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mercoledì 16 agosto 2017

La metamorfosi - Franz Kafka



Die Verwandlung - 1915


"Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trov
ò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto."

Questo l'incipit fulminante del racconto di Franz Kafka, che butta il lettore in un incubo da cui se ne esce soltanto dopo una lettura follemente attenta, veloce e senza pause.
Gregor 
è un commesso viaggiatore, che mantiene padre, madre e sorella: personaggi alquanto mollicci, pigri e ben adagiati nel proprio torpore. Non sapremo mai la natura della sua trasformazione fisica in un gigantesco scarafaggio, vedremo soltanto sviluppare la metamorfosi di una mente umana prigioniera in una veste animale, e le inevitabili, e conseguenti, metamorfosi dei familiari. 


Franz Kafka  
 Praga 
(Rep. Ceca) 1883 – Kierling (Austria) 1924




Praga, Quartiere ebraico - Monumento a Kafka 
 accenni alla Metamorfosi: scarafaggio a terra, involucro vuoto del padre


Praga, Monumento a Kafka di David Cerny



La tomba di Kafka nel nuovo cimitero ebraico, a Praga.
Non fu sepolto a
 Vyšehrad (cimitero dei personaggi illustri) perché non fu mai famoso in vita, ritrovandosi così, per l'eternit
à, accanto ad un padre con cui non andava d'accordo.

domenica 12 marzo 2017

Confessioni di un oppiomane - Thomas de Quincey




Confessions of an English Opium-Eater, 1821


"Let there be a cottage.... a real cottage... a white cottage, embowered with flowering shrubs, so chosen as to unfold a succession of flowers upon the walls, and clustering round the windows through all the months of spring, summer, and autumn—beginning, in fact, with May roses, and ending with jasmine. Let it, however, not be spring, nor summer, nor autumn—but winter, in his sternest shape. This is a most important point in the science of happiness. And I am surprised to see people overlook it, and think it matter of congratulation that winter is going; or, if coming, is not likely to be a severe one. On the contrary, I put up a petition annually, for as much snow, hail, frost, or storm, of one kind or other, as the skies can possibly afford us. Surely every body is aware of the divine pleasures which attend a winter fire-side: candles at four o’clock, warm hearth-rugs, tea, a fair tea-maker, shutters closed, curtains flowing in ample draperies on the floor, whilst the wind and rain are raging audibly without... "
(Courtesy: The Queen's English)
Che sia una casetta ... una casetta vera, una casetta bianca, coperta di piante rampicanti, scelte in modo da garantire sui muri fiori in permanenza e da incorniciare le finestre per tutti i mesi di primavera, d'estate e d'autunno - si comincia con le rose di maggio e si finisce coi gelsomini. Ma mettiamo che non sia né primavera, né estate, né autunno: che sia inverno, nel suo aspetto più rigido. Questo è un punto molto importante della scienza della felicità. E mi stupisco che la gente non se ne accorga, e pensi che ci sia da rallegrarsi quando l'inverno se ne va o quando al suo arrivo si presenta poco rigido.. Al contrario, io rivolgo una petizione annuale per la maggior quantità di neve, grandine, gelo o tempeste di qualunque tipo il cielo possa concedere. Certamente, tutti conoscono le divine gioie di un focolare d'inverno: candele accese alle quattro del pomeriggio, tappeti caldi vicino al fuoco, il tè, ed una bella persona che lo prepari, le persiane chiuse, le tende che scendono in ampi drappeggi fino al pavimento, mentre il vento e la pioggia infuriano rumorosamente là fuori...

Emozionante autobiografia di questo autore inglese del 1800, il cui titolo viene spesso tradotto alla lettera ("Le Confessioni di un mangiatore di oppio"), senza naturalmente cambiarne la sostanza. Davvero sconcertante la sincerità con cui l'autore descrive gli stati d'animo che nel tempo lo portano alla convulsa dipendenza da laudano e oppio! Ho voluto riportare un brano, splendido, in cui De Quincey sembra finalmente approdare alla nostalgia di una antica e mai dimenticata serenità: forse il primo fragile e appena abbozzato segno di cambiamento.



Thomas de Quincey
Manchester (UK) 1785 - Edinburgh (Scotland) 1859

martedì 12 febbraio 2013

Anna Karenina - Lev Tolstoj



(Анна Каренина - 1877)


"Questo deve essere Vrònskij", pensò Lévin e, per convincersene, diede un'occhiata a Kitty. Ella aveva fatto in tempo a guardar Vrònskij e s'era voltata a guardare Lévin. E da questo solo sguardo dei suoi occhi involontariamente illuminatisi Lévin capì che ella amava quell'uomo, lo capì con altrettanta sicurezza che se ella gliel'avesse detto a parole. Ma che uomo era mai?


Romanzone epocale e comunque straordinario. E' stato giudicato capolavoro del realismo, ma anche emblema frivolo dell'alta società. Su tutte le vicende narrate (in mille pagine) prevalgono due coppie: Anna e Vronskij, Kitty e Levin, le cui sorti dipendono dall'aperto contrasto tra due morali opposte. Anna e Vronskij non possono raggiungere la piena felicità, che si meriterebbero, a causa della colpa connessa alla loro passione. Kitty e Levin, invece, nelle loro rassegnate rinunce, se non proprio la felicità, troveranno invece un amore semplice e sereno, privo di passione ma rassicurante.
A voi la scelta, che divide generazioni di lettori, e anche molte filosofie di vita.


