere non servirà a niente,
    credi che la morte te lo abbia tolto,
    che non tornerà mai,

    ma cercalo nel tuo cuore,
    lo ritroverai.

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  53. Anna Maria19/11/14, 12:12

    Mi ricordo i pioppi del Rio Salto, in una poesia indimenticabile. Declamata in parte alle elementari, studiata alle medie, e passata a memoria eterna.

    LA CAVALLA STORNA, di Giovanni Pascoli


    Nella Torre il silenzio era già alto.
    Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
    I cavalli normanni alle lor poste
    frangean la biada con rumor di croste.
    Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
    nata tra i pini su la salsa spiaggia;
    che nelle froge avea del mar gli spruzzi
    ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
    Con su la greppia un gomito, da essa
    era mia madre; e le dicea sommessa:
    "O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
    Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
    il primo d'otto tra miei figli e figlie;
    e la sua mano non toccò mai briglie.
    Tu che ti senti ai fianchi l'uragano,
    tu dài retta alla sua piccola mano.
    Tu ch'hai nel cuore la marina brulla,
    tu dài retta alla sua voce fanciulla".
    La cavalla volgea la scarna testa
    verso mia madre, che dicea più mesta:
    "O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    lo so, lo so, che tu l'amavi forte!
    Con lui c'eri tu sola e la sua morte.
    O nata in selve tra l'ondate e il vento,
    tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
    sentendo lasso nella bocca il morso,
    nel cuor veloce tu premesti il corso:
    adagio seguitasti la tua via,
    perché facesse in pace l'agonia..."
    La scarna lunga testa era daccanto
    al dolce viso di mia madre in pianto.
    "O cavallina, cavallina storna,
    che portavi colui che non ritorna;
    oh! due parole egli dové pur dire!
    E tu capisci, ma non sai ridire.
    Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
    con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
    con negli orecchi l'eco degli scoppi,
    seguitasti la via tra gli alti pioppi:
    lo riportavi tra il morir del sole,
    perché udissimo noi le sue parole".
    Stava attenta la lunga testa fiera.
    Mia madre l'abbracciò su la criniera
    "O cavallina, cavallina storna,
    portavi a casa sua chi non ritorna!
    a me, chi non ritornerà più mai!
    Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
    Tu non sai, poverina; altri non osa.
    Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
    Tu l'hai veduto l'uomo che l'uccise:
    esso t'è qui nelle pupille fise.
    Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
    E tu fa cenno. Dio t'insegni, come".
    Ora, i cavalli non frangean la biada:
    dormian sognando il bianco della strada.
    La paglia non battean con l'unghie vuote:
    dormian sognando il rullo delle ruote.
    Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
    disse un nome... Sonò alto un nitrito.

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  54. Anna Maria19/11/14, 12:14

    Questa invece nasce da una passione recente, Hikmet

    Veder cadere le foglie
    Veder cadere le foglie mi lacera dentro
    soprattutto le foglie dei viali
    Soprattutto se sono ippocastani
    soprattutto se passano dei bimbi
    soprattutto se il cielo è sereno
    soprattutto se ho avuto, quel giorno,
    una buona notizia
    soprattutto se il cuore, quel giorno,
    non mi fa male
    soprattutto se credo, quel giorno,
    che quella che amo mi ami
    soprattutto se quel giorno
    mi sento d’accordo
    con gli uomini e con me stesso.
    Veder cadere le foglie mi lacera dentro
    soprattutto le foglie dei viali
    dei viali d’ippocastani.
    Nazim Hikmet

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  55. Anna Maria19/11/14, 12:17

    E questa e' per me

    Soldati - Salvatore Quasimodo
    Bosco di Courton luglio 1918

    Si sta come
    d'autunno
    sugli alberi
    le foglie.

    RispondiElimina
  56. Johann Wolfgang Goethe

    Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
    Nel verde fogliame splendono arance d'oro
    Un vento lieve spira dal cielo azzurro
    Tranquillo è il mirto, sereno l'alloro
    Lo conosci tu bene?
    Laggiù, laggiù
    Vorrei con te, o mio amato, andare!

    Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
    Im dunklen Laub die Goldorangen glühn,
    Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
    Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht,
    Kennst du es wohl?
    Dahin! Dahin
    Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn!

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  57. Sotto i tigli d'aprile, poesia di Mauri Huis

    Sotto i tigli, d'aprile
    tra le foglie ancora chiare
    vario e mobile appare
    l'intenso cielo primaverile.
    Le nubi più strane
    v'intessono nuove trame
    mentre vanno, vengono
    e dissolvono
    e nel contrasto
    che fanno i rami scuri
    col verde fluorescente
    che brulica di chiaroscuri
    divaga leggera la mente.
    Bello pensare allora
    che ciò che si vede sia meno
    di ciò che s'ignora
    bello pensare
    che una nuova stagione arriva
    e con essa una nuova speranza
    che la vecchia tradiva.
    Bello pensare che è bello
    starsene stesi sull'erba a far nulla
    solo a pensare ai fiori
    all'estate, al mare
    e all'eterno ciclo del mondo
    per una volta accogliente e giocondo
    in sintonia con noi.
    Bello pensare che poi
    sarà maggio
    poi giugno
    poi luglio ed agosto
    e poi
    di nuovo autunno
    un autunno sereno
    con tutte le foglie dei tigli
    color dell'arcobaleno.

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  58. concludo con una filastrocca carina

    Sotto l'albero del tiglio
    ho veduto grano e loglio
    e un grazioso quadrifoglio.
    Io cercavo l'erba-voglio,
    tra le foglie, sotto il tiglio,
    ma ho trovato solo miglio,
    un cespuglio di cerfoglio,
    fiori rossi di trifoglio:
    Ma non c'era l'erba-voglio!

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  59. Bosco d'autunno

    Ha messo chiome il bosco d'autunno.
    Vi dominano buio, sogno e quiete.
    né scoiattoli, né civette o picchi
    lo destano dal sogno.
    E il sole pei sentieri dell'autunno
    entrando dentro quando cala il giorno
    si guarda intorno bieco con timore
    cercando in esso trappole nascoste.

    Boris Pasternak

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  60. Hermann Hesse, Quercia potata

    Ti abbiamo tagliato,
    albero!
    Come sei spoglio e bizzarro.
    Cento volte hai patito,
    finché tutto in te fu solo tenacia
    e volontà!
    Io sono come te. Non ho
    rotto con la vita
    incisa, tormentata
    e ogni giorno mi sollevo dalle
    sofferenze e alzo la fronte alla luce.
    Ciò che in me era tenero e delicato,
    il mondo lo ha deriso a morte,
    ma indistruttibile è il mio essere,
    sono pago, conciliato.
    Paziente genero nuove foglie
    Da rami cento volte sfrondati
    e a dispetto di ogni pena
    rimango innamorato
    del mondo folle.

    (traduzione Italiana di Adriana Apa, da Il coraggio di ogni giorno, 1998)



    Hermann Hesse, Gestutzte Eiche – 1919

    Wie haben sie dich, Baum, verschnitten
    Wie stehst du fremd und sonderbar!
    Wie hast du hundertmal gelitten,
    Bis nichts in dir als Trotz und Wille war!
    Ich bin wie du, mit dem verschnittnen,
    Gequälten Leben brach ich nicht
    Und tauche täglich aus durchlittnen
    Roheiten neu die Stirn ins Licht.
    Was in mir weich und zart gewesen,
    Hat mir die Welt zu Tod gehöhnt,
    Doch unzerstörbar ist mein Wesen,
    Ich bin zufrieden, bin versöhnt,
    Geduldig neue Blätter treib ich
    Aus Ästen hundertmal zerspellt,
    Und allem Weh zu Trotze bleib ich
    Verliebt in die verrückte Welt.
    (Hermann Hesse, Die Gedichte, 1919)

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  61. Quanto è distante
    da questo mondo
    il ciliegio selvatico?

    Furumaru (Yamamoto Tsunetomo)

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  62. Sotto bianche nuvole,
    presso il ciliegio in fiore,
    ci siamo appena incontrati.

