domenica 18 novembre 2012

Poesie - Federico García Lorca


(Antología Poética 1918-1934)

Melodía de Invierno

Manãna de invierno. Silencio. Neblina.
La vega aplanada exhala luz divina.
Mudos los jardines bellos.
Cielo azul. Fuentes heladas.
Mustias rosas escarchadas.
Blancos e turbios destellos.

Una madre andrajosa cruza el jardin.
Tiene el sol un crescendo.
Suaves nubes infinitan el confín
su finito esparciendo.

La madre suspira...
El niño se mueve inquieto
Dibujando a través de los paños
La forma de su esqueleto.

Dolorosa dulzura en el ambiente.
Soleada tibieza.
Cielo azul. Mustias rosas.
Tranquila grandeza.

Mañana de invierno
Cargada de pereza.


MELODIA D'INVERNO
Mattino d'inverno. Silenzio. Nebbia fitta.
Vega spianata emana luce divina.
Muti i giardini belli.
Cielo azzurro. Fontane gelate.
Rose vizze brinate.
Bianchi e torbidi scintillii.
Una madre cenciosa traversa il giardino.
Il sole ha un crescendo.
Nubi delicate fanno infinito il confine.
Spargendo il loro infinito.
La madre sospira...
Il bambino si muove inquieto
Disegnando attraverso i panni
La forma del suo scheletro.
Dolorosa dolcezza nell'aria.
Assolato tepore.
Cielo azzurro. Rose vizze.
Tranquilla grandezza.
Mattino d'inverno
Carico di pigrizia.





Guttuso, Fucilazione in campagna, 1937

dedicato a Federico Garcia Lorca


Come tutto il mondo letterario ed artistico, anche Guttuso fu sconvolto dalla vile e atroce fucilazione di Federico Garcia Lorca, grandissimo poeta e drammaturgo spagnolo, vittima della dittatura franchista, che lo perseguitò a causa delle sue diversità: era omosessuale e repubblicano. Molto di lui è ancora avvolto nel mistero: come non si è ancora riusciti ad individuare la sua salma, abbandonata in una fossa comune dopo la fucilazione, avvenuta nel 1936, così pure non si è ancora riusciti a ricostruire l'intera sua opera letteraria. Rimane comunque una delle voci più importanti della cultura del '900.



Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca (Spagna 1898-1936)
EL  POETA  ANDALUSO



Federico Garcia Lorca e Salvador Dalì

75 commenti:

  1. Grande, dolcissimo poeta. Assieme a Neruda, il mio preferito

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    1. Diceva di lui Pablo Neruda, suo grande amico:
      "Federico García Lorca era lo spirito scialacquatore, l’allegria centrifuga, che raccoglieva in seno e irradiava, come un pianeta, la felicità di vivere. Ingenuo e commediante, cosmico e provinciale, singolare musicista, splendido mimo, timido e superstizioso, raggiante e gentile: era una sorta di riassunto delle età della Spagna, della fioritura popolare; un prodotto arabico-andaluso che illuminava e profumava, come un gelsomino, tutta la scena di quella Spagna, ahimè!, scomparsa.... La grande capacità di metafora di García Lorca mi seduceva e mi interessava tutto ciò che scriveva. Dal canto suo, lui mi chiedeva a volte di leggergli le mie ultime poesie e, a metà della lettura, mi interrompeva gridando: «Non continuare, non continuare, ché mi influenzi!». Nel teatro e nel silenzio, nella folla e nel decoro, era un moltiplicatore della bellezza. Non ho mai veduto un tipo con così tanta magia nelle mani. Non ho mai avuto un fratello più allegro di lui. Rideva, cantava, musicava, saltava, inventava, crepitava"
      E' possibile trovare parole cosi sorprendentemente belle per descrivere un amico?? credo proprio di no..

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  2. Un poeta delicato e sensibile, per questo il contrasto con la sua terribile e immeritata morte è così sconvolgente. Leggete queste poche righe, e ditemi cosa ne pensate:

    "Ascolta, figlio, il silenzio.
    È un silenzio ondulato,
    un silenzio,
    dove scivolano valli ed echi
    e che piega le fronti
    al suolo."

    Federico Garcia Lorca

    Questo è il silenzio che ci piega al suolo, pensando a cosa gli è stato fatto.

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    1. ecco l'originale

      EL SILENCIO - FEDERICO GARCIA LORCA (POEMA DE LA SIGUIRIYA GITANA)

      Oye, hijo mío, el silencio.
      Es un silencio ondulado,
      un silencio,
      donde resbalan valles y ecos
      y que inclina las frentes
      hacia el suelo.

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  3. CI SONO ANIME - FEDERICO GARCIA LORCA

    Ci sono anime che hanno
    stelle azzurre,
    mattini secchi
    tra le foglie del tempo
    e angoli casti
    che conservano un vecchio
    rumore di nostalgia
    e di sogni.
    Altre anime hanno
    dolenti spettri
    di passioni. Frutta
    con vermi. Echi
    di una voce bruciata
    che viene da lontano
    come una corrente
    d'ombre. Ricordi
    vuoti di pianto
    e briciole di baci.
    La mia anima è matura
    da molto tempo
    e si sgretola
    piena di mistero.
    Pietre giovanili
    rose dal sogno
    cadono sull'acqua
    dei miei pensieri.
    Ogni pietra dice:
    «Dio è molto lontano!»

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    1. "Hay almas que tienen azules luceros,
      manãnas marchitas entre hojas del tiempo,
      y castos rincones que guardan
      un viejo rumor de nostalgias y sueños.
      Otras almas tienen dolientes espectros de pasiones.
      Frutas com gusanos.
      Ecos de una voz quemada que viene de lejos
      como una corriente de sombras.
      Recuerdos vacíos de llanto y migajas de besos.
      Mi alma está madura hace mucho tiempo,
      y se desmorona turbia de misterio.
      Piedras juveniles roídas de ensueño
      caen sobre las aguas de mis pensamientos.
      Cada piedra dice: Dios está muy lejos.."

      Federico Garcia Lorca

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  4. Si mis manos pudieran deshojar
    Federico García Lorca .

    Yo pronuncio tu nombre
    en las noches oscuras,
    cuando vienen los astros
    a beber en la luna
    y duermen los ramajes
    de las frondas ocultas.
    Y yo me siento hueco
    de pasión y de música.
    Loco reloj que canta
    muertas horas antiguas.
    Yo pronuncio tu nombre,
    en esta noche oscura,
    y tu nombre me suena
    más lejano que nunca.
    Más lejano que todas las estrellas
    y más doliente que la mansa lluvia.
    ¿Te querré como entonces
    alguna vez? ¿Qué culpa
    tiene mi corazón?
    Si la niebla se esfuma,
    ¿qué otra pasión me espera?
    ¿Será tranquila y pura?
    ¡¡Si mis dedos pudieran
    deshojar a la luna!!
    Se le mie mani potessero
    sfogliare

    Io pronuncio il tuo nome
    nelle notti oscure,
    quando giungono gli astri
    a bere nella luna,
    e dormono i rami
    delle fronde occulte.
    Ed io mi sento vuoto
    di passione e di musica.
    Folle orologio che canta
    antiche ore defunte.
    Io pronuncio il tuo nome
    in questa notte oscura,
    e il tuo nome mi suona
    più lontano che mai.
    Più lontano di tutte le stelle
    e più dolente della mite pioggia.
    Ti amerò come allora
    qualche volta? Che colpa
    ha commesso il mio cuore?
    Se la nebbia si scioglie
    quale nuova passione mi aspetta?
    Sarà tranquilla e pura?
    Se le mie dita potessero
    sfogliare la luna!!

    Granada 10 Novembre 1919
    La poesia di Federico Garcia Lorca è centrata principalmente sui temi del destino e della morte anche se io ho scelto una bellissima poesia di amore.

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  5. MariaTeresa18/11/12, 19:06

    "In Federico tutto era ispirazione; la sua vita, così meravigliosamente
    in armonia con la sua opera,
    fu il trionfo della libertà,
    e fra la sua vita e la
    sua opera v’è uno scambio spirituale e fisico
    così costante,
    così appassionato e fecondo,
    che le rende
    eternamente indivisibili"

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  6. Sui rami dell'alloro
    camminano due colombe oscure.
    L'una era il sole,
    l'altra la luna.
    "Casigliane mie," chiesi,
    "dove sta la mia sepoltura?"
    "Nella mia coda", disse il sole.
    "Nella mia gola", disse la luna.
    Ed io che andavo camminando
    con la terra alla cintola
    vidi due aquile di neve
    e una ragazza nuda.
    L'una era l'altra
    e la ragazza era nessuna.
    "Care aquile," chiesi,
    "dove sta la mia sepoltura?"
    "Nella mia coda", disse il sole.
    "Nella mia gola", disse la luna.
    Sui rami dell'alloro
    vidi due colombe nude.
    L'una era l'altra
    ed entrambe nessuna.

    F.G.Lorca

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    1. Por las ramas del laurel - (Federico García Lorca - Paco Ibáñez)

      Por las ramas del laurel
      van dos palomas oscuras.
      La una era el sol,
      la otra era la luna.

      ”Vecinita”, les dije,
      ”¿dónde está mi sepultura?”
      ”En mi cola”, dijo el sol.
      ”En mi garganta”, dijo la luna.

      Yo que estaba caminando
      con la tierra a la cintura
      vi dos águilas de mármol
      y una muchacha desnuda.

      Por las ramas del laurel
      van dos palomas oscuras.
      La una era la otra
      y la muchacha era ninguna.

      ”Aguilita”, les dije,
      ”¿dónde está mi sepultura?”
      ”En mi cola”, dijo el sol.
      ”En mi garganta”, dijo la luna.

      Por las ramas del cerezo
      vi dos palomas desnudas.
      La una era la otra
      y las dos eran ninguna.

      Por las ramas del laurel
      van dos palomas oscuras.

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  7. LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS (1935)
    1
    La cogida y la muerte

    A las cinco de la tarde.
    Eran las cinco en punto de la tarde.
    Un niño trajo la blanca sábana
    a las cinco de la tarde.
    Una espuerta de cal ya prevenida
    a las cinco de la tarde.
    Lo demás era muerte y sólo muerte
    a las cinco de la tarde.
    El viento se llevó los algodones
    a las cinco de la tarde.
    Y el óxido sembró cristal y níquel
    a las cinco de la tarde.
    Ya luchan la paloma y el leopardo
    a las cinco de la tarde.
    Y un muslo con un asta desolada
    a las cinco de la tarde.
    Comenzaron los sones de bordón
    a las cinco de la tarde.
    Las campanas de arsénico y el humo
    a las cinco de la tarde.

    En las esquinas grupos de silencio
    a las cinco de la tarde.
    ¡Y el toro solo corazón arriba!
    a las cinco de la tarde.
    Cuando el sudor de nieve fue llegando
    a las cinco de la tarde,
    cuando la plaza se cubrió de yodo
    a las cinco de la tarde,
    la muerte puso huevos en la herida
    a las cinco de la tarde.
    A las cinco de la tarde.
    A las cinco en punto de la tarde.

    Un ataúd con ruedas es la cama
    a las cinco de la tarde.
    Huesos y flautas suenan en su oído
    a las cinco de la tarde.
    El toro ya mugía por su frente
    a las cinco de la tarde.
    El cuarto se irisaba de agonía
    a las cinco de la tarde.
    A lo lejos ya viene la gangrena
    a las cinco de la tarde.
    Trompa de lirio por las verdes ingles
    a las cinco de la tarde.
    Las heridas quemaban como soles
    a las cinco de la tarde,
    y el gentío rompía las ventanas
    a las cinco de la tarde.
    A las cinco de la tarde.
    ¡Ay qué terribles cinco de la tarde!
    ¡Eran las cinco en todos los relojes!
    ¡Eran las cinco en sombra de la tarde!


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    1. 1
      Il cozzo e la morte
      Alle cinque della sera.
      Eran le cinque in punto della sera.
      Un bambino portò il lenzuolo bianco
      alle cinque della sera.
      Una sporta di calce già pronta
      alle cinque della sera.
      Il resto era morte e solo morte
      alle cinque della sera.
      Il vento portò via i cotoni
      alle cinque della sera.
      E l’ossido seminò cristallo e nichel
      alle cinque della sera.
      Già combatton la colomba e il leopardo
      alle cinque della sera.
      E una coscia con un corno desolato
      alle cinque della sera.
      Cominciarono i suoni di bordone
      alle cinque della sera.
      Le campane d’arsenico e il fumo
      alle cinque della sera.
      Negli angoli gruppi di silenzio
      alle cinque della sera.
      Solo il toro ha il cuore in alto!
      alle cinque della sera.
      Quando venne il sudore di neve
      alle cinque della sera,
      quando l’arena si coperse di iodio
      alle cinque della sera,
      la morte pose le uova nella ferita
      alle cinque della sera.
      Alle cinque della sera.
      Alle cinque in punto della sera.