Lev Nikolàevič Tolstòj ( Russia 1828-1910)


sabato 29 settembre 2012

Gita al Faro - Virginia Woolf




(To the Lighthouse - 1927)


Forse era stato un simile sentimento di completezza che, dieci anni prima, mentre era ferma quasi esattamente nello stesso punto, l'aveva spinta a dire di essere innamorata di quel luogo. L'amore aveva mille forme. C'erano innamorati in grado di isolare particolari elementi delle cose e poi di unirli, creando così un'interezza che in realtà non possedevano; in questo modo trasformavano una scena o un gruppo di persone (ora scomparse tutte e separate fra loro), una sfera compatta su cui indugia il pensiero e con cui gioca l'amore.


Se dovessi assegnare un sottotitolo a questo libro, io sceglierei: Dialoghi con me stessa.
Di lei mi stupisce la facilità con cui descrive gli stati d'animo: sembra impossibile riuscire a catturare così velocemente il succedersi dei pensieri per trasformarli in profondissimi sentimenti. Lei vive in simbiosi con ognuno dei suoi personaggi, come se avesse spartito se stessa in tanti pezzetti, assegnandone uno a ciascuno, e ottenendo così delle vere e proprie autobiografie. Di questo romanzo si è detto di tutto: che è noioso, che focalizza troppo il tempo che passa, che è un catalogo delle solitudini umane. Come altri capolavori, o piace moltissimo, o per niente. Certamente non lo consiglio ai lettori d'azione, ma agli intimisti che amano l'introspezione e la discesa nei meandri della coscienza.
Aggiungo solo che, anche se ambientato a Skye, per i luoghi descritti, Virginia Woolf si è ispirata alla Cornovaglia, in particolare alla splendida St Ives, dove si recava in vacanza nella mitizzata Talland House.




“For most of history, Anonymous was a woman.
Virginia Woolf (England 1882-1941)




Talland House.Virginia Woolf è chinata a coccolare il cane. Questa fu l'ultima estate a St Ives.



domenica 16 settembre 2012

Jane Eyre - Charlotte Brontë



(Jane Eyre - 1847)

Durante tutta la notte, a molta distanza l'uno dall'altro, sentii uno strillo acuto, un breve mugolio canino ed un profondo gemito umano. Mi misi a riflettere. Chi era la bestia feroce che viveva in quella casa appartata, che lo stesso padrone non poteva né cacciare, né sottomettere? Qual era il mistero che nelle più profonde ore della notte dirompeva ora nel fuoco, ora nel sangue? Chi era l'essere che, sotto forme femminili, emetteva ora una risata demoniaca, e ora l'urlo di un uccello da preda?



 Charlotte Brontë (England 1816-1855)

A dodici anni andavo ancora a Catechismo, perché le suore avevano una piccolissima biblioteca di romanzi, ovviamente con l'imprimatur. Finiti i libri, finito Catechismo. Quelli che mi erano piaciuti di più li avevo poi ricomprati: La Figlia del Condannato, la Piccola Dorrit, Sepolta Viva, Il Bacio di una Morta. Invece non ho mai restituito Jane Eyre, dicendo che l'avevo perso e proponendo in cambio Senza Famiglia, sistemazione più consona ad entrambi i libri. Questo bel romanzo di Charlotte Bronte (figlia di un pastore protestante ) aveva tutti gli elementi per entusiasmare una ragazzina: maltrattamenti e riscatto, innamoramento e ostacoli, castello e fantasmi. L'ho riletto spesso, senza immaginare che il mio vecchio e amato libro fosse censurato finché, qualche settimana fa, mi sono comprata una versione, evidentemente integrale, e con l'originale a fronte. Ammetto la sorpresa enorme provata constatando che il libro "preso in prestito" dalle suore era molto più avventuroso e agile, mancando pagine e  pagine di motivazioni e princìpi religiosi...


Bronte Parsonage, casa natale della famiglia Bronte - Haworth UK

Anne, Charlotte e Emily - Bronte Parsonage - Haworth UK


Anna Paquin, Jane Eyre a 10 anni nel film di Zeffirelli


Charlotte Gainsbourg, Jane Eyre a 18 anni nel film di Zeffirelli

martedì 24 luglio 2012

Diceria dell'Untore - Gesualdo Bufalino




(1981)

Angelo diceva che la morte è un paravento di fumo tra i vivi e gli altri. 
Basta affondarci la mano per passare dall'altra parte e trovare le solidali dita di chi ci ama.
Purché si lascino péste, uste, minuzie che conservano il nostro odore. Fu forse questo pensiero che lo spinse ad affidare a una suora una filza di lettere con date fittizie, da spedire una alla volta due volte l'anno. In esse narrava il romanzo futuro di sé, vantava paternità, impieghi, successi; annunziava indisposizioni da nulla che nella puntata dopo erano già guarite e remote. 
Sua madre - ci spiegava - sarebbe vissuta più a lungo, aspettando a ogni scadenza il posticcio messaggio in cui si prolungava indefinitamente l'eco della cara voce scomparsa. Sarebbe stato per lei come avere un figlio oltremare, a San Paolo, a Little Italy. Lei morì subito dopo di lui, tuttavia, e suor Tarcisia, se non l'ha saputo, continua certo ancora oggi a impostare queste inferie di un morto ad una morta, che nessun postino potrà mai restituire al mittente (ma fra noi vivi che ci scriviamo, le parole servono forse di più? Ed è poi sicuro che sia suono la vita e silenzio la morte, e non invece il contrario?).