    Kisui (Tashiro Tsuramoto)

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  63. Mondo di sofferenza:
    eppure i ciliegi
    sono in fiore.

    Issa

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  64. Cadono i fiori di ciliegio
    sugli specchi d'acqua della risaia: stelle,
    al chiarore di una notte senza luna.

    Yosa Buson

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  65. Attila Jozsef: Vorrei essere un melo selvatico

    Vorrei essere un melo selvatico,
    un ramificato melo selvatico;
    e così ogni bambino affamato
    coperto dalle mie ombre
    si sazierebbe del mio corpo.

    Vorrei essere un melo selvatico,
    così ogni singolo orfano,
    allo scorrere delle lacrime amare,
    mi verrebbe a trovare e con le sue lacrime
    annaffierebbe la mia radice.

    Vorrei essere un melo selvatico,
    che al rinsecchirsi
    venisse tagliato da babbo inverno,
    con le fiamme asciugherebbe
    le lacrime degli orfani mesti.

    E, se davvero fossi un melo selvatico,
    sulla terra vi sarebbe felicità, e
    da nessuna parte mestizia, dolore
    e le teste sorridenti non
    verrebbero minacciate di dover migrare.

    (1921)

    Traduzione di Tomaso Kemeny

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  66. Pubblico volentieri alcune poesie sui fiori di pesco, un albero in cui spero di reincarnarmi secondo una recente teoria.

    Rami di pesco di Ada Negri

    Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
    sotto l’aspro alternar delle ventate
    chiaccianti come fruste sulle facce
    di chi va, di chi viene, una vecchietta
    vende rami di pesco.
    O primavera
    per pochi soldi! O riso, o tremolìo
    di stelle rosee su bagnate pietre!

    Scompare agli occhi miei la strada urbana
    con fango e folla e strider di convogli
    sulle rotaie, e saettar nemico
    d’automobili in corsa. Ecco, e in un campo
    mi trovo: è verde, di frumento appena
    sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
    con la promessa delle fronde al sommo
    dei rami avvolti in una nebbia d’oro:
    e peschi: oh, lievi, oh, gracili, d’un rosa
    che non è della terra: ch’è di tuniche
    d’angeli, scesi a benedire i primi
    germogli, e pronti, a un alito di brezza,
    a rivolar da nube a nube in cielo.

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  67. Fiori rosa, fiori di pesco di Mogol Battisti, perché è poesia pura

    Fiori di rosa
    Fiori di pesco
    Fiori rosa,
    fiori di pesco, c’eri tu
    fiori nuovi,
    stasera esco, ho un anno di più
    stessa strada, stessa porta.
    Scusa se son venuto qui questa sera
    da solo non riuscivo a donnine perché
    di notte ho ancor bisogno di te
    fammi entrare per favore
    solo credevo di volare e non volo
    credevo che l’azzurro di due occhi per me
    fosse sempre cielo, non è
    fosse sempre cielo, non è
    posso stringerti le mani
    come sono fredde tu tremi
    no, non sto sbagliando mi ami
    dimmi che è vero
    dimmi che è vero
    dimmi che è vero
    dimmi che è vero
    dimmi che noi non siamo stati mai lontani
    dimmi che è vero
    ieri era oggi, oggi è già domani
    dimmi che è vero
    è vero...
    Dimmi che è vero...
    Scusa credevo proprio che tu fossi sola
    credevo non ci fosse nessuno con te
    oh scusami tanto se puoi
    signore chiedo scusa anche a lei
    ma io ero proprio fuori di me
    io ero proprio fuori di me
    quando dicevo
    posso stringerti le mani
    come sono fredde tu tremi
    no, non sto sbagliando mi ami
    dimmi che è vero
    dimmi che è vero
    dimmi che è vero... vero vero vero
    dimmi che è vero
    dimmi che è vero....

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  68. Il fiore di pesco di Sabrina Ronchieri

    Velluto rosa
    fiore di pesco...

    Tra il verde della primavera
    profumi le campane a nozze...

    Tenero giorno
    tu che ne assapori
    ingenuamente sul nascere...

    Velluto rosa
    fiore di pesco...