      Una bara con ruote è il letto
      alle cinque della sera.
      Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
      alle cinque della sera.
      Il toro già mugghiava dalla fronte
      alle cinque della sera.
      La stanza s’iridava d’agonia
      alle cinque della sera.
      Da lontano già viene la cancrena
      alle cinque della sera.
      Tromba di giglio per i verdi inguini
      alle cinque della sera.
      Le ferite bruciavan come soli
      alle cinque della sera.
      E la folla rompeva le finestre
      alle cinque della sera.
      Alle cinque della sera.
      Ah, che terribili cinque della sera!
      Eran le cinque a tutti gli orologi!
      Eran le cinque in ombra della sera!

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  8. LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS (1935)
    2
    La sangre derramada

    ¡Que no quiero verla!
    Dile a la luna que venga,
    que no quiero ver la sangre
    de Ignacio sobre la arena.

    ¡Que no quiero verla!

    La luna de par en par,
    caballo de nubes quietas,
    y la plaza gris del sueño
    con sauces en las barreras.

    ¡Que no quiero verla!
    Que mi recuerdo se quema.
    ¡Avisad a los jazmines
    con su blancura pequeña!

    ¡Que no quiero verla!

    La vaca del viejo mundo
    pasaba su triste lengua
    sobre un hocico de sangres
    derramadas en la arena,
    y los toros de Guisando,
    casi muerte y casi piedra,
    mugieron como dos siglos,
    hartos de pisar la tierra.

    No.
    ¡Que no quiero verla!

    Por las gradas sube Ignacio
    con toda su muerte a cuestas.
    Buscaba el amanecer,
    y el amanecer no era.
    Busca su perfil seguro,
    y el sueño lo desorienta.
    Buscaba su hermoso cuerpo
    y encontrò su sangre abierta.
    ¡No me digáis que la vea!
    No quiero sentir el chorro
    cada vez con menos fuerza;
    ese chorro que ilumina
    los tendidos y se vuelca
    sobre la pana y el cuero
    de muchedumbre sedienta.
    ¿Quién me grita que me asome?
    ¡No me digáis que la vea!

    No se cerraron sus ojos
    cuando vio los cuernos cerca,
    pero las madres terribles
    levantaron la cabeza.
    Y a través de las ganaderías
    hubo un aire de voces secretas,
    que gritaban a toros celestes
    mayorales de pálida niebla.

    No hubo príncipe en Sevilla
    que comparársele pueda,
    ni espada como su espada
    ni corazón tan de veras.
    Como un río de leones
    su maravillosa fuerza,
    y como un torso de mármol
    su dibujada prudencia.
    Aire de Roma andaluza
    le doraba la cabeza
    donde su risa era un nardo
    de sal y de inteligencia.
    ¡Qué gran torero en la plaza!
    ¡Qué buen serrano en la sierra!
    ¡Qué blando con las espigas!
    ¡Qué duro con las espuelas!
    ¡Qué tierno con el rocío!
    ¡Qué deslumbrante en la feria
    ¡Qué tremendo con las últimas
    banderillas de tiniebla!

    Pero ya duerme sin fin.
    Ya los musgos y la hierba
    abren con dedos seguros
    la flor de su calavera.
    Y su sangre ya viene cantando:
    cantando por marismas y praderas,
    resbalando por cuernos ateridos,
    vacilando sin alma por la niebla,
    tropezando con miles de pezuñas
    como una larga, oscura, triste lengua,
    para formar un charco de agonía
    junto al Guadalquivir de las estrellas.

    ¡Oh blanco muro de España!
    ¡Oh negro toro de pena!
    ¡Oh sangre dura de Ignacio!
    ¡Oh ruiseñor de sus venas!

    No.
    ¡Que no quiero verla!
    Que no hay cáliz que la contenga,
    que no hay golondrinas que se la beban,
    no hay escarcha de luz que la enfríe,
    no hay canto ni diluvio de azucenas,
    no hay cristal que la cubra de plata.
    No.
    ¡¡Yo no quiero verla!!

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    1. 2
      Il sangue versato

      Non voglio vederlo!
      Di’ alla luna che venga,
      ch’io non voglio vedere il sangue
      d’Ignazio sopra l’arena.

      Non voglio vederlo!

      La luna spalancata.
      Cavallo di quiete nubi,
      e l’arena grigia del sonno
      con salici sullo steccato.

      Non voglio vederlo!
      Il mio ricordo si brucia.
      Ditelo ai gelsomini
      con il loro piccolo bianco!

      Non voglio vederlo!

      La vacca del vecchio mondo
      passava la sua triste lingua
      sopra un muso di sangue
      sparso sopra l’arena,
      e i tori di Guisando,
      quasi morte e quasi pietra,
      muggirono come due secoli
      stanchi di batter la terra.

      No.
      Non voglio vederlo!

      Sui gradini salì Ignazio
      con tutta la sua morte addosso.
      Cercava l’alba,
      ma l’alba non era.
      Cerca il suo dritto profilo,
      e il sogno lo disorienta.
      Cercava il suo bel corpo
      e trovò il suo sangue aperto.
      Non ditemi di vederlo!
      Non voglio sentir lo zampillo
      ogni volta con meno forza:
      questo getto che illumina
      le gradinate e si rovescia
      sopra il velluto e il cuoio
      della folla assetata.
      Chi mi grida d’affacciarmi?
      Non ditemi di vederlo!

      Non si chiusero i suoi occhi
      quando vide le corna vicino,
      ma le madri terribili
      alzarono la testa.
      E dagli allevamenti
      venne un vento di voci segrete
      che gridavano ai tori celesti,
      mandriani di pallida nebbia.
      Non ci fu principe di Siviglia
      da poterglisi paragonare,
      né spada come la sua spada
      né cuore così vero.
      Come un fiume di leoni
      la sua forza meravigliosa,
      e come un torso di marmo
      la sua armoniosa prudenza.
      Aria di Roma andalusa
      gli profumava la testa
      dove il suo riso era un nardo
      di sale e d’intelligenza.
      Che gran torero nell’arena!
      Che buon montanaro sulle montagne!
      Così delicato con con le spighe!
      Così duro con gli speroni!
      Così tenero con la rugiada!
      Così abbagliante nella fiera!
      Così tremendo con le ultime
      banderillas di tenebra!

      Ma ormai dorme senza fine.
      Ormai i muschi e le erbe
      aprono con dita sicure
      il fiore del suo teschio.
      E già viene cantando il suo sangue:
      cantando per maremme e praterie,
      sdrucciolando sulle corna intirizzite,
      vacillando senz’anima nella nebbia,
      inciampando in mille zoccoli
      come una lunga, scura, triste lingua,
      per formare una pozza d’agonia
      vicino al Guadalquivir delle stelle.

      Oh, bianco muro di Spagna!
      Oh, nero toro di pena!
      Oh, sangue forte d’Ignazio!
      Oh, usignolo delle sue vene!

      No.
      Non voglio vederlo!
      Non v’è calice che lo contenga,
      non rondini che se lo bevano,
      non v’è brina di luce che lo ghiacci,
      né canto né diluvio di gigli,
      non v’è cristallo che lo copra d’argento.
      No.
      Io non voglio vederlo!!

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  9. LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS (1935)
    3
    Cuerpo presente

    La piedra es una frente donde los sueños gimen
    sin tener agua curva ni cipreses helados.
    La piedra es una espalda para llevar al tiempo
    con árboles de lágrimas y cintas y planetas.

    Yo he visto lluvias grises correr hacia las olas
    levantando sus tiernos brazos acribillados,
    para no ser cazadas por la piedra tendida
    que desata sus miembros sin empapar la sangre.

    Porque la piedra coge simientes y nublados,
    esqueletos de alondras y lobos de penumbra;
    pero no da sonidos, ni cristales, ni fuego,
    sino plazas y plazas y otra plaza sin muros.

    Ya está sobre la piedra Ignacio el bien nacido.
    Ya se acabó; ¿qué pasa? Contemplad su figura:
    la muerte le ha cubierto de pálidos azufres
    y le ha puesto cabeza de oscuro minotauro.

    Ya se acabó. La lluvia penetra por su boca.
    El aire como loco deja su pecho hundido,
    y el Amor, empapado con lágrimas de nieve,
    se calienta en la cumbre de las ganaderías.

    ¿Qué dicen? Un silencio con hedores reposa.
    Estamos con un cuerpo presente que se esfuma,
    con una forma clara que tuvo ruiseñores
    y la vemos llenarse de agujeros sin fondo.

    ¿Quién arruga el sudario? ¡No es verdad lo que dice!
    Aquí no canta nadie, ni llora en el rincón,
    ni pica las espuelas, ni espanta la serpiente:
    aquí no quiero más que los ojos redondos
    para ver ese cuerpo sin posible descanso.

    Yo quiero ver aquí los hombres de voz dura.
    Los que doman caballos y dominan los ríos:
    los hombres que les suena el esqueleto y cantan
    con una boca llena de sol y pedernales.

    Aquí quiero yo verlos: Delante de la piedra.
    Delante de este cuerpo con las riendas quebradas.
    Yo quiero que me enseñen dónde está la salida
    Para este capitán atado por la muerte.

    Yo quiero que me enseñen un llanto como un río
    que tenga dulces nieblas y profundas orillas,
    para llevar el cuerpo de Ignacio y que se pierda
    sin escuchar el doble resuello de los toros.

    Que se pierda en la plaza redonda de la luna
    que finge cuando niña doliente res inmóvil;
    que se pierda en la noche sin canto de los peces
    y en la maleza blanca del humo congelado.

    No quiero que le tapen la cara con pañuelos
    para que se acostumbre con la muerte que lleva.
    Vete, Ignacio: No sientas el caliente bramido.
    Duerme, vuela, reposa: ¡También se muere el mar!

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    1. 3
      Corpo presente

      La pietra è una fronte dove i sogni gemono
      senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.
      La pietra è una spalla per portare il tempo
      Con alberi di lagrime e nastri e pianeti.
      Ho visto piogge grigie correre verso le onde
      alzando le tenere braccia crivellate
      per non esser prese dalla pietra stesa
      che scioglie le loro membra senza bere il sangue.

      Perché la pietra coglie semenze e nuvole,
      scheletri d’allodole e lupi di penombre,
      ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,
      ma arene e arene e un’altra arena senza muri.

      Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
      Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:
      la morte l’ha coperto di pallidi zolfi
      e gli ha messo una testa di scuro minotauro.

      Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
      Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
      e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,
      si riscalda in cima agli allevamenti.

      Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
      Siamo con un corpo presente che sfuma,
      con una forma chiara che ebbe usignoli
      e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo.

      Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!
      Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
      né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
      qui non voglio altro che gli occhi rotondi
      per veder questo corpo senza possibile riposo.

      Voglio veder qui gli uomini di voce dura.
      Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
      gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
      con una bocca piena di sole e di rocce.

      Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.
      Davanti a questo corpo con le redini spezzate.
      Voglio che mi mostrino l’uscita
      per questo capitano legato dalla morte.

      Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
      ch’abbia dolci nebbie e profonde rive
      per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
      senza ascoltare il doppio fiato dei tori.

      Si perda nell’arena rotonda della luna
      che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;
      si perda nella notte senza canto dei pesci
      e nel bianco spineto del fumo congelato.

      Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti
      perché s’abitui alla morte che porta.
      Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.
      Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare!

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  10. LAMENTO PER IGNACIO SÁNCHEZ MEJÍAS (1935)
    4
    Alma ausente

    No te conoce el toro ni la higuera,
    ni caballos ni hormias de tu casa.
    No te conoce el niño ni la tarde
    porque te has muerto para siempre.

    No te conoce el lomo de la piedra,
    ni el raso negro donde te destrozas.
    No te conoce tu recuerdo mudo
    porque te has muerto para siempre.

    El Otoño vendrá con caracolas,
    uva de niebla y montes agrupados,
    pero nadie querrá mirar tus ojos
    porque te has muerto para siempre.

    Porque te has muerto para siempre,
    como todos los muertos de la Tierra,
    como todos los muertos que se olvidan
    en un montón de perros apagados.

    No te conoce nadie. No. Pero yo te canto.
    Yo canto para luego tu perfil y tu gracia.
    La madurez insigne de tu conocimiento.
    Tu apetencia de muerte y el gusto de su boca.
    La tristeza que tuvo tu valiente alegría.

    Tardará mucho tiempo en nacer, si es que nace,
    un andaluz tan claro, tan rico de aventura.
    Yo canto su elegancia con palabras que gimen
    y recuerdo una brisa triste por los olivos.

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    1. 4
      Anima assente

      Non ti conosce il toro né il fico,
      né i cavalli né le formiche di casa tua.
      Non ti conosce il bambino né la sera
      perché sei morto per sempre.
      Non ti conosce il dorso della pietra,
      né il raso nero dove ti distruggi.
      Non ti conosce il tuo ricordo muto
      perché sei morto per sempre.

      Verrà l’autunno con conchiglie,
      uva di nebbia e monti aggruppati,
      ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
      perché sei morto per sempre.

      Perché sei morto per sempre,
      come tutti i morti della Terra,
      come tutti i morti che si scordano
      in un mucchio di cani spenti.

      Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
      Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
      L’insigne maturità della tua conoscenza.
      Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
      La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

      Tarderà molto a nascere, se nasce,
      un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
      Io canto la sua eleganza con parole che gemono
      e ricordo una brezza triste negli ulivi.