Dalla prefazione di Leonardo Sciascia:
"Nel 1946, in un sanatorio della Conca d'Oro - castello d'Atlante e campo di sterminio - alcuni singolari personaggi, reduci dalla guerra, e presumibilmente inguaribili, duellano debolmente con se stessi e con gli altri, in attesa della morte".
Gesualdo Bufalino conservò questo romanzo in un cassetto, fino al 1981, quando, ormai sessantunenne, si convinse a pubblicarlo, vincendo il  Premio Campiello.
Ogni volta che leggo qualcosa di suo, rivivo le sensazioni di un ormai lontano viaggio nella Sicilia barocca:  Noto, Siracusa, Ragusa... qualcosa di prezioso, antico, forse decadente, ma ricchissimo testimone di profonda civiltà e immensa cultura.

giovedì 19 luglio 2012

Tess dei D'Urberville - Thomas Hardy



(Tess of the D'Urbervilles - A Pure Woman Faithfully Presented by Thomas Hardy - 1891)

Spostando le dita egli si avvide che quanto aveva toccato era un colossale pilastro rettangolare; stendendo la mano sinistra poté sentirne un altro vicino. Ad un'infinita altezza sopra la sua testa rendeva più nero il cielo nero qualcosa avente l'aspetto di una vasta architrave che univa orizzontalmente i pilastri. Entrarono cauti sotto la volta e tra i due sostegni: le superfici rinviarono l'eco del tenue fruscio che produssero, ma sembrò loro di essere rimasti tuttavia all'aperto. Quella struttura non aveva tetto. Tess trasse con timore il respiro e Angel chiese perplesso:  - Che mai può essere? - Brancolando ai lati incontrarono un altro pilastro a forma di torre, squadrato e deciso come il primo; e di là di quello, altri ed altri ancora. 
Il luogo era tutto porte e pilastri, alcuni connessi in alto da ininterrotte architravi.
- Un autentico Tempio del Vento, - egli disse.


Pochi libri come questo mi hanno emozionato e coinvolto: Tess è una figura di donna forte assolutamente indimenticabile, diversa da tutte le altre, distinta pur nella sua povertà. Tess subisce le logiche familiari e sociali dell'epoca, subisce gli uomini, Alec e Angel, che tentano di sottometterla, riuscendo solo a violentarla, e usarla, ma senza mai realmente possederla. Il romanzo è ambientato nel mio amatissimo Wessex (ora Dorset), ai confini con la Cornovaglia, e questo territorio ha una parte fondamentale nella storia, essendo dipinto, più che descritto, da Hardy in ogni suo aspetto: paesaggistico, culturale, popolare. La scena finale, indimenticabile, si svolge a Stonehenge, in un ultimo, disperato riferimento a quelle leggi imperscrutabili che regolano il destino avverso degli esseri umani. Lo dedico a chi, aspirando ad una vita migliore e avendone le qualità, viene invece sopraffatto da continui eventi contrari ed esterni, e ne rimane vittima incolpevole, accettando comunque la propria sorte con fierezza.


Nastassja Kinski (Tess) nel film di Polanski


lunedì 16 luglio 2012

I Ragazzi della Via Pál - Ferenc Molnar



(A Pál utcai fiúk – 1907)            

Il campo... Voi, studenti sani e robusti delle piccole città di provincia, voi che dovete far solo un passo per trovarvi in mezzo alla terra sconfinata, sotto la meravigliosa cupola azzurra che ha nome cielo, voi che avete l'abitudine alle grandi lontananze e potete percorrere facilmente coi vostri occhi tutto un vasto orizzonte, voi che non vivete inchiodati fra case dagli innumerevoli piani, voi non potete neppure immaginare che cosa significhi per un ragazzo di città un pezzo di terra libera, vergine, senza costruzioni. Per lui quel pezzo di "terreno da vendere" significa la pianura, l'orizzonte, l'infinito, la libertà. 
Pensate, un pezzo di terra che ha soltanto un limite - un'impalcatura in rovina - mentre tutto il resto intorno è occupato dalle grandi case. Ora anche sul campo di via Paal è stata costruita una triste casa, una casa di quattro piani piena di inquilini, fra i quali nemmeno uno saprà più che quel pezzo di terra significava la felicità di alcuni poveri studenti della capitale.


Alcuni di noi avevano letto solo il libro, altri avevano visto solo lo sceneggiato trasmesso dalla Rai nei primi anni sessanta. E così giocavamo al Campo anche noi, in uno spiazzo a fianco dell'orto di mia madre. Le nostre "cataste" erano cumuli di cose vecchie, o i tetti delle capanne attorno; le bandiere erano stracci legati alle canne e la sabbia per le bombe era stata 'prelevata' qua e là. Immaginavamo che i terribili fratelli Pasztor, ossia due anziani zii scorbutici (assolutamente ignari e innocenti) ci volessero scacciare dal territorio, per cui dovevamo allenarci alla battaglia.  Non potevo fare Boka: non con mio fratello vivente, per cui ero diventata Csonakos, e i maschi mi facevano giocare perché ero quella che fischiava più forte. Il mio cuginetto Giorgio, fatalmente destinato a fare ogni volta Nemecsek, brontolava sommesso: "Non voglio fare il soldato semplice!" E io lo consolavo: "Ma se è un eroe!" E lui: "Ma quale eroe, mi tocca morire tutte le volte!"
Ci sono libri che non abbiamo solo letto, ma anche vissuto. Noi d'estate si giocava tutto il giorno, si lottava, si rideva, ci si picchiava, ci si faceva pure male (ho varie cicatrici di battaglia), ma nessuno piangeva... 
E' di questo che parla I ragazzi della Via Paal: del diritto dei bambini ad avere spazi liberi ed infiniti.