    Il vento ti accarezza
    movenze sensuali...
    colori di passione...
    L'abbraccio alla sempre
    nuova primavera...

    Velluto rosa
    fiore di pesco...

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  69. ..e sono alberi a spezzare il cielo
    sono passi silenziosi
    i pugni in tasca
    sono i tuoi occhi
    che non rivedrò …
    ..e sono ombre
    che seguirò
    sono parole
    che non hanno voce
    sono le tue mani
    che non stringerò..
    ..e sono alberi a spezzare il cielo
    nuvole bianche
    nell'azzurro velo
    e la tua bocca
    che non bacerò..
    sono giorni che non riavrò…

    maurizio

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  70. SAI CHE GLI ALBERI PARLANO?
    Si parlano. Parlano l'un con l'altro,
    e parlano a te, se li stai ad ascoltare.
    Ma gli uomini bianchi non ascoltano.
    Non hanno mai pensato
    che valga la pena di ascoltare noi indiani,
    e temo che non ascolteranno nemmeno
    le altri voci della Natura.
    Io stesso ho imparato molto dagli alberi:
    talvolta qualcosa sul tempo,
    talvolta qualcosa sugli animali,
    talvolta qualcosa sul Grande Spirito.

    Tatanga Mani (Bisonte Che Cammina 1871 - 1967)

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  71. PREGHIERA AD UN GIOVANE ALBERO DI CEDRO
    Guardami, amico!
    Sono venuto per chiederti il tuo vestito.
    Sono venuto per chiederti il tuo vestito.
    Tu ci dai tutto quello di cui abbiamo bisogno:
    il tuo legno, la tua corteccia, i tuoi rami
    e le fibre delle tue radici,
    poiché tu hai pietà di noi.
    Tu sei volentieri pronto a darci il tuo vestito.
    Io sono venuto a pregarti per questo,
    donatore di lunga vita;
    poiché io voglio fare di te un cestino per le radici di giglio.
    Io ti prego, amico, non essere adirato con me
    e non essere adirato con me,
    per quello che ora sto per fare con te.
    E ti prego, amico,
    racconta anche ai tuoi amici,
    per che cosa sono venuto da te.
    Proteggimi, amico!
    Tieni la malattia lontana da me,
    che io non perisca per malattia o in guerra, o amico!

    Preghiera degli Indiani Kwakiutl

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  72. Si accendono e si spengono
    gli alberi di Natale.
    Si accendono e si radunano
    grandi e piccini intorno.
    I rami si trasformano
    con le bacche rosse e i fili d'or,
    risplendono e sfavillano
    gli alberi di Natale.

    (Canto tradizionale tedesco)

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  73. Poesie nel camposanto, in memoria di alberi recisi
    di Francesco M. T. Tarantino

    «Quello che resta son solo radici
    che non fanno alcun ombra e marciranno
    ho dato ristoro e giorni felici
    alle preghiere che ormai finiranno
    ascoltavo i lamenti sotto terra
    e con i miei rami li portavo al cielo
    perché le cicatrici della guerra
    fossero lenite da freddo e gelo
    oltre ai patemi raccoglievo gioie
    e soddisfazioni per piccole glorie
    dalle pieghe dei rami a feritoie
    sentivo narrare piccole storie
    rancori di donne con le cesoie
    nei rosari di terre e di memorie»

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  74. Gli alberi spogli

    Ascolta: ho incontrato nei versi
    la gioia che dura,
    la felicità degli altri.
    Io scrivo con cura
    la verità dei miei giorni;
    l'amore per me è finito,
    ora incontro la vita:
    la mia notte più scura.

    C'erano giorni assolati
    e risi di visi passati;
    a volte ho ancora quel riso
    illuso sul viso marhiato.
    Ma non è più la vita di prima.
    Cadevano le foglie da chiome
    illuminate fin sui nostri
    corpi di minuscoli bambini
    stesi a terra perchè a volte
    ci facevamo male
    ed assaggiavamo l'amaro
    di questo nostro esistere
    sotto i raggi del sole.
    Ora le mie ginocchia sono intatte,
    non perdo sangue da tempo,
    ma come quelle foglie morte
    sotto i miei primi passi,
    mi disintegro lento.