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  11. Più nota semplicemente come "Alle cinque della sera", questa splendida poesia in quattro parti, che ho voluto mettere per intero, è il tributo immortale che Federico Garcia Lorca dedica ad un grande amico, il torero Ignacio Sànchez Mejias, morto durante la sua ultima corrida. La sensibilità del poeta esplode letteralmente in un immenso dolore.

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    1. Non voglio vederlo! Grida il poeta. Anch'io lo grido, mai più sono sicura mi capiterà di assistere ad una corrida. Ma questo lamento in morte di un torero (morto come solo ad un torero può succedere) va ben oltre le contemporanee indignazioni. E' il pianto di un amico, che ha perso qualcuno di caro; è il grido disperato di chi sa che mai più, e per sempre, potrà condividere ancora pensieri, momenti, sofferenze e piccole gioie. E segreti, e ironia affettuosa, e fiducia, e affetto. Quello che rimane è solo un ricordo, quello che rimane è il sangue nell'arena.

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  12. "L'amore non si può raccontare,
    non si può raccontare,
    non si può raccontare.
    Molto distante è la dolcezza,
    nascosta in un mare,
    in eterno vagare.
    Molto vicina è l'amarezza."

    Non poteva esibire il suo amore, e questo gli provocava profondi turbamenti. Un poeta grandissimo. Ross

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    1. "El amor no se puede contar,
      no se puede contar,
      no se puede contar.
      Muy lejos està la dulzura,
      escondida en un mar,
      en eterno vagar.
      Muy cercana està la amargura."

      (da Canzone Desolata - Federico Garcia Lorca)

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  13. "Solo il tuo cuore ardente
    e niente più.
    Il mio paradiso un campo
    senza usignolo né lire,
    con un fiume discreto
    e una fontanella.
    Senza lo sprone del vento
    sopra le fronde
    né la stella che vuole
    essere foglia.
    Una grandissima luce
    che fosse lucciola
    di un'altra,
    in un campo
    di sguardi viziosi.
    Un riposo chiaro
    e lì i nostri baci,
    nèi sonori dell'eco,
    si aprirebbero molto lontano.
    Il tuo cuore ardente,
    niente più"
    Federico Garcia Lorca)

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    1. SOLO TU CORAZON CALIENTE - FEDERICO GARCIA LORCA

      Solo tu corazón caliente,
      y nada más.

      Mi paraíso un campo
      sin ruiseñor
      ni liras,
      con un río discreto
      y una fuentecilla.

      Sin la espuela del viento
      sobre la fronda,
      ni la estrella que quiere
      ser hoja.

      Una enorme luz
      que fuera
      luciérnaga
      de otra,
      en un campo de
      miradas rotas.

      Un reposo claro
      y allí nuestros besos,
      lunares sonoros
      del eco,
      se abrirían muy lejos.

      Y tu corazón caliente,
      nada más.

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  14. posso aggiungere questa bellissima poesia?

    VOZ SECRETA DEL AMOR OSCURO - F.G. LORCA

    Ay voz secreta del amor oscuro
    ¡ay balido sin lanas! ¡ay herida!
    ¡ay aguja de hiel, camelia hundida!
    ¡ay corriente sin mar, ciudad sin muro!
    ¡Ay noche inmensa de perfil seguro,
    montaña celestial de angustia erguida!
    ¡ay perro en corazón, voz perseguida!
    ¡silencio sin confín, lirio maduro!
    Huye de mí, caliente voz de hielo,
    no me quieras perder en la maleza
    donde sin fruto gimen carne y cielo.
    Deja el duro marfil de mi cabeza,
    apiádate de mí, ¡rompe mi duelo!
    ¡que soy amor, que soy naturaleza!

    VOCE SEGRETA DELL'AMORE OSCURO - F.G. LORCA

    Oh voce segreta dell’amore oscuro!
    oh belato senza lana, oh ferita,
    camelia sfiorita, ago di fiele,
    flusso senz’acqua, città senza mura!

    Oh notte immensa di linea sicura,
    monte celeste di protesa angoscia!
    Cane nel cuore, oh voce inseguita!
    Silenzio senza fine, iris maturo!

    Voce ardente di gelo, via da me!
    Non farmi perdere nella sterpaglia
    dove gemono carne e cielo sterili.

    Libera il duro avorio della testa,
    pietà di me, spezza il mio dolore!
    Perché sono natura, sono amore!

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    1. Scusate approfitto allora per pubblicare,una parte di una poesia che trovo magnifica

      Banderuola
      ........
      Senza vento,
      credimi
      gira, cuore
      gira, cuore.
      Brezze, gnomi e venti
      di nessun luogo.
      Zanzare della rosa
      di petali a piramide.
      Alisei filtrati
      fra gli alberi rudi,
      flauti nella burrasca
      lasciatemi
      Il mio ricordo
      trascina pesanti catene
      e l'uccello è prigioniero
      quando disegna di trilli la sera

      Le cose che se ne vanno non tornano più
      F.Garcia Lorca
      Sembrerebbe , che quasi silenziosamente,questo poeta ci stia conquistando,egli vive e palpita attraverso ogni sua poesia:la sensibilità,la dolcezza,l'intelligenza di quest'uomo ci arriva e si infila inesorabilmente nella nostra mente lasciandone tracce..le sue parole,i suoi versi,le sue storie ,colpiscono e vanno a segno.Inevitabilmente un poeta si ama sempre di più leggendolo,perchè si conosce e si esplora l'animo ed i sentimenti che lo hanno guidato;se alla fine della poesia..si è assaliti da una strana calma,un benessere interiore anche se intriso di mestizia..e ci si sente appagati..leniti,curati..accarezzati dai suoi versi, non v'è dubbio siamo di fronte ad un grande..

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    2. Che bella! La riporto per intero, nella versione originale.

      VELETA - Federico García Lorca

      Viento del Sur,
      moreno, ardiente,
      llegas sobre mi carne,
      trayéndome semilla
      de brillantes
      miradas, empapado
      de azahares.

      Pones roja la luna
      y sollozantes
      los álamos cautivos, pero vienes
      ¡demasiado tarde!
      ¡Ya he enrollado la noche de mi cuento
      en el estante!

      Sin ningún viento,
      ¡hazme caso!,
      gira, corazón;
      gira, corazón.

      Aire del Norte,
      ¡oso blanco del viento!
      Llegas sobre mi carne
      tembloroso de auroras
      boreales,
      con tu capa de espectros
      capitanes,
      y riyéndote a gritos
      del Dante.
      ¡Oh pulidor de estrellas!
      Pero vienes
      demasiado tarde.
      Mi almario está musgoso
      y he perdido la llave.

      Sin ningún viento,
      ¡hazme caso!,
      gira, corazón;
      gira, corazón.

      Brisas, gnomos y vientos
      de ninguna parte.
      Mosquitos de la rosa
      de pétalos pirámides.
      Alisios destetados
      entre los rudos árboles,
      flautas en la tormenta,
      ¡dejadme!
      Tiene recias cadenas
      mi recuerdo,
      y está cautiva el ave
      que dibuja con trinos
      la tarde.

      Las cosas que se van no vuelven nunca,
      todo el mundo lo sabe,
      y entre el claro gentío de los vientos
      es inútil quejarse.
      ¿Verdad, chopo, maestro de la brisa?
      ¡Es inútil quejarse!

      Sin ningún viento.
      ¡hazme caso!
      gira, corazón;
      gira, corazón.

      Federico García Lorca
      Libro de Poemas (1921)

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    3. e questa è la traduzione:

      BANDERUOLA - FEDERICO GARCIA LORCA

      Vento del sud,
      bruno, ardente,
      scendi sulla mia carne
      e porti semi
      di sguardi
      brillanti col profumo
      d'aranceti.

      Fai arrossire la luna
      e singhiozzare
      i pioppi prigionieri, ma vieni
      troppo tardi!
      Ho già deposto la notte del mio racconto
      nello scaffale.

      Senza vento,
      credimi,
      gira, cuore;
      gira, cuore.

      Vento del nord,
      orso bianco del vento!
      Scendi sulla mia carne
      tremante d'aurore
      boreali
      col tuo strascico di spettri
      capitani
      e ridendo
      di Dante.
      O pulitore di stelle!
      Ma vieni
      troppo tardi.
      La casa dell'anima è coperta di muschio
      e ho perso la chiave,

      Senza vento,
      credimi,
      gira, cuore;
      gira, cuore.

      Brezze, gnomi e venti
      di nessun luogo.
      Zanzare della rosa
      di petali a piramide.
      Alisei filtrati
      fra gli alberi rudi,
      flauti nella burrasca
      lasciatemi!
      Il mio ricordo
      trascina pesanti catene
      e l'uccello è prigioniero
      quando disegna di trilli
      la sera.

      Le cose che se ne vanno non tornano piú,
      tutti lo sanno,
      e fra l'illustre moltitudine dei venti
      è inutile lamentarsi.
      Non è vero, pioppo, maestro di brezza?
      È inutile lamentarsi.

      Senza vento,
      credimi,
      gira, cuore;
      gira, cuore.

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    4. Ed ecco la traduzione:

      BANDERUOLA - FEDERICO GARCIA LORCA

      Vento del sud,
      bruno, ardente,
      scendi sulla mia carne
      e porti semi
      di sguardi
      brillanti col profumo
      d'aranceti.

      Fai arrossire la luna
      e singhiozzare
      i pioppi prigionieri, ma vieni
      troppo tardi!
      Ho già deposto la notte del mio racconto
      nello scaffale.

      Senza vento,
      credimi,
      gira, cuore;
      gira, cuore.

      Vento del nord,
      orso bianco del vento!
      Scendi sulla mia carne
      tremante d'aurore
      boreali
      col tuo strascico di spettri
      capitani
      e ridendo
      di Dante.
      O pulitore di stelle!
      Ma vieni
      troppo tardi.
      La casa dell'anima è coperta di muschio
      e ho perso la chiave,

      Senza vento,
      credimi,
      gira, cuore;
      gira, cuore.

      Brezze, gnomi e venti
      di nessun luogo.
      Zanzare della rosa
      di petali a piramide.
      Alisei filtrati
      fra gli alberi rudi,
      flauti nella burrasca
      lasciatemi!
      Il mio ricordo
      trascina pesanti catene
      e l'uccello è prigioniero
      quando disegna di trilli
      la sera.

      Le cose che se ne vanno non tornano piú,
      tutti lo sanno,
      e fra l'illustre moltitudine dei venti
      è inutile lamentarsi.
      Non è vero, pioppo, maestro di brezza?
      È inutile lamentarsi.

      Senza vento,
      credimi,
      gira, cuore;
      gira, cuore.

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  15. Perdonatemi, ma io vorrei aggiungere questa ODE A SALVADOR DALI' assai diversa da quelle finora proposte:

    O Salvador Dalì, dalla voce olivastra! Non elogio il tuo imperfetto pennello adolescente né il tuo colore che corteggia il color del tuo tempo ma lodo le tue ansie d'eterno limitato.
    Anima igienica, vivi su marmi nuovi. Fugge l'oscura selva d'incredibili forme. La tua fantasia arriva dove le tue mani, e godi il sonetto del mare sulla tua finestra. Il mondo ha sorde penombre e disordine ai primi limiti che frequenta l'uomo. Ma già le stelle, nascondendo paesi, mostrano lo schema perfetto delle loro orbite.
    La corrente del tempo si calma e ordina nelle forme numeriche d'un secolo, di secoli. E la Morte vinta tremante si rifugia nello stretto circolo del minuto presente. Quando prendi la tavolozza, con un colpo in un'ala, chiedi la luce che anima la cima dell'olivo. Ampia luce di Minerva, costruttrice di impalcature, dove non entra il sogno né la sua flora inesatta.
    Chiedi la luce antica che rimane sulla fronte, senza scender sulla bocca né nel cuore dell'uomo. Luce che temono le intime viti di Bacco. e la forza disordinata che porta l'acqua curva. Fai bene a mettere bandierine d'avviso sul limite oscuro che brilla a notte.
    Come pittore non vuoi che ti blandisca la forma il cotone cangiante di una nube imprevista. Il pesce nel vaso e l'uccello nella gabbia. Non vuoi inventarli nel mare o nel vento. Stilizzi o copii dopo aver guardato con oneste pupille i loro corpicini agili.
    Ami una materia definita e esatta dove il fungo non possa alzare le sue tende. Ami l'architettura che costruisce nell'assente e ammetti la bandiera come un semplice scherzo. Dice il compasso d'acciaio il suo corto verso elastico. La sfera già smentisce isole sconosciute. Dice la linea retta il suo sforzo verticale e i sapienti cristalli cantano le loro geometrie. Ma anche la rosa del giardino dove vivi. Sempre la rosa, sempre, Nord e Sud di noi stessi! Tranquilla e concentrata come una statua cieca; ignorante di sforzi sotterranei che provoca. Rosa pura che lava da artifici e schizzi e ci apre le ali tenui del sorriso. (Farfalla inchiodata che medita il volo).
    Rosa dell'equilibrio senza dolori voluti. Sempre la rosa !O Salvador Dalì dalla voce olivastra! Dico ciò che mi dicono la tua persona e i tuoi quadri. Non lodo il tuo imperfetto pennello adolescente, ma canto la ferma direzione delle tue frecce.
    Canto il tuo bello sforzo di luci catalane, il tuo amore per quanto è spiegabile.
    Canto il tuo cuore astronomico e tenero, da carte francesi e senza nessuna ferita.
    Canto l'ansia di statua che insegui senza tregua, il timore dell'emozione che t'aspetta nella strada.
    Canto la sirenetta del mare che ti canta sopra la bicicletta di coralli e conchiglie.
    Ma anzitutto canto un comune pensiero che ci unisce nelle ore oscure e dorate. Non è l'Arte la luce che ci acceca gli occhi. Prima è l'amore, l'amicizia o la scherma.
    Prima del quadro che paziente disegni è il seno di Teresa, dalla pelle insonne, i ricci di Matilde l' ingrata, e la nostra amicizia dipinta come un giuoco dell'oca.
    Tracce dattilografiche di sangue sull'oro graffino il cuore di Catalogna eterna. Stelle come pugni senza falcone t'illuminino mentre fioriscono la tua pittura e la tua vita. Non guardare la clessidra con ali membranose né la dura falce delle allegorie. Vesti e spoglia sempre il tuo pennello nell'aria di fronte al mare popolato di barche e marinai.