Budapest - Monumento ai Ragazzi di Via Pal



Ferenc Molnar (Ungheria 1878-1952)


lunedì 25 giugno 2012

Gente di Dublino - James Joyce




(Dubliners - 1914)

Le lacrime si accumularono fitte nei suoi occhi e, nella semioscurità, immaginò la figura di un giovane, là, sotto un albero gocciolante di pioggia. Altre figure erano vicine. La sua anima si avvicinava alle regioni abitate dalla immensa folla dei morti. Egli era cosciente della loro vana e vacillante esistenza, ma non poteva afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio e implacabile; la terra stessa che quei morti avevano un tempo governata, e in cui avevano vissuto. si dissolveva e si disperdeva. Alcuni leggeri colpi sul vetro lo fecero voltare verso la finestra. Era tornato a nevicare.


Nessuno di questi racconti ha avuto l'epilogo che speravo. Sono una quindicina, ambientati tutti a Dublino, o poco oltre. Joyce ha una narrazione realista, disincantata e amara sulla sua gente, che vede rassegnata e accomunata in una paralisi che colpisce ogni aspetto pratico, morale, intellettuale e sociale di una città stagnante. Solo nell'ultimo racconto, I morti, da cui ho preso le righe di apertura, Joyce lascia intravedere uno spiraglio.
Gabriel è un morto virtuale, un essere inutile e invisibile agli occhi della moglie, per la quale invece, sia pure nel ricordo, è vivissimo il ragazzino morto per amore suo vent'anni prima. Questa rivelazione travolge Gabriel, ma lo costringe anche ad esaminare il proprio fallimento.



                                                               James Joyce - Dublino




James Joyce e Sylvia Beach all'esterno della libreria antiquaria parigina "Shakespeare and Company" nel 1921, ancora al n° 8 di rue Dupuytren poco prima del trasferimento al 12 di rue de l'Odéon.
La sua proprietaria, la Beach, pubblicò la prima edizione dell'Ulisse nel 1922.
(foto archivio Daniele Mugnaini)

giovedì 21 giugno 2012

Belfagor Arcidiavolo - Niccolò Machiavelli




(Belfagor Arcidiavolo - 1518)

La metto per intero, tanto la si legge tranquillamente in un quarto d'ora. Avvertimento importante, non c'entra nulla col forse più famoso "Belfagor, il fantasma del Louvre" che non ci fece dormire da ragazzini. Questa è invece  l'unica novella scritta da Machiavelli, di fatto una favola esilarante, fustigatrice dei costumi e intrisa di misoginia, ma tanto si sa... tra diavoli ci si intende.



Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose come già s'intese per relazione, di alcuno santissimo uomo, la cui vita, apresso qualunque in quelli tempi viveva, era celebrata, che, standosi abstratto nelle sue orazioni, vide mediante quelle come, andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgrazia di Dio morivano all'inferno, tutte o la maggior parte si dolevono, non per altro che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos e Radamanto insieme con gli altri infernali giudici ne avevano maraviglia grandissima. E non potendo credere queste calunnie che costoro al sesso femmineo davano essere vere, e cresciendo ogni giorno le querele, e avendo di tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato per lui di avere sopra questo caso con tutti gl'infernali principi maturo esamine, e pigliarne dipoi quel partito che fussi giudicato migliore per scoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità. Chiamatogli adunque a concilio, parlò Plutone in questa sentenza: "Ancora che io, dilettissimi miei, per celeste disposizione e fatale sorte al tutto inrevocabile possegga questo regno, e che per questo io non possa essere obligato ad alcuno iudicio o celeste o mondano, nondimeno, perché gli è maggiore prudenza di quelli che possono più sottomettersi più alle leggi e più stimare l'altrui iudizio: ho deliberato essere consigliato da voi come, in uno caso il quale potrebbe seguire con qualche infamia del nostro imperio, io mi debba governare. Perché dicendo tutte l'anime degli uomini, che vengono nel nostro regno esserne stato cagione la moglie, e parendoci questo impossibile, dubitiamo che dando iudizio sopra questa relazione ne possiamo essere calunniati come troppo creduli, e non ne dando come manco severi e poco amatori della iustizia. E perché l'uno peccato è da uomini leggieri e l'altro da ingiusti, e volendo fuggire quegli carichi che da l'uno e l'altro potrebbono dependere e non trovandone il modo, vi abbiamo chiamati acciò che consigliandone ci aiutiate e siate cagione che questo regno, come per lo passato è vivuto sanza infamia, così per lo advenire viva". Parve a ciascheduno di quegli prìncipi il caso importantissimo e di molta considerazione: e concludendo tutti come egli era necessario scoprirne la verità, erano discrepanti del modo. Perché a chi pareva che si mandassi uno, a chi più, nel mondo, e sotto forma di uomo conoscessi personalmente questo vero: a molti altri occorreva potersi fare sanza tanto disagio, costringendo varie anime con varii tormenti a scoprirlo. Pure la maggior parte consigliando che si mandassi, s'indirizorno a questa opinione. E non si trovando alcuno che voluntariamente prehendessi questa impresa, deliberorno che la sorte fussi quella che lo dichiarassi. La quale cadde sopra Belfagor arcidiavolo, ma per lo adietro, avanti che cadessi di cielo, arcangelo. Il quale, ancora che male volentieri pigliassi questo carico, nondimeno constretto da lo imperio di Plutone si dispose a seguire quanto nel concilio si era determinato, e si obligò a quelle condizioni che infra loro solennemente erano state deliberate. Le quali erano: che subito a colui che fussi a questa commissione deputato fussino consegnati centomila ducati, con i quali doveva venire nel mondo, e sotto forma di uomo preender moglie e con quella vivere X anni, e di poi fingendo di morire tornarsene e per esperienza fare fede a i suoi superiori quali sieno i carichi e le incommodità del matrimonio. Dichiarossi ancora che durante detto tempo ei fussi sottoposto a tutti quegli disagi e mali che sono sottoposti gli uomini e che si tira drietro la povertà, le carcere, la malattia e ogni altro infortunio nel quale gli uomini incorrono, eccetto se con inganno o astuzia se ne liberassi. Presa adunque Belfagor la condizione e i danari, ne venne nel mondo: e ordinato di sua masnade cavagli e compagni, entrò onoratissimamente in Firenze: la quale città innanzi a tutte l'altre elesse per suo domicilio, come quella che gli pareva più atta a sopportare chi con arte usuraie essercitassi i suoi danari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E fattosi chiamare Roderigo di Castiglia, prese una casa a fitto nel Borgo d'Ognisanti; e perché non si potessino rinvenire le sue condizioni, disse essersi da piccolo partito di Spagna e itone in Soria, e avere in Aleppe guadagnato tutte le sue facultà: donde s'era poi partito per venire in Italia a preender donna in luoghi più umani e alla vita civile e allo animo suo più conformi. Era Roderigo bellissimo uomo e monstrava una età di trent’anni; e avendo in pochi giorni dimostro di quante richeze abundassi, e dando essempli di sé di essere umano e liberale, molti nobili cittadini che avevano assai figliole e pochi danari se gli offerivano: intra le quali tutte Roderigo scielse una bellissima fanciulla chiamata Onesta, figliuola di Amerigo Donati il quale ne aveva tre altre, insieme con tre figliuoli maschi tutti uomini, e quelle erano quasi che da marito: e benché fussi d'una nobilissima famiglia, e di lui fussi in Firenze tenuto buono conto, non dimanco era rispetto alla brigata avea e alla nobilità poverissimo. Fece Roderigo magnifiche e splendidissime noze: né lasciò indietro alcuna di quelle cose che in simili feste si desiderano. E essendo, per la legge che gli era stata data nello uscire d'inferno, sottoposto a tutte le passioni umane, subito cominciò a pigliare piacere degli onori e delle pompe del mondo e avere caro di essere laudato intra gli uomini, il che gli arrecava spesa non piccola. Oltra di questo non fu dimorato molto con la sua monna Onesta, che se ne innamorò fuori di misura: né poteva vivere qualunque volta la vedeva stare trista e avere alcuno dispiacere. Aveva mona Onesta portato in casa di Roderigo, insieme con la nobilità e con la belleza, tanta superbia che non ne ebbe mai tanta Lucifero; e Roderigo, che aveva provata l'una e l'altra, giudicava quella della moglie superiore; ma diventò di lunga maggiore, come prima quella si accorse dello amore che il marito le portava; e parendole poterlo da ogne parte signoreggiare, sanza alcuna piatà o rispetto lo comandava, né dubitava, quando da lui alcuna cosa gli era negata, con parole villane e iniuriose morderlo: il che era a Roderigo cagione di inestimabile noia. Purnondimeno il suocero, i frategli, il parentado, l'obligo del matrimonio e, sopratutto, il grande amore le portava gli faceva avere pazienza. Io voglio