    Allora poggio la testa al muro
    e vivo una pienezza
    di dolore.

    Federico Ghillino

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  75. MOTIVO AUTUNNALE

    Soffia sui campi la tramontana;
    gli alberi scuote.
    e dai rami inariditi
    stacca le morte foglie.
    Il vento le sparge,
    lontano per i campi:
    restan sol i neri fusti
    che tristi agitano i rami spogli.

    P. Javorov

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  76. Poesia di J. R. Jimenez - Alberi spogli

    Quante foglie sono cadute
    la notte scorsa!
    Pare che gli alberi
    si sian girati sottosopra
    e abbiano adesso
    la chioma in terra
    e le radici in cielo.

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  77. I platani non se ne accorsero - di Aurelio Zucchi

    Mano d’alba talentuosa
    dipinse nuovissime luci
    su larghe chiome assonnate
    di platani assai infreddoliti.

    Avevano il respiro quieto
    di chi si aspetta l’abbraccio del sole.

    Ed era già mattino quando
    silenzio e fruscio di brezza
    colmarono da subito i vuoti
    tra un tronco e l’altro ancora brinosi.

    Fu, quella, tenera solitudine
    fino al primo grido d’arrotino.

    Poi si sentì un gran vocìo
    di bimbi o forse loro madri,
    il netto profumo di brioche,
    il fragore di una saracinesca.

    I platani non se ne accorsero,
    calde ormai erano le foglie.

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  78. Pioppi al tramonto di G. Vaj Pedotti

    Io so chi colora
    di rosso, nell’ora
    già prossima a sera,
    il cielo, soffuso di un pallido blu:
    i giovani pioppi
    a specchio nell’acqua laggiù.
    Li ho visti piegare il pennello
    dell’agile chioma
    e intingerlo dentro il ruscello
    di limpida porpora, sempre, a quell’ora.
    Poi, subito ritti, con zelo
    svettando; striare di rosso
    la pagina chiara del cielo.
    So ancora
    nel suo folleggiare nel fosso
    nel suo folleggiare monello
    si lascia sfuggire talora
    qua e là qualche macchia vermiglia
    che a nube sospesa somiglia.

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  79. Pini in cortile, di anonimo cinese

    Crescono i pini
    di fronte alla scala.
    Toccano coi rami il muro
    della casa dai tegoli bruni;
    e di mattina e di sera
    li visita il vento e la luna.
    Nelle tempeste d’autunno
    sussurrano un verso vago;
    contro il sole d’estate
    ci prestano un’ombra fresca.
    Nel colmo della primavera
    una pioggia sottile, a sera,
    riempie le loro foglie
    d’un carico di perle pendule;
    e alla fine dell’anno,
    il tempo della gran neve
    stampa sui loro rami
    una trina lucente.

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  80. Il ciliegio (G. Fanciulli)

    Ho un ciliegio nell’orto
    (proprio sotto al murello)
    vecchio, rugoso e storto,
    che rinnova il mantello
    ad ogni primavera;
    e tra le nuove foglie,
    quando viene la sera,
    i passeri raccoglie.
    Nel sussurrar del vento,
    tra il cinguettar vivace,
    parla, sereno e lento:
    “Son vecchio, ma mi piace
    allargare i miei rami
    nell’aria cilestrina,
    udir questi richiami
    di sera e di mattina…”.
    “Se poi i dolci frutti”
    un passero gli dice
    “te li mangiamo tutti,
    ancora sei felice?”
    “Ma sì!” lieto risponde
    il ciliegio. “La vira
    di queste annose fronde
    se non dona… è finita”.

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  81. Oregon City Oregon28/11/14, 16:17

    These are truly great ideas in on the topic of blogging. You have touched some nice points here. Any way keep up wrinting.