    Federico Garcia Lorca

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    1. devo dividere la versione originale in due parti

      Federico García Lorca


      Oda a Salvador Dalí - 1)



      Una rosa en el alto jardín que tú deseas.
      Una rueda en la pura sintaxis del acero.
      Desnuda la montaña de niebla impresionista.
      Los grises oteando sus balaustradas últimas.

      Los pintores modernos en sus blancos estudios,
      cortan la flor aséptica de la raíz cuadrada.
      En las aguas del Sena un ice-berg de mármol
      enfría las ventanas y disipa las yedras.

      El hombre pisa fuerte las calles enlosadas.
      Los cristales esquivan la magia del reflejo.
      El Gobierno ha cerrado las tiendas de perfume.
      La máquina eterniza sus compases binarios.

      Una ausencia de bosques, biombos y entrecejos
      yerra por los tejados de las casas antiguas.
      El aire pulimenta su prisma sobre el mar
      y el horizonte sube como un gran acueducto.

      Marineros que ignoran el vino y la penumbra,
      decapitan sirenas en los mares de plomo.
      La Noche, negra estatua de la prudencia, tiene
      el espejo redondo de la luna en su mano.

      Un deseo de formas y límites nos gana.
      Viene el hombre que mira con el metro amarillo.
      Venus es una blanca naturaleza muerta
      y los coleccionistas de mariposas huyen.

      * * *

      Cadaqués, en el fiel del agua y la colina,
      eleva escalinatas y oculta caracolas.
      Las flautas de madera pacifican el aire.
      Un viejo dios silvestre da frutas a los niños.

      Sus pescadores duermen, sin ensueño, en la arena.
      En alta mar les sirve de brújula una rosa.
      El horizonte virgen de pañuelos heridos,
      junta los grandes vidrios del pez y de la luna.

      Una dura corona de blancos bergantines
      ciñe frentes amargas y cabellos de arena.
      Las sirenas convencen, pero no sugestionan,
      y salen si mostramos un vaso de agua dulce.

      * * *

      ¡Oh, Salvador Dalí, de voz aceitunada!
      No elogio tu imperfecto pincel adolescente
      ni tu color que ronda la color de tu tiempo,
      pero alabo tus ansias de eterno limitado.

      Alma higiénica, vives sobre mármoles nuevos.
      Huyes la oscura selva de formas increíbles.
      Tu fantasía llega donde llegan tus manos,
      y gozas el soneto del mar en tu ventana.

      El mundo tiene sordas penumbras y desorden,
      en los primeros términos que el humano frecuenta.
      Pero ya las estrellas ocultando paisajes,
      señalan el esquema perfecto de sus órbitas.

      La corriente del tiempo se remansa y ordena
      en las formas numéricas de un siglo y otro siglo.
      Y la Muerte vencida se refugia temblando
      en el círculo estrecho del minuto presente.

      Al coger tu paleta, con un tiro en un ala,
      pides la luz que anima la copa del olivo.
      Ancha luz de Minerva, constructora de andamios,
      donde no cabe el sueño ni su flora inexacta.

      Pides la luz antigua que se queda en la frente,
      sin bajar a la boca ni al corazón del bosque.
      Luz que temen las vides entrañables de Baco
      y la fuerza sin orden que lleva el agua curva.

      Haces bien en poner banderines de aviso,
      en el límite oscuro que relumbra de noche.
      Como pintor no quieres que te ablande la forma
      el algodón cambiante de una nube imprevista.

      El pez en la pecera y el pájaro en la jaula.
      No quieres inventarlos en el mar o en el viento.
      Estilizas o copias después de haber mirado,
      con honestas pupilas sus cuerpecillos ágiles.

      Amas una materia definida y exacta
      donde el hongo no pueda poner su campamento.
      Amas la arquitectura que construye en lo ausente
      y admites la bandera como una simple broma.

      Dice el compás de acero su corto verso elástico.
      Desconocidas islas desmiente ya la esfera.
      Dice la línea recta su vertical esfuerzo
      y los sabios cristales cantan sus geometrías.

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    2. Federico García Lorca -

      Oda a Salvador Dalí 2)

      Pero también la rosa del jardín donde vives.
      ¡Siempre la rosa, siempre, norte y sur de nosotros!
      Tranquila y concentrada como una estatua ciega,
      ignorante de esfuerzos soterrados que causa.

      Rosa pura que limpia de artificios y croquis
      y nos abre las alas tenues de la sonrisa
      (Mariposa clavada que medita su vuelo).
      Rosa del equilibrio sin dolores buscados.
      ¡Siempre la rosa!

      * * *

      ¡Oh, Salvador Dalí de voz aceitunada!
      Digo lo que me dicen tu persona y tus cuadros.
      No alabo tu imperfecto pincel adolescente,
      pero canto la firme dirección de tus flechas.

      Canto tu bello esfuerzo de luces catalanas,
      tu amor a lo que tiene explicación posible.
      Canto tu corazón astronómico y tierno,
      de baraja francesa y sin ninguna herida.

      Canto el ansia de estatua que persigues sin tregua,
      el miedo a la emoción que te aguarda en la calle.
      Canto la sirenita de la mar que te canta
      montada en bicicleta de corales y conchas.

      Pero ante todo canto un común pensamiento
      que nos une en las horas oscuras y doradas.
      No es el Arte la luz que nos ciega los ojos.
      Es primero el amor, la amistad o la esgrima.

      Es primero que el cuadro que paciente dibujas
      el seno de Teresa, la de cutis insomne,
      el apretado bucle de Matilde la ingrata,
      nuestra amistad pintada como un juego de oca.

      Huellas dactilográficas de sangre sobre el oro,
      rayen el corazón de Cataluña eterna.
      Estrellas como puños sin halcón te relumbren,
      mientras que tu pintura y tu vida florecen.

      No mires la clepsidra con alas membranosas,
      ni la dura guadaña de las alegorías.
      Viste y desnuda siempre tu pincel en el aire
      frente a la mar poblada de barcos y marinos.



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  16. Che dolce! Voglio postare la prima cosa che mi è venuta in mente scorrendo le poesie che avete già messo voi. Tratta dalla poesia di Rafael Alberti e portata al successo dagli Aguavia nei primi anni 70, è la bellissima:
    POETAS ANDALUCES, e la dedico a Fedrico Garcia Lorca.

    ¿Qué cantan los poetas andaluces de ahora?
    ¿qué miran los poetas andaluces de ahora?
    ¿qué sienten los poetas andaluces de ahora?

    Cantan con voz de hombre
    pero, ¿dónde los hombres?
    Con ojos de hombre miran
    pero, ¿dónde los hombres?
    Con pecho de hombre sienten
    pero, ¿dónde los hombres?

    Cantan, y cuando cantan parece que están solos
    Miran, y cuando miran parece que están solos
    Sienten, y cuando sienten parece que están solos

    ¿Qué cantan los poetas, poetas andaluces de ahora?
    ¿Qué miran los poetas, poetas andaluces de ahora?
    ¿Qué sienten los poetas, poetas andaluces de ahora?

    Y cuando cantan, parece que están solos
    Y cuando miran, parece que están solos
    Y cuando sienten, parece que están solos

    Y cuando cantan, parece que están solos
    Y cuando miran, parece que están solos
    Y cuando sienten, parece que están solos

    Pero, ¿dónde los hombres?

    ¿Es que ya Andalucía se ha quedado sin nadie?
    ¿Es que acaso en los montes andaluces no hay nadie?
    ¿que en los campos y mares andaluces no hay nadie?

    ¿No habrá ya quien responda a la voz del poeta,
    quien mire al corazón sin muro del poeta?
    Tantas cosas han muerto, que no hay más que el poeta

    Cantad alto, oireis que oyen otros oidos
    Mirad alto, vereis que miran otros ojos
    Latid alto, sabreis que palpita otra sangre

    No es más hondo el poeta en su oscuro subsuelo encerrado
    Su canto asciende a más profundo, cuando abierto en el aire
    ya es de todos los hombres

    Y ya tu canto es de todos los hombres
    Y ya tu canto es de todos los hombres

    Y ya tu canto es de todos los hombres
    Y ya tu canto es de todos los hombres

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  17. Ode dedicata da Pablo Nerusda al suo amico F.Garcia Lorca
    Sono costretta a dividerla in due parti perchè non è possibile superare un certo numero di caratteri
    Se potessi piangere di paura in una casa abbandonata,
    se potessi cavarmi gli occhi e mangiarmeli,
    lo farei per la tua voce di arancio in lutto
    e per la tua poesia che vien fuori gridando.
    Perchè per te dipingono di azzurro gli ospedali
    e crescono le scuole e i rioni sul mare
    e s’infoltiscono di piume gli angeli feriti
    e si rivestono di squame i pesci nuziali
    e i porcospini volano verso il cielo:
    per te le sartorie con le nere membrane
    si gremiscono di cucchiai e di sangue
    e inghiottono nastri rotti e si uccidono a baci
    e vestono di bianco.
    Quando voli vestito di pèsca,
    quando, ridendo, sembri sconvolto da un turbine,
    quando per cantare scuoti le arterie e i denti
    e la gola e le dita,
    vorrei morire tanto dolce sei,
    vorrei morire per i laghi rossi
    dove abiti avvolto dall’autunno
    con un corsiero caduto e un dio insanguinato,
    vorrei morire per i cimiteri
    che come fiumi di cenere passano
    con acque e tombe,di notte, le campane affogate:
    fiumi gremiti come camerate
    di soldati ammalati, che all’improvviso crescono
    verso la morte in fiumi con numeri di marmo
    e corone marcite e oli funerari:
    vorrei morire per vederti di notte
    mentre guardi passare le croci annegate,
    in piedi e piangendo,
    perchè davanti al fiume della morte
    piangi ferito e abbandonato,
    piangi piangendo, con gli occhi gonfi
    di lacrime, di lacrime, di lacrime.
    Se potessi di notte, perdutamente solo,
    accumulare oblio e ombra e fumo
    su ferrovie e vapori,
    con un imbuto nero,
    mordendo le ceneri,
    lo farei per l’albero in cui cresci,
    per i nidi d’acque dorate che raccogli
    e per il rampicante che ti riveste le ossa
    partecipandoti il segreto della notte.
    Città con odore di rorida cipolla
    attendono che tu passi col tuo canto arrochito
    e t’incalzano silenziose navi di sperma
    e verdi rondini fanno il nido nei tuoi capelli,
    e poi chiocciole e settimane,
    alberature avviluppate e ciliege
    si muovono per sempre se si affacciano
    la tua pallida testa di quindici occhi
    e la tua bocca di sangue inabissato.
    Se potessi impregnare i municipi di fuliggine,
    e coi singhiozzi abbattere orologi,
    lo farei per vedere quando a casa tua
    giunge l’estate con le labbra rotte,
    giunge una folla in abiti morenti,
    giungono plaghe di amaro splendore,
    giungono morti vomeri e papaveri,
    giungono uomini a cavallo e becchini,
    giungono astri e mappe insanguinate,
    giungono palombari coperti di cenere,
    giungono uomini in maschera che trascinano
    vergini trafitte da grandi coltelli,
    giungono radici, vene, ospedali,
    sorgive, formiche,
    giunge la notte col letto dove muore
    un ussaro tra i ragni solitario,
    giunge una rosa di odio e di spilli,
    giunge una nave dal colore scialbo,
    giunge un giorno di vento con un bimbo,
    giungo io con Oliverio, Norah,
    Vicente Aleixandre, Delia,
    .. Concha Méndez,
    e altri che non rammento.