lasciare ire le grande spese, che, per contentarla, faceva in vestirla di nuove usanze e contentarla di nuove fogge, che continuamente la nostra città per sua naturale consuetudine varia; che fu necessitato, volendo stare in pace con lei, aiutare al suocero maritare l'altre sue figliuole: dove spese grossa somma di danari. Dopo questo, volendo avere bene con quella, gli convenne mandare uno de' frategli in Levante con panni, un altro in Ponente con drappi, all'altro aprire uno battiloro in Firenze: nelle quali cose dispensò la maggiore parte delle sue fortune. Oltre a di questo, ne' tempi de' carnasciali e de' San Giovanni, quando tutta la città per antica consuetudine festeggia e che molti cittadini nobili e richi con splendidissimi conviti si onorono, per non essere mona Onesta all'altre donne inferiore, voleva che il suo Roderigo con simili feste tutti gli altri superassi. Le quali cose tutte erano da lui per le sopradette cagioni sopportate; né gli sarebbono, ancora che gravissime, parute gravi a farle, se da questo ne fussi nata la quiete della casa sua e s'egli avessi potuto pacificamente aspettare i tempi della sua rovina. Ma gl'interveniva l'opposito, perché con le insopportabili spese, la insolente natura di lei infinite incommodità gli arrecava; e non erano in casa sua né servi né serventi che, nonché molto tempo, ma brevissimi giorni la potessino sopportare; donde ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi per non potere tenere servo fidato che avessi amore alle cose sua; e, nonché altri, quegli diavoli, i quali in persona di famigli aveva condotti seco, più tosto elessono di tornarsene in inferno a stare nel fuoco, che vivere nel mondo sotto lo imperio di quella. Standosi adunque Roderigo in questa tumultuosa e inquieta vita, e avendo per le disordinate spese già consumato quanto mobile si aveva riserbato, cominciò a vivere sopra la speranza de' ritratti, che di Ponente e di Levante aspettava; e avendo ancora buono credito, per non mancare di suo grado, prese a cambio. E girandogli già molti marchi adosso, fu presto notato da quegli, che in simile esercizio in Mercato si travagliano. E essendo di già il caso suo tenero, vennero in un subito di Levante e di Ponente nuove come l'uno de' frategli di mona Onesta s'aveva giucato tutto il mobile di Roderigo, e che l'altro, tornando sopra una nave carica di sue mercatantie sanza essersi altrimenti assicurato, era insieme con quelle annegato. Né fu prima publicata questa cosa che i creditori di Roderigo si ristrinsono insieme; e giudicando che fussi spacciato, né possendo ancora scoprirsi per non essere venuto il tempo de' pagamenti loro, conclusono che fussi bene osservarlo così destramente, acciò che dal detto al fatto di nascoso non se ne fuggissi. Roderigo, da l'altra parte, non veggiendo al caso suo rimedio e sapiendo a quanto la leggie infernale lo costringeva, pensò di fuggirsi in ogni modo. E montato una mattina a cavallo, abitando propinquo alla Porta al Prato, per quella se ne uscì. Né prima fu veduta la partita sua, che il romore si levò fra i creditori, i quali ricorsi ai magistrati, non solamente con i cursori, ma popularmente si missono a seguirlo. Non era Roderigo, quando se gli lievò drieto il romore, dilungato da la città uno miglio; in modo che, vedendosi a male partito, deliberò, per fuggire più segreto, uscire di strada e atraverso per gli campi cercare sua fortuna. Ma sendo, a fare questo, impedito da le assai fosse, che atraversano il paese, né potendo per questo ire a cavallo, si misse a fuggire a piè e, lasciata la cavalcatura in su la strada, atraversando di campo in campo, coperto da le vigne e da' canneti, di che quel paese abonda, arrivò sopra Peretola a casa Gianmatteo del Brica, lavoratore di Giovanni del Bene, e a sorte trovò Gianmatteo che arrecava a casa da rodere a i buoi e se gli raccomandò promettendogli che se lo salvava dalle mani de' suoi nimici, i quali, per farlo morire in prigione, lo seguitavano, che lo farebbe ricco e gliene darebbe innanzi alla sua partita tale saggio che gli crederrebbe; e quando questo non facessi, era contento che esso proprio lo ponessi in mano a i suoi aversarii. Era Gianmatteo, ancora che contadino, uomo animoso, e giudicando non potere perdere a pigliare partito di salvarlo, liene promisse; e cacciatolo in uno monte di letame, quale aveva davanti a la sua casa, lo ricoperse con cannucce e altre mondiglie che per ardere aveva ragunate. Non era Roderigo apena fornito di nascondersi, che i suoi perseguitatori sopraggiunsono e, per spaventi che facessino a Gianmatteo, non trassono mai da lui che lo avessi visto; talché passati più innanzi, avendolo invano quel dì e quell'altro cerco, strachi se ne tornorno a Firenze. Gianmatteo adunque, cessato il romore e trattolo del loco dove era, lo richiese della fede data. Al quale Roderigo disse: "Fratello mio, io ho con teco un grande obligo e lo voglio in ogni modo sodisfare; e perché tu creda che io possa farlo, ti dirò chi io sono". E quivi gli narrò di suo essere e delle leggi avute allo uscire d'inferno e della moglie tolta; e di più gli disse il modo, con il quale lo voleva arichire: che insumma sarebbe questo, che, come ei sentiva che alcuna donna fussi spiritata, credessi lui essere quello che le fussi adosso; né mai se n'uscirebbe, s'egli non venissi a trarnelo; donde arebbe occasione di farsi a suo modo pagare da i parenti di quella. E, rimasi in questa conclusione, sparì via. Né passorno molti giorni, che si sparse per tutto Firenze, come una figliuola di messer Ambruogio Amidei, la quale aveva maritata a Bonaiuto Tebalducci, era indemoniata; né mancorno i parenti di farvi tutti quegli remedii, che in simili accidenti si fanno, ponendole in capo la testa di san Zanobi e il mantello di san Giovanni Gualberto. Le quali cose tutte da Roderigo erano uccellate. E, per chiarire ciascuno come il male della fanciulla era uno spirito e non altra fantastica imaginazione, parlava in latino e disputava delle cose di philosophia e scopriva i peccati di molti; intra i quali scoperse quelli d'uno frate che si aveva tenuta una femmina vestita ad uso di fraticino più di quattro anni nella sua cella: le quali cose facevano maravigliare ciascuno. Viveva pertanto messer Ambruogio mal contento; e avendo invano provati tutti i remedii, aveva perduta ogni speranza di guarirla, quando Gianmatteo venne a trovarlo e gli promisse la salute de la sua figliuola, quando gli voglia