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  82. Abete, di Ingeborg Bachmann (Invocazione all’Orsa Maggiore)

    Orsa Maggiore, scendi irsuta notte,
    animale dal vello di nuvole
    e gli occhi antichi,occhi stellari;
    sbucano dall’intrico scintillanti
    le tue zampe e gli artigli,
    artigli stellari; vigili custodiamo le greggi,
    pur ammaliati da te, e diffidiamo
    dei tuoi lombi stanchi
    e delle zanne aguzze per metà scoperte,
    vecchia Orsa.
    Una pigna , il vostro mondo.
    Voi, le scaglie intorno.
    Io lo spingo, lo rotolo,
    dagli abeti in principio
    agli abeti alla fine:
    lo fiuto, lo tento col muso,
    e con le zampe l’abbranco.
    Abbiate o non abbiate timore:
    versate l’obolo nella borsa sonante e date
    una buona parola all’uomo cieco,
    che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
    E insaporite bene gli agnelli.
    potrebbe, quest’ Orsa, strappare i lacci,
    non più minacciare ma dare
    la caccia a tutte le pigne cadute
    dagli abeti, i grandi abeti alati
    precipitati dal paradiso.

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  83. Rabindranath Tagore

    S’e’ fatto tardi, nel cammino,
    il ciliegio e’ fiorito,
    il giorno e’ passato invano, o diletta:
    ma poi e’ apparsa l’azalea,
    portando il sorriso
    del tuo perdono.

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  84. L'assiuolo, di Giovanni Pascoli

    Dov’era la luna? ché il cielo
    notava in un’alba di perla,
    ed ergersi il mandorlo e il melo
    parevano a meglio vederla.
    Venivano soffi di lampi
    da un nero di nubi laggiù;
    veniva una voce dai campi:
    chiù...
    Le stelle lucevano rare
    tra mezzo alla nebbia di latte:
    sentivo il cullare del mare,
    sentivo un fru fru tra le fratte;
    sentivo nel cuore un sussulto,
    com’eco d’un grido che fu.
    Sonava lontano il singulto:
    chiù...
    Su tutte le lucide vette
    tremava un sospiro di vento:
    squassavano le cavallette
    finissimi sistri d’argento
    (tintinni a invisibili porte
    che forse non s’aprono più?...);
    e c’era quel pianto di morte...
    chiù...

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  85. Spettacolare raccolta di poemi e poeti. Complimenti per la bellezza appena sentita.

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  86. La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke 1)

    Alberi della vita, oh, quando giunge
    l’Inverno su di voi?
    Fusi non siamo in unità concorde:
    come gli uccelli migratori, ai rami.
    Sopravanzati sempre, e troppo tardi,
    incavalchiamo i vènti all’improvviso;
    e cadiamo entro stagni inospitali.
    Nel senso del fiorire, è incluso già
    il senso, in noi, dell’appassir fiorendo;
    mentre vi son leoni, in altre plaghe,
    che vanno e che non sanno
    (fin quando, in loro, è maestà di forze)
    la perentoria sorte del declino.

    Ma noi, quando ci assorbe
    tutti un obbietto,
    un altro ne avvertiamo, che si sfoggia
    a contrastargli, duplice, lo spazio.
    L’ostilità degli uomini e del mondo:
    ecco, la vicinanza più vicina.
    Anche gli Amanti, che, nel mutuo darsi,
    spazio si promettean fuga ed asilo,
    urtano senza posa uno nell’altro:
    come in un duro limite di pietra.
    Penosamente,
    alla forma dell’Attimo nel tempo
    si propani uno sfondo di contrasto,
    su cui spicchi più chiara ai nostri sguardi.
    … La vita è sempre esplicita e lampante.
    D’ogni senso, per noi, si manifesta
    solo ciò che lo plasma dal di fuori:
    non il profilo in cui si circoscrive.
    Chi non sedette innanzi al proprio cuore,
    trepido come innanzi ad un velario?
    Si aprì… Sullo scenario di un addio.
    Uno scenario noto. Vi oscillava
    il solito giardino. Lentamente.
    E venne il Danzatore.
    Non Lui. Ma la sua maschera nel mondo.
    Anche se si fa lieve ad ogni gesto,
    è travestito. E tornerà, fra poco,
    il borghesuccio che (quando rincasa)
    per la cucina, accede alla sua stanza.
    Non voglio queste maschere incompiute!
    Meglio la marionetta, ch’è totale.
    Sopporterò l’involucro ed i fili,
    e quel suo vólto fatto di apparenza.
    Eccomi. Sono pronto allo spettacolo.
    Anche se adesso muoiono le lampade,
    ed una voce mormora: Si chiude;
    anche se spira dalla scena il vuoto
    in un soffio di cenere e di freddo;
    anche se accanto non mi siede, muto,
    neppur uno de’ miei defunti antichi;
    ecco, rimango. Ché qualcosa resta,
    da contemplare.