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    1. II PARTE
      Vieni perchè t'incoroni, giovane della salute
      e della farfalla, giovane puro
      come un nero baleno sempre libero,
      e conversando tra noi,
      ora che non c’è più nessuno tra le rocce,
      parliamoci con la nostra solita semplicità:
      a cosa servono i versi se non alla rugiada?
      A cosa servono i versi se non a quella notte
      in cui un pugnale amaro ci esplora, a quel giorno,
      a quel crepuscolo, a quel cantuccio offeso
      dove il cuore stremato dell’uomo si prepara a morire?
      Sopratutto di notte,
      di notte vi sono molte stelle,
      tutte dentro un fiume
      come un nastro di lutto alle finestre
      delle case piene di povera gente.
      Qualcuno è morto loro, forse
      hanno perduto il lavoro negli uffici,
      negli ospedali, negli ascensori,
      nelle miniere,
      soffrono gli uomini costantemente feriti
      e dappertutto c’è volere e pianto:
      mentre le stelle scorrono in un fiume senza fine,
      c’è molto pianto alle finestre,
      le soglie sono corrose dal pianto,
      le camere sono molli di pianto
      che arriva come un’onda a mordere i tappeti.
      Federico,
      tu vedi il mondo, le strade,
      l’aceto,
      gli addii nelle stazioni
      quando il fumo alza le sue spire decisive
      verso un luogo dove trovi soltanto
      qualche separazione, ciottoli, strade ferrate.
      C’è tanta gente che fa domande
      dappertutto:
      il cieco sanguinante e l’iracondo e
      l’avvilito
      e il miserabile, l’albero delle unghie,
      il bandito con l’invidia sulle spalle.
      Così è la vita, Federico,
      ecco cose che può offrirti la mia amicizia
      di malinconico uomo virile.
      Anche da solo sai già molte cose
      e altre ne saprai un pò alla volta.

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    2. Si pudiera llorar de miedo en una casa sola,
      si pudiera sacarme los ojos y comérmelos,
      lo haría por tu voz de naranjo enlutado
      y por tu poesía que sale dando gritos.
      Porque por ti pintan de azul los hospitales
      y crecen las escuelas y los barrios marítimos,
      y se pueblan de plumas los ángeles heridos,
      y se cubren de escamas los pescados nupciales,
      y van volando al cielo los erizos:
      por ti las sastrerías con sus negras membranas
      se llenan de cucharas y de sangre
      y tragan cintas rotas, y se matan a besos,
      y se visten de blanco.
      Cuando vuelas vestido de durazno,
      cuando ríes con risa de arroz huracanado,
      cuando para cantar sacudes las arterias y los dientes,
      la garganta y los dedos,
      me moriría por lo dulce que eres,
      me moriría por los lagos rojos
      en donde en medio del otoño vives
      con un corcel caído y un dios ensangrentado,
      me moriría por los cementerios
      que como cenicientos ríos pasan
      con agua y tumbas,
      de noche, entre campanas ahogadas:
      ríos espesos como dormitorios
      de soldados enfermos, que de súbito crecen
      hacia la muerte en ríos con números de mármol
      y coronas podridas, y aceites funerales:
      me moriría por verte de noche
      mirar pasar las cruces anegadas,
      de pie llorando,
      porque ante el río de la muerte lloras
      abandonadamente, heridamente,
      lloras llorando, con los ojos llenos
      de lágrimas, de lágrimas, de lágrimas.
      Si pudiera de noche, perdidamente solo,
      acumular olvido y sombra y humo
      sobre ferrocarriles y vapores,
      con un embudo negro,
      mordiendo las cenizas, lo haría por el árbol en que creces,
      por los nidos de aguas doradas que reúnes,
      y por la enredadera que te cubre los huesos
      comunicándote el secreto de la noche.
      Ciudades con olor a cebolla mojada
      esperan que tú pases cantando roncamente,
      y silenciosos barcos de esperma te persiguen,
      y golondrinas verdes hacen nido en tu pelo,
      y además caracoles y semanas,
      mástiles enrollados y cerezas
      definitivamente circulan cuando asoman
      tu pálida cabeza de quince ojos
      y tu boca de sangre sumergida.
      Si pudiera llenar de hollín las alcaldías
      y, sollozando, derribar relojes,
      sería para ver cuándo a tu casa
      llega el verano con los labios rotos,
      llegan muchas personas de traje agonizante,
      llegan regiones de triste esplendor,
      llegan arados muertos y amapolas,
      llegan enterradores y jinetes,
      llegan planetas y mapas con sangre,
      llegan buzos cubiertos de ceniza,
      llegan enmascarados arrastrando doncellas
      atravesadas por grandes cuchillos,
      llegan raíces, venas, hospitales,
      manantiales, hormigas,
      llega la noche con la cama en donde
      muere entre las arañas un húsar solitario,
      llega una rosa de odio y alfileres,
      llega una embarcación amarillenta,
      llega un día de viento con un niño,
      llego yo con Oliverio, Norah
      Vicente Aleixandre, Delia,
      Maruca, Malva Marina, María Luisa y Larco,
      la Rubia, Rafael Ugarte,
      Cotapos, Rafael Alberti,
      Carlos, Bebé, Manolo Altolaguirre,
      Molinari,
      Rosales, Concha Méndez,
      y otros que se me olvidan.

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    3. ..continua
      Ven a que te corone, joven de la salud
      y de la mariposa, joven puro
      como un negro relámpago perpetuamente libre,
      y conversando entre nosotros,
      ahora, cuando no queda nadie entre las rocas,
      hablemos sencillamente como eres tú y soy yo:
      para qué sirven los versos si no es para el rocío?
      Para qué sirven los versos si no es para esa noche
      en que un puñal amargo nos averigua, para ese día,
      para ese crepúsculo, para ese rincón roto
      donde el golpeado corazón del hombre se dispone a morir?
      Sobre todo de noche,
      de noche hay muchas estrellas,
      todas dentro de un río
      como una cinta junto a las ventanas
      de las casas llenas de pobres gentes.
      Alguien se les ha muerto, tal vez
      han perdido sus colocaciones en las oficinas,
      en los hospitales, en los ascensores,
      en las minas,
      sufren los seres tercamente heridos
      y hay propósito y llanto en todas partes:
      mientras las estrellas corren dentro de un río interminable
      hay mucho llanto en las ventanas,
      los umbrales están gastados por el llanto,
      las alcobas están mojadas por ellanto
      que llega en forma de ola a morder las alfombras.
      Federico,
      tú ves el mundo, las calles,
      el vinagre,
      las despedidas en las estaciones
      cuando el humo levanta sus ruedas decisivas
      hacia donde no hay nada sino algunas
      separaciones, piedras, vías férreas.
      Hay tantas gentes haciendo preguntas
      por todas partes.
      Hay el ciego sangriento, y el iracundo, y el
      desanimado,
      y el miserable, el árbol de las uñas,
      el bandolero con la envidia a cuestas.
      Así es la vida, Federico, aquí tienes
      las cosas que te puede ofrecer mi amistad
      de melancólico varón varonil.
      Ya sabes por ti mismo muchas cosas,
      y otras irás sabiendo lentamente.
      Federico Garcia Lorca venne ignobilmente assassinato all'alba del 19 agosto 1936, questa Ode gli fu dedicata quando era ancora in vita, ma è dominata dal presentimento ossessivo di una morte violenta.
      scusate per la lungaggine ma penso ne sia valsa la pena..è commovente e intrisa del sentimento di amicizia

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  18. Credo che siano otto mesi da quando ho cominciato a seguirvi. Mi avete insegnato ad amare la poesia sopra ogni altra forma di arte, e soprattutto ho imparato a riconoscere in molte espressioni il mio stesso essere e sentire. Con grande sorpresa ho trovato descritte le mie stesse solitudini, le mie ansie, i miei stupori davanti alla natura o davanti ad un amore più sognato che vissuto. Ho imparato a riconoscervi attraverso i vostri gusti, tramite i quali ho affinato i miei. Oggi, dopo aver dato una lettura entusiasmante ai vostri commenti su Garcia Lorca, vorrei farvi alcune domande, sopratutto a voi che commentate di consuetudine, se non sbaglio Enrica, Marianna, Ele e Giuseppe: quanto ha influito la scuola che avete fatto su queste passioni? Perché tutti prediligete i poeti di lingua inglese (e/o americano), francese e spagnolo? Perchè tu, Rosarita, sei cosi sintetica quando presenti i libri che ti piacciono? E un ultima cosa: sono l'unica ad avere notato che su facebook la poesia è un'aggregante (pacifica e trasversale) di cui tutti vanno matti? Grazie delle risposte e complimenti. Scusate, un ultima domanda a quelli come me, meno preparati ma lo stesso appassionati: A chi vanno le vostre preferenze? Comincio da me: la sensibilità di Garcia Lorca, la passione di Neruda, la solitudine di Emily Dickinson. Ciao a tutti

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  19. Ciao Stef, comincio io? Sul mio amore per la poesia la scuola (liceo classico) ha influito enormemente, ma per l'esattezza, è solo merito di un paio di insegnanti. Stravedo per i romantici inglesi, su tutti, mi sento vicina al loro modo di trasformare le immagini in parole. Poi amo i francesi, perché ho una passione per Parigi, e nelle loro poesie rivedo quegli scorci che mi piacciono tanto. Gli spagnoli? Neruda insomma, mi piaceva di più anni addietro. Comunque sia, per gli spagnoli mantengo un certo livello di piacere. per quanto concerne Rosarita, posso dirti che fa la furba: suggerisce i temi e scappa, lasciando il campo libero, salvo poi intervenire per aggiustare il tiro o soprattutto per completare le poesie con gli originali, o le traduzioni. Anch'io ho notato che su facebook la poesia tira forte: tutti abbiamo bisogno di bellezza. Perché per me, poesia è BELLEZZA.

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  20. Ha ragione Marianna quando dice che non la scuola ma un bravo insegnante può influire tanto. Io non ho preferenze assolute, diciamo che ho dei momenti. Per quanto riguarda le lingue, mi trovo semplicemente meglio con quelle che so: non sempre le traduzioni rendono completa giustizia all'originale. Facebook ha innegabilmente il merito di avere diffuso la poesia, anche se qualcuno, di solito molto giovane lo fa solo come citazione. Sono sintetica per invogliare chi mi legge ad andare oltre! Ciao Stef, e grazie!

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  21. Ciao Stefania
    sono Enrica,la mia scuola ha influito poco avendo frequentato un Istituto Tecnico,molto però devo a mia madre che sin da piccola mi ha abituata a sentirla declamare versi.
    Preferisco decisamente poeti di lingua spagnola e francese, anche se confesso nutro una passione per alcuni Inglesi ed in particolare per Auden.Ciò perchè credo sia fondamentale essere in grado di leggere la poesia in lingua originale cogliendone significato e musicalità ,per poi rivisitarla con la traduzione più o meno fedele;personalmente amo i poeti spagnoli perchè li sento a me più affini,caliendi,passionali.impetuosi,mentre amo quelli francesi per la dolcezza e la delicatezza della loro lingua
    Fai bene ad amare la poesia,come per tutti ,anche per me è un rifugio,un porto sicuro,un luogo dove la mente si riposa e trova pace ;spesso scrivo e metto su carta piccoli pensieri,si tratta di momenti "particolari" per cui il solo modo che conosco per vincerli è quello di trasformarli in versi.
    Grazie anche da parte mia!

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  22. Hanno già detto tutto le mie amiche che mi hanno preceduto. Io invece ti racconto una storia: mesi fa è scomparso tragicamente una persona che in molti conoscevamo: ognuna di noi ha trovato la poesia che meglio esprimeva quello che abbiamo provato: chi rabbia, chi dolore acutissimo, che nostalgia pungente. Questo è per me poesia: quello strumento che ti serve per sciogliere i nodi di ogni emozione, come può fare anche la musica, una fotografia, un quadro. Ciao Stef

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    1. "La poesia serve per nutrire quel granello di pazzia
      che tutti portiamo dentro,
      e senza il quale è imprudente vivere"
      Aggiungo che sa essere una splendida amica e quando non riesce a lenire le ferite perchè troppo grandi,tiene compagnia e fa vincere la solitudine.

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  23. questa pagina è bellissima complimenti da Linda

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  24. Regalo da Ales


    Ho chiuso la mia finestra
    perché non voglio udire il pianto,
    ma dietro i grigi muri
    altro non s'ode che il pianto.
    Vi sono pochissimi angeli che cantano,
    pochissimi cani che abbaiano;
    mille violini entrano nella palma della mia mano.
    Ma il pianto è un cane immenso,
    il pianto è un angelo immenso,
    il pianto è un violino immenso,
    le lacrime imbavagliano il vento.
    e altro non s'ode che il pianto."

    F.G.Lorca

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    1. ecco l'originale:

      HE CERRADO MI BALCON - FEDERICO GARCIA LORCA

      He cerrado mi balcón
      porque no quiero oír el llanto
      pero por detrás de los grises muros
      no se oye otra cosa pero el llanto.

      Hay muy pocos ángeles que canten,
      hay muy pocos perros que ladren,
      mil violines caben en la palma de mi mano.

      Pero el llanto es un perro inmenso,
      el llanto es un ángel inmenso,
      el llanto es un violín inmenso,
      las lágrimas amordazan al viento,
      y no se oye otra cosa que el llanto.

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    2. English version:

      CASIDA OF THE WEEPING - FEDERICO GARCIA LORCA

      I have shut my balcony
      because I don't want to hear the weeping,
      but from behind the gray walls
      nothing is heard but the weeping.