donare cinquecento fiorini per comperare uno podere a Peretola. Accettò messer Ambruogio il partito: donde Gianmatteo, fatte dire prima certe messe e fatte sua cerimonie per abbellire la cosa, si accostò a gli orechi della fanciulla e disse: "Roderigo, io sono venuto a trovarti perché tu mi osservi la promessa". Al quale Roderigo rispose: "Io sono contento. Ma questo non basta a farti ricco. E però, partito che io sarò di qui, enterrò nella figliuola di Carlo, re di Napoli, né mai n'uscirò sanza te. Fara'ti allora fare una mancia a tuo modo. Né poi mi darai più briga". E detto questo s'uscì da dosso a colei con piacere e ammirazione di tutta Firenze. Non passò dipoi molto tempo, che per tutta Italia si sparse l'accidente venuto a la figliuola del re Carlo. Né vi si trovando rimedio, avuta il re notizia di Gianmatteo, mandò a Firenze per lui. Il quale, arrivato a Napoli, dopo qualche finta cerimonia la guarì. Ma Roderigo, prima che partissi, disse: "Tu vedi, Gianmatteo, io ti ho osservato le promesse di averti arrichito. E però, sendo disobligo, io non ti sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai contento non mi capitare più innanzi, perché, dove io ti ho fatto bene, ti farei per lo avvenire male". Tornato adunque a Firenze Gianmatteo richissimo, perché aveva avuto da il re meglio che cinquantamila ducati, pensava di godersi quelle richeze pacificamente, non credendo però che Roderigo pensassi di offenderlo. Ma questo suo pensiero fu subito turbato da una nuova che venne, come una figliuola di Lodovico settimo, re di Francia, era spiritata. La quale nuova alterò tutta la mente di Gianmatteo, pensando a l'auttorità di quel re e a le parole che gli aveva Roderigo dette. Non trovando adunque quel re a la sua figliuola rimedio, e intendendo la virtù di Gianmatteo, mandò prima a richiederlo semplicemente per uno suo cursore. Ma, allegando quello certe indisposizioni, fu forzato quel re a richiederne la Signoria. La quale forzò Gianmatteo a ubbidire. Andato pertanto costui tutto sconsolato a Parigi, mostrò prima a il re come egli era certa cosa che per lo adrietro aveva guarita qualche indemoniata, ma che non era per questo ch'egli sapessi o potessi guarire tutti, perché se ne trovavano di sì perfida natura che non temevano né minacce né incanti né alcuna religione; ma con tutto questo era per fare suo debito e, non gli riuscendo, ne domandava scusa e perdono. Al quale il re turbato disse che se non la guariva, che lo appenderebbe. Sentì per questo Gianmatteo dolore grande; pure, fatto buono cuore, fece venire la indemoniata; e, acostatosi all'orechio di quella, umilmente si raccomandò a Roderigo, ricordandogli il benificio fattogli e di quanta ingratitudine sarebbe essemplo, se lo abbandonassi in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: "Do! villan traditore, sì che tu hai ardire di venirmi innanzi? Credi tu poterti vantare d'essere arichito per le mia mani? Io voglio mostrare a te e a ciascuno come io so dare e t"rre ogni cosa a mia posta; e innanzi che tu ti parta di qui, io ti farò impiccare in ogni modo". Donde che Gianmatteo, non veggiendo per allora rimedio, pensò di tentare la sua fortuna per un'altra via. E fatto andare via la spiritata, disse al re: "Sire, come io vi ho detto, e' sono di molti spiriti che sono sì maligni che con loro non si ha alcuno buono partito, e questo è uno di quegli. Pertanto io voglio fare una ultima sperienza; la quale se gioverà, la vostra Maestà e io areno la intenzione nostra; quando non giovi, io sarò nelle tua forze e arai di me quella compassione che merita la innocenzia mia. Farai pertanto fare in su la piaza di Nostra Dama un palco grande e capace di tutti i tuoi baroni e di tutto il crero di questa città; farai parare il palco di drappi di seta e d'oro; fabbricherai nel mezo di quello uno altare; e voglio che domenica mattina prossima tu con il clero, insieme con tutti i tuoi principi e baroni, con la reale pompa, con splendidi e richi abigliamenti, conveniate sopra quello, dove celebrata prima una solenne messa, farai venire la indemoniata. Voglio, oltr'a di questo, che da l'uno canto de la piaza sieno insieme venti persone almeno che abbino trombe, corni, tamburi, cornamuse, cembanelle, cemboli e d'ogn'altra qualità romori, i quali quando io alzerò uno cappello, dieno in quegli strumenti, e, sonando, ne venghino verso il palco: le quali cose, insieme con certi altri segreti rimedii, credo che faranno partire questo spirito". Fu sùbito da il re ordinato tutto; e, venuta la domenica mattina e ripieno il palco di personaggi e la piaza di populo, celebrata la messa, venne la spiritata condutta in sul palco per le mani di dua vescovi e molti signori. Quando Roderigo vide tanto popolo insieme e tanto apparato, rimase quasi che stupido, e fra sé disse: "Che cosa ha pensato di fare questo poltrone di questo villano? Crede egli sbigottirmi con questa pompa? non sa egli che io sono uso a vedere le pompe del cielo e le furie dello inferno? Io lo gastigherò in ogni modo". E, accostandosegli Gianmatteo e pregandolo che dovessi uscire, gli disse: "O, tu hai fatto il bel pensiero! Che credi tu fare con questi tuoi apparati? Credi tu fuggire per questo la potenza mia e l'ira del re? Villano ribaldo, io ti farò impiccare in ogni modo". E così ripregandolo quello, e quell'altro dicendogli villania, non parve a Gianmatteo di perdere più tempo. E fatto il cenno con il cappello, tutti quegli, che erano a romoreggiare diputati, dettono in quegli suoni, e con romori che andavono al cielo ne vennono verso il palco. Al quale romore alzò Roderigo gli orechi e, non sappiendo che cosa fussi e stando forte maravigliato, tutto stupido domandò Gianmatteo che cosa quella fussi. Al quale Gianmatteo tutto turbato disse: "Oimè, Roderigo mio! quella è mogliata che ti viene a ritrovare". Fu cosa maravigliosa a pensare quanta alterazione di mente recassi a Roderigo sentire ricordare il nome della moglie. La quale fu tanta che, non pensando s'egli era possibile o ragionevole se la fussi dessa, senza replicare altro, tutto spaventato, se ne fuggì lasciando la fanciulla libera, e volse più tosto tornarsene in inferno a rendere ragione delle sua azioni, che di nuovo con tanti fastidii, dispetti e periculi sottoporsi al giogo matrimoniale. E così Belfagor, tornato in inferno, fece fede de' mali che conduceva in una casa la moglie. E Gianmatteo, che ne seppe più che il diavolo, se ne ritornò tutto lieto a casa.