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    1. La quarta Elegia – Rainer Maria Rilke 2)

      …. E non è giusto?
      Tu, padre mio, cui tanto amara parve
      la vita, assaporando l’amarezza
      di questa mia nei primi sorsi lenti
      del mio destino,
      e che tornavi a rigustarlo, mentre
      cresceva col mio crescere; e, turbato
      da un sì strano sapore di futuro,
      scrutavi in fondo al velo de’ miei sguardi;
      padre, che dentro me (anche defunto)
      séguiti spesso a vivere di angoscia
      in ogni mia speranza:
      ed abbandoni
      (solo a partecipar, di così poco,
      al mio destino) la sovrana immensa
      pace dei morti;
      non è giusto, padre?
      E voi, creature,
      voi che mi amaste per l’esiguo inizio
      d’amore ch’io vi diedi; e donde súbito
      mi allontanavo,
      perché lo spazio di quel vostro vólto
      mi sconfinava — amato — per gli spazii
      del mondo, in cui non eravate più;
      non è giusto, creature?
      Non è giusto, se attendere mi piace
      innanzi al palco delle marionette?
      E farmi, dentro, tutto quanto, e solo,
      occhi voraci ?… In sino a quando, alfine,
      a pareggiare il peso degli sguardi,
      ecco un Angelo attore: che discende
      sovra quel palco,
      per raddrizzar le marionette in piedi.
      La marionetta e l’Angelo, nel mondo.
      Ed ora, lo spettacolo incomincia.
      Compaginata, alfine, è l’unità,
      che noi, vivendo, dissociammo ognora.
      Dalle nostre stagioni, ora soltanto,
      il ciclo dell’intiera metamorfosi
      si compie e chiude.
      Adesso sopra noi, fuori di noi,
      è l’Angelo che recita nel mondo.
      Guarda! I morenti non sospetterebbero
      fino a qual punto tutto ciò che nasce
      dal nostro agire è solamente inganno.
      Nulla è, davvero, ciò che sembra essere.
      Ore beate dell’infanzia, quando
      dietro ogni forma respirava, intenso,
      più che il passato; e innanzi a noi non era
      ancóra l’avvenire!
      Noi crescevamo. E ci assillava l’ansia
      di farci grandi in fretta, per coloro
      cui non restava più ch’essere grandi.
      E nel nostro cammino solitario,
      era la gioia, in noi, di ciò che dura.
      Si viveva, così, nell’intervallo
      ch’è tra il balocco e il mondo:
      in uno spazio primigenio, fatto
      solo per contenere un puro evento.

      Chi mai darà figura
      all’essenza ineffabile del bimbo?
      Chi, Stella, lo porrà fra l’altre stelle,
      e in mano gli darà la sua misura:
      la misura infinita del distacco?
      Chi renderà la morte del fanciullo
      col tozzo grigio che diviene pietra,
      o gliela lascierà — torso di pomo —
      nella bocca rotonda e piccolina?
      Nel mistero scrutar degli omicidi,
      è agevol cosa. Ma questo: la morte,
      tutta la morte, — prima della vita —
      chiudere tanto dolcemente in sé,
      senza rancore;
      è questo, l’indicibile prodigio.