      There are very small angels who sing,
      there are very small dogs who bark,
      a thousand violins fit in the palm of my hand.
      But the weeping is an immense dog,
      the weeping is an immense violin:
      the tears muzzle the wind,
      and nothing is heard but the weeping.

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  25. Silencio, ¿dónde llevas
    tu cristal empañado
    de risas, de palabras
    y sollozos del árbol?
    ¿Cómo limpias, silencio,
    el rocío del canto
    y las manchas sonoras
    que los mares lejanos
    dejan sobre la albura
    serena de tu manto?
    ¿Quién cierra tus heridas
    cuando sobre los campos
    alguna vieja noria
    clava su lento dardo
    en tu cristal inmenso?
    ¿Dónde vas si al ocaso
    te hieren las campanas
    y quiebran tu remanso
    las bandadas de coplas
    y el gran rumor dorado
    que cae sobre los montes
    azules sollozando?

    El aire del invierno
    hace tu azul pedazos,
    y troncha tus florestas
    el lamentar callado
    de alguna fuente fría.
    Donde posas tus manos,
    la espina de la risa
    o el caluroso hachazo
    de la pasión encuentras.
    Si te vas a los astros,
    el zumbido solemne
    de los azules pájaros
    quiebra el gran equilibrio
    de tu escondido cráneo.

    Huyendo del sonido
    eres sonido mismo,
    espectro de armonía,
    humo de grito y canto.
    Vienes para decirnos
    en las noches oscuras
    la palabra infinita
    sin aliento y sin labios.

    Taladrado de estrellas
    y maduro de música,
    ¿dónde llevas, silencio,
    tu dolor extrahumano,
    dolor de estar cautivo
    en la araña melódica,
    ciego ya para siempre
    tu manantial sagrado?

    Hoy arrastran tus ondas
    turbias de pensamiento
    la ceniza sonora
    y el dolor del antaño.
    Los ecos de los gritos
    que por siempre se fueron.
    El estruendo remoto
    del mar, momificado.

    Si Jehová se ha dormido
    sube al trono brillante,
    quiébrale en su cabeza
    un lucero apagado,
    y acaba seriamente
    con la música eterna,
    la armonía sonora
    de luz, y mientras tanto,
    vuelve a tu manantial,
    donde en la noche eterna,
    antes que Dios y el tiempo,
    manabas sosegadoita.
    Federico Garcia Lorca

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    1. ecco la traduzione
      ELEGIA DEL SILENZIO-FEDERICO GARCIA LORCA
      Silenzio, dove porti
      il tuo vetro appannato
      di sorrisi, di parole
      e di pianti dell'albero?
      Come pulisci, silenzio,
      la rugiada del canto
      e le macchie sonore
      che i mari lontani
      lasciano sul bianco
      sereno del tuo velo?
      Chi chiude le tue ferite
      quando sopra i campi
      qualche vecchia noria
      pianta il suo lento dardo
      sul tuo vetro immenso?
      Dove vai se al tramonto
      ti feriscono le campane
      e spezzano il tuo riposo
      gli sciami delle strofe
      e il gran rumore dorato
      che cade sopra i monti
      azzurri singhiozzando?
      L'aria dell'inverno
      spezza il tuo azzurro
      e taglia le tue foreste
      il lamento muto
      di qualche fonte fredda.
      Dove posi le mani,
      la spina del riso
      o il bruciante fendente
      della passione trovi.
      Se vai agli astri
      il solenne concerto
      degli uccelli azzurri
      rompe il grande equilibrio
      del tuo segreto pensiero.
      Fuggendo il suono
      sei anche tu suono,
      spettro d'armonia,
      fumo di grido e di canto.
      Vieni a dirci
      la parola infinita
      nelle notti oscure
      senza alito, senza labbra.
      Trafitto da stelle
      e maturo di musica,
      dove porti, silenzio,
      il tuo dolore extraumano,
      dolor di esser prigioniero
      nella ragnatela melodica,
      cieco per sempre
      il tuo sacro fonte?
      Oggi le tue onde trascinano
      con torbidi pensieri
      la cenere sonora
      e il dolore del passato.
      Gli echi dei gridi
      che svanirono per sempre.
      Il tuono remoto
      del mare, mummificato.
      Se Geova dorme
      sali al trono splendente,
      spezzagli in fronte
      una stella spenta
      e lascia davvero
      la musica eterna,
      l'armonia sonora
      di luce, e intanto
      torna alla tua fonte,
      dove nella notte eterna,
      prima di Dio e del tempo
      sgorgavi in pace.

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  26. ORA DI STELLE

    Il silenzio rotondo della notte
    sul pentagramma dell'infinito.
    Me ne vado nudo per la strada
    carico di versi perduti.
    Il nero, crivellato
    dal canto del grillo,
    ha questo fuoco fatuo,
    morto,
    del suono.
    Questa luce musicale
    che lo spirito intuisce.
    Scheletri di farfalle a mille
    dormono nel mio recinto.
    C'è una giovinezza di brezze pazze
    sopra il fiume.

    FEDERICO GARCIA LORCA

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    1. ecco l'originale:

      EL SILENCIO REDONDO DE LA NOCHE - FEDERICO GARCIA LORCA

      El silencio redondo de la noche
      Sobre el pentagrama
      Del infinito.

      Yo me salgo desnudo a la calle,
      Maduro de versos
      Perdidos.
      Lo negro, acribillado
      Por el canto del grillo,
      Tiene ese fuego fatuo,
      Muerto,
      Del sonido.
      Esa luz musical
      Que percibe
      El espíritu.

      Los esqueletos de mil mariposas
      Duermen en mi recinto.

      Hay una juventud de brisas locas
      Sobre el río.

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  27. Magnifico poeta, e splendido uomo. Queste sono le persone che piacciono a me: quelle che vivono una vita vera, che spesso pagano con una morte non naturale. Mi riservo di pubblicare una poesia, ma la devo scegliere accuratissimamente.

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  28. Mi piace quest'immagine:

    "Ogni libro è un giardino.
    Beato colui che lo sa piantare e fortunato colui che taglia le sue rose per darle in pasto alla sua anima!"

    (Federico Garcia Lorca)

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  29. Maria Grazia01/04/13, 17:42

    deliziosa! Si chiama Corriente (Corrente)


    El que camina
    se enturbia.
    El agua corriente
    no ve las estrellas.
    El que camina
    se olvida.
    Y el que se para
    suena.

    Chi cammina
    s'intorbida.
    L'acqua corrente
    non vede le stelle.
    Chi cammina
    dimentica.
    E chi si ferma
    sogna.

    Federico Garcia Lorca

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  30. PIOGGIA - FEDERICO GARCIA LORCA

    La pioggia ha un vago segreto di tenerezza
    una sonnolenza rassegnata e amabile,
    una musica umile si sveglia con lei
    e fa vibrare l'anima addormentata del paesaggio.

    È un bacio azzurro che riceve la Terra,
    il mito primitivo che si rinnova.
    Il freddo contatto di cielo e terra vecchi
    con una pace da lunghe sere.

    È l'aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori
    e ci unge con lo spirito santo dei mari.
    Quella che sparge la vita sui seminati
    e nell'anima tristezza di ciò che non sappiamo.

    La nostalgia terribile di una vita perduta,
    il fatale sentimento di esser nati tardi,
    o l'illusione inquieta di un domani impossibile
    con l'inquietudine vicina del color della carne.

    L'amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,
    il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
    ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
    nel contemplare le gocce morte sui vetri.

    E son le gocce: occhi d'infinito che guardano
    il bianco infinito che le generò.

    Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco
    e vi lascia divine ferite di diamante.
    Sono poeti dell'acqua che hanno visto e meditano
    ciò che la folla dei fiumi ignora.

    O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,
    pioggia tranquilla e serena di campani e di dolce luce,
    pioggia buona e pacifica, vera pioggia,
    quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

    O pioggia francescana che porti in ogni goccia
    anime di fonti chiare e di umili sorgenti!
    Quando scendi sui campi lentamente
    le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

    Il canto primitivo che dici al silenzio
    e la storia sonora che racconti ai rami
    il mio cuore deserto li commenta
    in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

    La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,
    tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,
    ho all'orizzonte una stella accesa
    e il cuore mi impedisce di contemplarla.

    O pioggia silenziosa che gli alberi amano
    e sei al piano dolcezza emozionante:
    da' all'anima le stesse nebbie e risonanze
    che lasci nell'anima addormentata del paesaggio!

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    1. Ecco l'originale:

      LLUVIA - FEDERICO GARCIA LORCA

      La lluvia tiene un vago secreto de ternura,
      algo de soñolencia resignada y amable,
      una música humilde se despierta con ella
      que hace vibrar el alma dormida del paisaje.

      Es un besar azul que recibe la Tierra,
      el mito primitivo que vuelve a realizarse.
      El contacto ya frío de cielo y tierra viejos
      con una mansedumbre de atardecer constante.

      Es la aurora del fruto. La que nos trae las flores
      y nos unge de espíritu santo de los mares.
      La que derrama vida sobre las sementeras
      y en el alma tristeza de lo que no se sabe.

      La nostalgia terrible de una vida perdida,
      el fatal sentimiento de haber nacido tarde,
      o la ilusión inquieta de un mañana imposible
      con la inquietud cercana del color de la carne.

      El amor se despierta en el gris de su ritmo,
      nuestro cielo interior tiene un triunfo de sangre,
      pero nuestro optimismo se convierte en tristeza
      al contemplar las gotas muertas en los cristales.

      Y son las gotas: ojos de infinito que miran
      al infinito blanco que les sirvió de madre.

      Cada gota de lluvia tiembla en el cristal turbio
      y le dejan divinas heridas de diamante.
      Son poetas del agua que han visto y que meditan
      lo que la muchedumbre de los ríos no sabe.

      ¡Oh lluvia silenciosa, sin tormentas ni vientos,
      lluvia mansa y serena de esquila y luz suave,
      lluvia buena y pacifica que eres la verdadera,
      la que llorosa y triste sobre las cosas caes!

      ¡Oh lluvia franciscana que llevas a tus gotas
      almas de fuentes claras y humildes manantiales!
      Cuando sobre los campos desciendes lentamente
      las rosas de mi pecho con tus sonidos abres.

      El canto primitivo que dices al silencio
      y la historia sonora que cuentas al ramaje
      los comenta llorando mi corazón desierto
      en un negro y profundo pentágrama sin clave.

      Mi alma tiene tristeza de la lluvia serena,
      tristeza resignada de cosa irrealizable,
      tengo en el horizonte un lucero encendido
      y el corazón me impide que corra a contemplarte.

      ¡Oh lluvia silenciosa que los árboles aman
      y eres sobre el piano dulzura emocionante;
      das al alma las mismas nieblas y resonancias
      que pones en el alma dormida del paisaje!


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  31. EL AMOR DUERME EN EL PECHO DEL POETA - FEDERICO GARCIA LORCA ( Sonetos del amor oscuro)

    Tú nunca entenderás lo que te quiero
    porque duermes en mí y estás dormido.
    Yo te oculto llorando, perseguido
    por una voz de penetrante acero.

    Norma que agita igual carne y lucero
    traspasa ya mi pecho dolorido
    y las turbias palabras han mordido
    las alas de tu espíritu severo.

    Grupo de gente salta en los jardines
    esperando tu cuerpo y mi agonía
    en caballos de luz y verdes crines.

    Pero sigue durmiendo, vida mía.
    ¡Oye mi sangre rota en los violines!
    ¡Mira que nos acechan todavía!

    L'AMORE DORME SUL PETTO DEL POETA - FEDERICO GARCIA LORCA
    Non saprai mai cos'è questo mio amore
    perché addormentato dormi su di me.
    Ti nascondo di lacrime, inseguito
    da una voce d'acciaio lancinante.
    La norma che scompiglia corpi ed astri
    s'è fitta nel mio petto dolorante
    e hanno morso le torbide parole
    le ali del tuo animo severo.
    A gruppi gente salta nei giardini,
    attende il corpo tuo e la mia agonia
    in cavalli di luce e verdi crini.
    Ma continua a dormire, vita mia.
    Senti il mio sangue rotto tra i violini?
    Attento! ci spia qualcuno, attento!

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  32. LLEGAS DE AMOR - FEDERICO GARCIA LORCA (Sonetos del amor oscuro 1935-1936)

    Esta luz, este fuego que devora.
    Este paisaje gris que me rodea.
    Este dolor por una sola idea.
    Esta angustia de cielo, mundo y hora.

    Este llanto de sangre que decora
    lira sin pulso ya, lúbrica tea.
    Este peso del mar que me golpea.
    Este alacrán que por mi pecho mora.

    Son guirnaldas de amor, cama de herido,
    donde sin sueño, sueño tu presencia
    entre las ruinas de mi pecho hundido.

    Y aunque busco la cumbre de prudencia
    me da tu corazón valle tendido
    con cicuta y pasión de amarga ciencia.


    PIAGHE D'AMORE - FEDERICO GARCIA LORCA (da "Sonetti dell'amore oscuro" (1935-1936)

    La luce, questo fuoco che divora.
    Questo paesaggio grigio che m'attornia.
    Questa pena per una sola idea.
    Quest'angoscia di cielo, terra e d'ora.

    Questo pianto di sangue che decora
    lira senza timbro, torcia senza presa.
    Questo peso del mare che mi frusta.
    Questo scorpione che attende entro di me.

    Ghirlanda d'amore, letto di ferito,
    sono e di insonne, sogno la presenza
    tua nel fondo in rovina del mio petto;

    e se ricerco una vetta di prudenza
    il tuo cuore mi dà una valle densa
    di cicuta e passione d'aspra scienza.

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  33. «Sono venuto qui non a tenere una conferenza su temi studiati e preparati, ma a conversare con voi di ciò che nessuno mi ha insegnato, di ciò che è sostanza e magia, di poesia ». (Federico García Lorca)

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  34. DICE LA TARDE - FEDERICO GARCIA LORCA (Cantos nuevos)

    Dice la tarde: "¡Tengo sed de sombra!"
    Dice la luna: "¡Yo, sed de luceros!"
    La fuente cristalina pide labios
    y suspira el viento.

    Yo tengo sed de aromas y de risas,
    sed de cantares nuevos
    sin lunas y sin lirios,
    y sin amores muertos.

    Un cantar de mañana que estremezca
    a los remansos quietos
    del porvenir. Y llene de esperanza
    sus ondas y sus cienos.

    Un cantar luminoso y reposado
    pleno de pensamiento,
    virginal de tristeza y de angustias
    y virginal de ensueños.

    Cantar sin carne lírica que llene
    de risas el silencio
    (una bandada de palomas ciegas
    lanzadas al misterio).

    Cantar que vaya al alma de las cosas
    y al alma de los vientos
    y que descanse al fin en la alegría
    del corazón eterno.



    Dice la sera: "Ho una gran sete d'ombra!"
    Dice la luna: "Io ho sete di stelle".
    La fonte cristallina chiede labbra
    ed il vento sospiri.

    Io ho sete di profumi e di risate.
    Sete di canti nuovi
    senza luna né gigli,
    e senza amori morti.

    Un canto mattutino che increspi
    i ristagni tranquilli
    dell'avvenire. E riempia di speranza
    le sue onde e i suoi fanghi.

    Un canto luminoso e riposato
    ricolmo di pensiero,
    verginale d'angosce e di tristezze,
    verginale di sogni.

    Canto che riempia senza carne lirica
    di risate il silenzio.
    (Come uno stormo di colombe cieche
    lanciate nel mistero).

    Canto che delle cose vada all'anima
    e all'anima dei venti
    e che riposi infine nella gioia
    di questo cuore eterno.

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  35. SI MIS MANOS PUDIERAN DESHOJAR - FEDERICO GARCIA LORCA

    Yo pronuncio tu nombre
    en las noches oscuras,
    cuando vienen los astros
    a beber en la luna
    y duermen los ramajes
    de las frondas ocultas.
    Y yo me siento hueco
    de pasión y de música.
    Loco reloj que canta
    nuestras horas antiguas.

    Yo pronuncio tu nombre,
    en esta noche oscura,
    y tu nombre me suena
    más lejano que nunca.
    Más lejano que todas las estrellas
    y más doliente que la mansa lluvia.

    ¿Te querré como entonces
    alguna vez? ¿Qué culpa
    tiene mi corazón?
    Si la niebla se esfuma,
    ¿Qué otra pasión me espera?
    ¿Será tranquila y pura?
    ¡¡ Si mis dedos pudiran
    deshojar la luna!!

    POTESSERO LE MIE MANI SFOGLIARE - FEDERICO GARCIA LORCA

    Pronunzio il tuo nome
    nelle notti scure,
    quando sorgono gli astri
    per bere dalla luna
    e dormono le frasche
    delle macchie occulte.
    E mi sento vuoto
    di musica e passione.
    Orologio pazzo che suona
    antiche ore morte.
    Pronunzio il tuo nome
    in questa notte scura,
    e il tuo nome risuona
    più lontano che mai.
    Più lontano di tutte le stelle
    e più dolente della dolce pioggia.
    T'amerò come allora
    qualche volta? Che colpa
    ha mai questo mio cuore?
    Se la nebbia svanisce,
    quale nuova passione mi attende?
    Sarà tranquilla e pura?
    Potessero le mie mani
    sfogliare la luna!

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  36. LA LUNA ASOMA - FEDERICO GARCIA LORCA

    Cuando sale la luna
    se pierden las campanas
    y aparecen las sendas
    impenetrables.
    Cuando sale la luna,
    el mar cubre la tierra
    y el corazón se siente
    isla en el infinito.
    Nadie come naranjas
    bajo la luna llena.
    Es preciso comer
    fruta verde y helada.
    Cuando sale la luna
    de cien rostros iguales,
    la moneda de plata
    solloza en el bolsillo.



    QUANDO SPUNTA LA LUNA - FEDERICO GARCIA LORCA

    Quando spunta la luna
    tacciono le campane
    e i sentieri sembrano
    impenetrabili
    Quando spunta la luna
    il mare copre la terra
    e il cuore diventa
    isola nell’infinito
    Nessuno mangia arance
    sotto la luna piena
    Bisogna mangiare
    frutta verde e gelata
    Quando spunta la luna
    dai cento volti uguali,
    la moneta d’argento
    singhiozza nel taschino.

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  37. Canción Otoñal - Federico Garcìa Lorca (de "Libro de poemas" - 1921)

    Hoy siento en el corazón
    un vago temblor de estrellas,
    pero mi senda se pierde
    en el alma de la niebla.
    La luz me troncha las alas
    y el dolor de mi tristeza
    va mojando los recuerdos
    en la fuente de la idea.

    Todas las rosas son blancas,
    tan blancas como mi pena,
    y no son las rosas blancas,
    que ha nevado sobre ellas.
    Antes tuvieron el iris.
    También sobre el alma nieva.
    La nieve del alma tiene
    copos de besos y escenas
    que se hundieron en la sombra
    o en la luz del que las piensa.

    La nieve cae de las rosas,
    pero la del alma queda,
    y la garra de los años
    hace un sudario con ellas.

    ¿Se deshelará la nieve
    cuando la muerte nos lleva?
    ¿O después habrá otra nieve
    y otras rosas más perfectas?
    ¿Será la paz con nosotros
    como Cristo nos enseña?
    ¿O nunca será posible
    la solución del problema?

    ¿Y si el amor nos engaña?
    ¿Quién la vida nos alienta
    si el crepúsculo nos hunde
    en la verdadera ciencia
    del Bien que quizá no exista,
    y del Mal que late cerca?

    ¿Si la esperanza se apaga
    y la Babel se comienza,
    qué antorcha iluminará
    los caminos en la Tierra?

    ¿Si el azul es un ensueño,
    qué será de la inocencia?
    ¿Qué será del corazón
    si el Amor no tiene flechas?

    ¿Y si la muerte es la muerte,
    qué será de los poetas
    y de las cosas dormidas
    que ya nadie las recuerda?
    ¡Oh sol de las esperanzas!
    ¡Agua clara! ¡Luna nueva!
    ¡Corazones de los niños!
    ¡Almas rudas de las piedras!
    Hoy siento en el corazón
    un vago temblor de estrellas
    y todas las rosas son
    tan blancas como mi pena.

    Canzone d'autunno - Federico Garcìa Lorca

    Oggi sento nel cuore
    un vago tremolio di stelle,
    ma il mio sentiero si perde
    nell'anima della nebbia.
    La luce mi tronca le ali
    e il dolore della mia tristezza
    bagna i ricordi
    alla fonte dell'idea.

    Tutte le rose sono bianche,
    bianche come la mia pena,
    e non sono rose bianche,
    è scesa la neve su di loro.
    Prima ci fu l'arcobaleno.
    E nevica anche sulla mia anima.
    La neve dell'anima
    ha fiocchi di baci
    e scene calate nell'ombra
    o nella luce di chi le pensa.

    La neve cade dalle rose,
    ma quella dell'anima resta,
    e gli artigli del tempo
    ne fanno un sudario.

    La neve si scioglierà
    quando verrà la morte?
    O avremo altra neve
    e altre rose più perfette?
    Scenderà la pace su di noi
    come c'insegna Cristo?
    O forse il problema
    non sarà mai risolto?

    E se l'amore c'inganna?
    Chi animerà la nostra vita
    se il crepuscolo ci affonda
    nella vera scienza
    del Bene che forse non esiste
    e del Male che incombe vicino?

    Se la speranza si spegne
    e risorge Babele,
    che torcia illuminerà
    le strade della Terra?

    Se l'azzurro è un sogno
    che ne sarà dell'innocenza?
    Che ne sarà del cuore
    se l'Amore non ha frecce?

    Se la morte è la morte,
    che ne sarà dei poeti
    e delle cose addormentate
    che più nessuno ricorda?
    O sole della speranza!
    Acqua chiara! Luna nuova!
    Cuore dei bambini!
    Anime rudi delle pietre!
    Oggi sento nel cuore
    un vago tremolio di stelle
    e tutte le rose sono
    bianche come la mia pena.

    (Traduzione di Claudio Rendina e Carlo Bo)

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  38. Maria Grazia20/12/13, 17:09

    Quando leggo Federico Garcia Lorca mi sorprendo sempre per la straordinaria fusione di drammatica violenza e delicata sensibilità con cui riesce a cogliere l'essenza delle cose e dei sentimenti. propongo una poesia dove il ritmo della ballata popolare stempera la volgarità materiale delle cose, trasformando tutto in immagini astratte che suggeriscono qualcosa di doloroso e misterioso al contempo.

    CANCIÓN DEL JINETE - Federico García Lorca

    Córdoba.
    Lejana y sola.

    Jaca negra, luna grande,
    y aceitunas en mi alforja.
    Aunque sepa los caminos
    yo nunca llegaré a Córdoba.

    Por el llano, por el viento,
    jaca negra, luna roja.
    La muerte me está mirando
    desde las torres de Córdoba.

    ¡Ay qué camino tan largo!
    ¡Ay mi jaca valerosa!
    ¡Ay que la muerte me espera,
    antes de llegar a Córdoba!

    Córdoba.
    Lejana y sola.

    +++++++++++

    Canzone del cavaliere - Federico García Lorca
    traduzione di Carlo Bo

    Cordova.
    Lontana e sola.

    Cavallina nera, grande luna,
    e olive nella mia bisaccia.
    Pur conoscendo le strade
    mai più arriverò a Cordova.

    Nel piano, nel vento
    cavallina nera, luna rossa.
    La morte mi sta guardando
    dalle torri di Cordova.

    Ahi, che strada lunga!
    Ahi, la mia brava cavalla!
    Ahi, che la morte mi attende
    prima di giungere a Cordova!

    Cordova,
    lontana e sola.



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  39. Nessuno comprendeva il profumo
    dell’oscura magnolia del tuo ventre.
    Nessuno sapeva che facevi martire
    un colibrì d’amore tra i denti.
    Mille cavallini persiani dormivano
    nella piazza con la luna della tua fronte,
    mentre io tenevo per quattro notti
    la tua vita, nemica della neve.
    Tra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
    era un pallido ramo di sementi.
    Cercai nel mio cuore, per dartele,
    le lettere d’avorio che dicono sempre,
    sempre, sempre: giardino della mia agonia,
    il tuo corpo per sempre fuggitivo
    il sangue delle tue vene nella mia bocca,
    la tua bocca senza luce ormai per la mia morte.
    (Federico García Lorca)

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    1. GACELA DEL AMOR IMPREVISTO - FEDERICO GARCIA LORCA

      Nadie comprendía el perfume
      de la oscura magnolia de tu vientre.
      Nadie sabía que martirizabas
      un colibrí de amor entre los dientes.

      Mil caballitos persas se dormían
      en la plaza con luna de tu frente,
      mientras que yo enlazaba cuatro noches
      tu cintura, enemiga de la nieve.

      Entre yeso y jazmines, tu mirada
      era un pálido ramo de simientes.
      Yo busqué, para darte, por mi pecho
      las letras de marfil que dicen siempre.

      Siempre, siempre: jardín de mi agonía,
      tu cuerpo fugitivo para siempre,
      la sangre de tus venas en mi boca,
      tu boca ya sin luz para mi muerte.

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  40. Il poeta dice la verità – Federico Garcìa Lorca
    (grazie a tittideluca)

    Voglio piangere sopra la mia pena
    e te lo dico perché tu mi pianga
    e m’ami in un tramonto di usignoli
    con un pugnale e con baci insieme a te.

    Voglio uccidere il solo testimone
    presente all’assassinio dei miei fiori
    e mutare l’angoscia del mio pianto
    in grano duro, in un covone eterno.

    Quella matassa mai non si dipani
    del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
    con decrepito sole e vecchia luna.

    Quello che non mi dai non te lo chiedo,
    no, ma muoia e di sé non lasci traccia
    nell’estremo sussulto della carne.

    Federico Garcìa Lorca

    1935-1936

    (Traduzione di Claudio Rendina)

    da “Sonetti dell’amore oscuro”, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro”, Newton Compton, 2009

    ***

    El poeta dice la verdad

    Quiero llorar mi pena y te lo digo
    para que tú me quieras y me llores
    en un anochecer de ruiseñores,
    con un puñal, con besos y contigo.