      Rainer Maria Rilke

      (Traduzione di Vincenzo Errante)

      da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

      ***

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    2. Die vierte Elegie - Rainer Maria Rilke

      O Bäume Lebens, o wann winterlich?
      Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zug-
      vögel verständigt. Überholt und spät,
      so drängen wir uns plötzlich Winden auf
      und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
      Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
      Und irgendwo gehn Löwen noch und wissen,
      solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

      Uns aber, wo wir Eines meinen, ganz,
      ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
      ist uns das Nächste. Treten Liebende
      nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
      die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
      Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
      ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
      daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
      mit uns. Wir kennen den Kontur
      des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
      Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
      Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.
      Leicht zu verstehen. Der bekannte Garten,
      und schwankte leise: dann erst kam der Tänzer.
      Nicht der. Genug! Und wenn er auch so leicht tut,
      er ist verkleidet und er wird ein Bürger
      und geht durch seine Küche in die Wohnung.
      Ich will nicht diese halbgefüllten Masken,
      lieber die Puppe. Die ist voll. Ich will
      den Balg aushalten und den Draht und ihr
      Gesicht aus Aussehn. Hier. Ich bin davor.
      Wenn auch die Lampen ausgehn, wenn mir auch
      gesagt wird: Nichts mehr –, wenn auch von der Bühne
      das Leere herkommt mit dem grauen Luftzug,
      wenn auch von meinen stillen Vorfahrn keiner
      mehr mit mir dasitzt, keine Frau, sogar
      der Knabe nicht mehr mit dem braunen Schielaug:
      Ich bleibe dennoch. Es giebt immer Zuschaun.

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    3. Die vierte Elegie - Rainer Maria Rilke 2)

      Hab ich nicht recht? Du, der um mich so bitter
      das Leben schmeckte, meines kostend, Vater,
      den ersten trüben Aufguß meines Müssens,
      da ich heranwuchs, immer wieder kostend
      und, mit dem Nachgeschmack so fremder Zukunft
      beschäftigt, prüftest mein beschlagnes Aufschaun, –
      der du, mein Vater, seit du tot bist, oft
      in meiner Hoffnung, innen in mir, Angst hast,
      und Gleichmut, wie ihn Tote haben, Reiche
      von Gleichmut, aufgiebst für mein bißchen Schicksal,
      hab ich nicht recht? Und ihr, hab ich nicht recht,
      die ihr mich liebtet für den kleinen Anfang
      Liebe zu euch, von dem ich immer abkam,
      weil mir der Raum in eurem Angesicht,
      da ich ihn liebte, überging in Weltraum,
      in dem ihr nicht mehr wart…: wenn mir zumut ist,
      zu warten vor der Puppenbühne, nein,
      so völlig hinzuschaun, daß, um mein Schauen
      am Ende aufzuwiegen, dort als Spieler
      ein Engel hinmuß, der die Bälge hochreißt.
      Engel und Puppe: dann ist endlich Schauspiel.
      Dann kommt zusammen, was wir immerfort
      entzwein, indem wir da sind. Dann entsteht
      aus unsern Jahreszeiten erst der Umkreis
      des ganzen Wandelns. Über uns hinüber
      spielt dann der Engel. Sieh, die Sterbenden,
      sollten sie nicht vermuten, wie voll Vorwand
      das alles ist, was wir hier leisten. Alles
      ist nicht es selbst. O Stunden in der Kindheit,
      da hinter den Figuren mehr als nur
      Vergangnes war und vor uns nicht die Zukunft.
      Wir wuchsen freilich und wir drängten manchmal,
      bald groß zu werden, denen halb zulieb,
      die andres nicht mehr hatten, als das Großsein.
      Und waren doch, in unserem Alleingehn,
      mit Dauerndem vergnügt und standen da
      im Zwischenraume zwischen Welt und Spielzeug,
      an einer Stelle, die seit Anbeginn
      gegründet war für einen reinen Vorgang.

      Wer zeigt ein Kind, so wie es steht? Wer stellt
      es ins Gestirn und giebt das Maß des Abstands
      ihm in die Hand? Wer macht den Kindertod
      aus grauem Brot, das hart wird, – oder läßt
      ihn drin im runden Mund, so wie den Gröps
      von einem schönen Apfel?…… Mörder sind
      leicht einzusehen. Aber dies: den Tod,
      den ganzen Tod, noch vor dem Leben so
      sanft zu enthalten und nicht bös zu sein,
      ist unbeschreiblich.

      Rainer Maria Rilke

      da “Duineser Elegie”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

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