    Quiero matar al único testigo
    para el asesinato de mis flores
    y convertir mi llanto y mis sudores
    en eterno montón de duro trigo.

    Que no se acabe nunca la madeja
    del te quiero me quieres, siempre ardida
    con decrépito sol y luna vieja.

    Que lo que me des y no te pida
    será para la muerte, que no deja
    ni sombra por la carne estremecida.

    Federico García Lorca

    1935-1936

    de “Sonetos del amor oscuro”, en “Federico García Lorca, Obra Completa”, Akal Ediciones Sa, 2008

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  41. 19 agosto 1936
    García Lorca, 38 anni, poeta e antifascista, viene fucilato all'alba da militanti della destra spagnola perché di sinistra e omosessuale e gettato in una tomba senza nome a Fuentegrande de Alfacar nei dintorni di Víznar, vicino Granada.
    “Il Mondo è paralizzato dalla fame che sconvolge i popoli. Finché ci sarà squilibrio economico, il Mondo non potrà più pensare. Lo so bene – aggiunge il poeta e prosegue - Due uomini camminano in riva ad un fiume. Uno è ricco, l’altro è povero. Uno ha la pancia piena e l’altro affoga negli sbadigli. Il ricco dice: ‘Che bella barca! Guardate, ma guardate quel giglio che è fiorito sulla riva’. E il povero mormora: ‘Ho fame, non vedo nulla. Ho fame, fame’.”
    “Il giorno in cui la fame scomparirà, nel Mondo si avrà la più grande esplosione spirituale che l’Umanità abbia mai conosciuto. Gli uomini non potranno mai immaginare la gioia che esploderà il giorno della Grande Rivoluzione”
    (CPN)

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  42. Forse il pretesto fu questa lirica:

    Romance De La Guardia Civil Española - Federico García Lorca

    Los caballos negros son.
    Las herraduras son negras.
    Sobre las capas relucen
    manchas de tinta y de cera.
    Tienen, por eso no lloran,
    de plomo las calaveras.
    Con el alma de charol
    vienen por la carretera.
    Jorobados y nocturnos,
    por donde animan ordenan
    silencios de goma oscura
    y miedos de fina arena.
    Pasan, si quieren pasar,
    y ocultan en la cabeza
    una vaga astronomía
    de pistolas inconcretas.
    ¡Oh ciudad de los gitanos!
    En las esquinas, banderas.
    La luna y la calabaza
    con las guindas en conserva.
    ¡Oh ciudad de los gitanos!
    ¿Quién te vio y no te recuerda?
    Ciudad de dolor y almizcle,
    con las torres de canela.

    Cuando llegaba la noche,
    noche que noche nochera,
    los gitanos en sus fraguas
    forjaban soles y flechas.
    Un caballo malherido
    llamaba a todas las puertas.
    Gallos de vidrio cantaban
    por Jerez de la Frontera.
    El viento vuelve desnudo
    la esquina de la sorpresa,
    en la noche platinoche,
    noche que noche nochera.

    La virgen y San José
    perdieron sus castañuelas,
    y buscan a los gitanos
    para ver si las encuentran.
    La virgen viene vestida
    con un traje de alcaldesa,
    de papel de chocolate
    con los collares de almendras.
    San José mueve los brazos
    bajo una capa de seda.
    Detrás va Pedro Domecq
    con tes sultanes de Persia.
    La media luna soñaba
    un éxtasis de cigüeña.
    Estandartes y faroles
    invaden las azoteas.
    Por los espejos sollozan
    bailarinas sin caderas.
    Agua y sombra, sombra y agua
    por Jerez de la Frontera.

    ¡Oh, ciudad de los gitanos!
    En las esquinas, banderas.
    Apaga tus verdes luces
    que viene la benemérita.
    ¡Oh ciudad de los gitanos!
    ¿Quién te vio y no te recuerda?
    Dejadla lejos del mar,
    sin peines para sus crenchas.

    Avanzan de dos en fondo
    a la ciudad de la fiesta.
    Un rumor de siemprevivas
    invade las cartucheras.
    Avanzan de dos on fondo.
    Doble nocturno de tela.
    El cielo se les antoja
    una vitrina de espuelas.

    La ciudad, libre de miedo,
    multiplicaba sus puertas.
    Cuarenta guardias civiles
    entran a saco por ellas.
    Los relojes se pararon,
    y el coñac de las botellas
    se disfrazó de noviembre
    para no infundir sospechas.

    Un vuelo de gritos largos
    se levantó en las veletas.
    Los sables cortan las brisas
    que los cascos atropellan.
    Por las calles de penumbra
    buyen las gitanas viejas
    con los caballos dormidos
    y las orzas de monedas.
    Por las calles empinadas
    suben las capas siniestras,
    dejando detrás fugaces
    remolinos de tijeras.

    En el portal de Belén
    los gitanos se congregan.
    San José, lleno de heridas,
    amortaja a una doncella.
    Tercos fusiles agudos
    por toda la noche suenan.
    La Virgen cura a los niños
    con salivilla de estrella.
    Pero la Guardia Civil
    avanza sembrando hogueras,
    donde joven y desnuda
    la imaginación se quema.
    Rosa la de los Camborois
    gime sentada en su puerta
    con sus dos pechos cortados
    puestos en una bandeja.
    Y otras muchachas corrían
    perseguidas por sus trenzas,
    en, un aire donde estallan
    rosas de pólvora negra.
    Cuando todos los tejados
    eran surcos en la tierra.
    el alba meció sus hombros
    en largo perfil de piedra.

    ¡Oh, ciudad de los gitanos!
    La Guardia Civil se aleja
    por un túnel de silencio
    mientras las llamas te cercan.

    ¡Oh, ciudad de los gitanos!
    ¿Quien te vio y no te recuerda?
    Que te busquen en mi frente.
    Juego de luna y arena.

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    1. BALLATA DELLA GUARDIA CIVILE SPAGNOLA - Federico García Lorca
      A Juan Guerriero, Console generale della Poesia

      Coperti di nero i cavalli.
      Nere le ferrature.
      Sui mantelli rilucono
      macchie d'inchiostro e cera.
      Hanno di piombo i crani
      per questo non piangono.
      Con l'anima di lacca
      camminano nella rotabile.
      Gobbi e notturni,
      per dove spronano impongono
      silenzi di gomma oscura,
      paure di fine sabbia.
      Se voglion passare, passano,
      e occultano nelle teste
      d'astratte pistole
      una vaga astronomia.
      *
      Oh città dei gitani!
      Agli angoli bandiere.
      La luna e la zucca
      con le amarene in conserva.
      Oh città dei gitani!
      Chi t'ha vista e non ti ricorda?
      Città di dolore e di muschio,
      con le torri di cannella.
      *
      Quando cadeva la notte.
      notte di notte, notturna,
      i gitani nelle fucine
      forgiavano soli e frecce.
      Un cavallo a morte ferito
      bussava a tutte le porte.
      Galli di vetro cantavano
      per Jerez de la Frontera.
      Ignudo il vento volta
      la cantonata dell'agguato,
      nella notte argentonotte
      notte di notte, notturna.
      *
      La Vergine e San Giuseppe
      perdettero le loro nacchere
      e vanno cercando i gitani
      per veder se le ritrovano.
      La Vergine viene vestita
      d'un abito di sindachessa
      di stagnola per cioccolato,
      con i vezzi di mandorle.
      San Giuseppe muove le braccia
      sotto il mantello di seta.
      Dietro va Pedro Domecq
      con tre sultani di Persia.
      La mezzaluna sognava
      un'estasi di cicogna.
      Lampioncini e stendardi
      invadono le terrazze.
      Negli specchi singhiozzano
      ballerine senza fianchi.
      Acqua e ombra, ombra e acqua
      per Jerez de la Frontera.
      *
      Oh città dei gitani!
      Agli angoli bandiere.
      Spegni le verdi tue luci,
      arriva la benemerita.
      Oh città dei gitani!
      Chi t'ha vista e non ti ricorda?
      Lasciatela lungi dal mare,
      senza pettini per le sue chiome.
      *
      Marciano due per due
      sulla città della festa.
      Un rumore di semprevivi
      invade le loro giberne.
      Marciano due per due.
      Notturno rintocco di tela.
      Il cielo se lo immaginano
      una vetrina di sproni.
      *
      La città libera da paura
      moltiplicava le porte.
      Quaranta guardie civili
      vi passano per saccheggiarla.
      Gli orologi si fermarono
      e il cognac nelle bottiglie
      si mascherò da novembre
      per non destare sospetti.
      Un volo di lunghi gridi
      ascese alle banderuole.
      Le sciabole tagliano brezze
      dagli zoccoli travolte.
      Nelle strade di penombra
      le vecchie gitane in fuga
      coi cavalli addormentati
      e gli orcioli di monete.
      Nelle strade inerpicate
      le cappe sinistre salgono,
      lasciandosi dietro fugaci
      mulinelli di forbici.
      *
      Alla Porta di Belen
      i gitani si radunano.
      San Giuseppe crivellato
      acconcia una fanciulla morta.
      Aspri fucili implacabili
      echeggiano tutta la notte.
      La Vergine sana i bambini
      con dolce saliva di stella.
      Ma la Guardia Civile avanza
      seminando falò,
      dove l'immaginazione
      giovane e nuda avvampa.
      Rosa de los Camborios geme
      seduta sulla sua porta
      con le due poppe recise
      sopra un vassoio posate.
      Ed altre ragazze correvano,
      dalle loro trecce inseguite,
      in un'aria dove deflagrano
      rose di polvere nera.
      Quando solchi nella terra
      divennero tutti i tetti,
      dondolò l'alba le spalle
      in lungo profilo di pietra.
      *
      Oh città dei gitani!
      La Guardia Civile dilegua
      sotto un tunnel di silenzio
      mentre le fiamme t'accerchiano.
      Oh città dei gitani!
      Chi t'ha vista e non ti ricorda?
      Cercatela sulla mia fronte.
      Gioco di luna e arena.

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  43. Soneto de la Guirnalda de Rosas
    (Sonetos del amor oscuro)


    Guirnalda de rosas
    ¡Esa guirnalda! ¡pronto! ¡que me muero!
    ¡Teje deprisa! ¡canta! ¡gime! ¡canta!
    que la sombra me enturbia la garganta
    y otra vez y mil la luz de enero.

    Entre lo que me quieres y te quiero,
    aire de estrellas y temblor de planta,
    espesura de anémonas levanta
    con oscuro gemir un año entero.

    Goza el fresco paisaje de mi herida,
    quiebra juncos y arroyos delicados.
    Bebe en muslo de miel sangre vertida.

    Pero ¡pronto! Que unidos, enlazados,
    boca rota de amor y alma mordida,
    el tiempo nos encuentre destrozados.

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    1. SONETTO DELLA GHIRLANDA DI ROSE - FEDERICO GARCIA LORCA

      Presto con la ghirlanda, su, ché muoio!
      svelto, intrecciala! Canta, gemi, canta!
      L'ombra mi intorbida la gola
      e mille volte è più splendente Gennaio.
      Tra l'amore mio per te e tuo per me,
      vento di stelle e fremito di pianta,
      densità d'anemoni solleva
      in un gemito cupo, un anno intero.
      Fresco il paesaggio della mia ferita,
      godilo! spezza giunchi e ruscelli delicati.
      Da cosce di miele bevi
      sangue sparso! ma presto! Uniti, avvinti,
      bocca rotta d'amore, anima a morsi,
      il tempo ci ritrova consumati.

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  44. ¡AY VOZ SECRETA DEL AMOR OSCURO! - FEDERICO GARCIA Garcia LORCA

    ¡Ay voz secreta del amor oscuro!
    ¡ay balido sin lanas! ¡ay herida!
    ¡ay aguja de hiél, camelia hundida!
    ¡ay corriente sin mar, ciudad sin muro!

    ¡Ay noche inmensa de perfil seguro,
    montaña celestial de angustia erguida!
    ¡Ay perro en corazón, voz perseguida.

    Silencio sin confín, lirio maduro!
    Huye de mí, caliente voz de hielo,
    no me quieras perder en la maleza
    donde sin fruto gimen carne y cielo.

    Deja el duro marfil de mi cabeza,
    apiádate de mí, ¡rompe mi duelo!,
    ¡que soy amor, que soy naturaleza!

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    1. Oh VOCE SEGRETA DELL'AMORE OSCURO - FEDERICO GARCIA LORCA

      Oh voce occulta dell'amore oscuro!
      Oh belato senza lana, oh ferita,
      camelia sfiorita, ago di fiele,
      flusso senz'acqua, città senza mura!

      Oh notte immensa di linea sicura,
      monte celeste di protesa angoscia!
      Cane nel cuore, oh voce inseguita!

      Silenzio senza fine, iris maturo!
      Voce ardente di gelo, via da me!
      Non farmi perdere nella sterpaglia
      dove gemono carne e cielo sterili.

      Libera il duro avorio della testa,
      pietà di me, spezza il mio dolore!
      Perché sono natura, sono amore!

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