domenica 17 giugno 2012

Canto di Natale - Charles Dickens




(A Christmas Carol - 1843)

Lo spirito si insinuò tra le tombe e ne indicò una. Scrooge vi si avvicinò tremante. Il fantasma era esattamente quello di prima, ma ora temeva di scorgere un nuovo significato nel suo aspetto solenne. - Prima di avvicinarmi troppo alla pietra che mi indichi - disse Scrooge - rispondi a una domanda. Sono, queste, le ombre delle cose future, o sono le ombre delle cose che potrebbero essere?- Il fantasma continuò ad indicare la tomba presso la quale si trovava.
-Il cammino degli uomini prevede certe mete che, con la perseveranza, possono essere raggiunte - disse Scrooge. - Ma se questo cammino viene abbandonato, le mete saranno diverse. Può avvenire la stessa cosa con quanto mi hai mostrato? - Lo spirito stava immobile come sempre. Scrooge si avvicinò alla tomba e, seguendo la direzione indicata dal dito, lesse sulla pietra del sepolcro trasandato il suo nome: "Ebenezer Scrooge".



A CHRISTMAS CAROL by CHARLES DICKENS (illustrated by George Alfred Williams - New York, 1905)


Due mesi fa ho visitato la mostra Two Centuries After, a Palazzo Saraceni di Bologna, dedicata a Dickens nel bicentenario della nascita. Mi sono persa lungo la parete-libreria con le numerose edizioni delle sue opere, per finire poi letteralmente stregata dalle tavole con le illustrazioni di "A Christmas Carol", eseguite da un'infinità di artisti in quasi due secoli. Adesso, grazie a Paperone-Scrooge, Topolino-Cratchit e Paperino-Fred, tutti conoscono la storia dei tre spiriti del Natale passato, presente e futuro, e del miracolo ottenuto. Ma quanta denuncia sociale, dietro questa bella favola, quante accuse alle leggi inique dell'epoca, e quanta satira su nobiltà, chiesa e borghesia! Comunque, oggi 17 giugno con 33°, è stato bello tuffarsi in una  frenetica vigilia di Natale di 150 anni fa, e percorrere le strade ghiacciate di  Londra tra le carrozze e i passanti infreddoliti, tra le botteghe speziate e adornate di agrifoglio e le veloci servette  mandate a comprare le ultime mele o castagne....


Ringrazio Fausto Maraldi per quanto segue:


Tema Natale: da "UN CANTO DI NATALE" (Charles Dickens)

… Corse alla finestra, l'aprì e sporse fuori la testa; niente nebbia, niente bruma; una giornata chiara, luminosa, gioviale, stimolante, fredda; un freddo che frustava il sangue e metteva voglia di ballare; un sole d'oro, un cielo incantevole; aria fresca e dolce; campane gioiose. Oh, splendido, splendido! "Che giorno è oggi?", gridò Scrooge, verso la strada, a un ragazzo vestito a festa, che forse si era fermato proprio per guardare lui.

"Eh...?", rispose il ragazzo, con tutto lo stupore di cui era capace. "Che giorno è oggi, mio bel figliolo?", chiese Scrooge. "oggi...", replicò il ragazzo, "ma come? È Natale!" "È Natale", disse Scrooge a se stesso. "Non l'ho lasciato passare. Gli spiriti hanno fatto tutto in una notte sola. Possono fare qualunque cosa vogliono, naturalmente; naturalmente, possono fare qualunque cosa vogliono!" "Senti, ragazzino." "Sì", rispose il ragazzo. "Sei un ragazzino intelligente", disse Scrooge, "un ragazzino straordinario. Sai se hanno venduto quel tacchino che c'era appeso in mostra alla bottega? Non il tacchino piccolo, ma quello grosso." "Quale, quello grosso come me?", rispose il ragazzino. " - Che ragazzino delizioso! E un piacere parlare con lui. - Sì, figliolo mio." "C'è ancora appeso adesso", replicò il ragazzo. "C'è", disse Scrooge. "Va' a comperarlo." "È matto!", rispose il ragazzo. "No, no", disse Scrooge. "Va' a comperarlo, e di che lo portino qui, perché possa dare l'indirizzo dove deve essere mandato. Ritorna col commesso e ti darò uno scellino; ritorna con lui in meno di cinque minuti e ti darò mezza corona."

Il ragazzo partì come una palla di fucile; e chi avesse potuto far partire una palla con una velocità pari a metà della sua avrebbe dovuto avere la mano ben ferma sul grilletto. "Lo voglio mandare a Bob Cratchit", mormorò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando in una risata. "Non saprà chi è che glielo ha mandato. E grande il doppio di Tiny Tim. Nessuno ha mai fatto uno scherzo così ben riuscito come quello di mandare quel tacchino a Bob." La calligrafia con la quale scrisse l'indirizzo non era molto ferma; tuttavia, in un modo o nell'altro, lo scrisse, poi scese giù ad aprire la porta di strada per trovarsi pronto all'arrivo del commesso del pollaiolo. Mentre stava sulla porta, aspettandolo, gli cadde sott'occhio il batacchio. "A questo vorrò bene finché vivo", gridò Scrooge, accarezzandolo con le mani. "E dire che prima lo avevo appena guardato! Che espressione onesta c'è in quella faccia! E un batacchio magnifico. Ma ecco il tacchino. Hello, come state? Buon Natale!" Quello era un tacchino! E impossibile che quell'uccello fosse mai stato in piedi. Le zampe gli si sarebbero piegate sotto in un minuto, come bastoncini di ceralacca. "Ma è impossibile portarlo fino a Camden Town. Bisogna che prendiate una carrozza."

Il risolino col quale pronunciò queste parole, e quello col quale pagò il tacchino, e quello col quale pagò la carrozza, e quello col quale ricompensò il ragazzo, furono superati soltanto da quello col quale tornò a sedersi senza fiato sulla sua sedia, continuando a ridere finché non gli venne da piangere. Farsi la barba non fu cosa facile perché la mano continuava a tremargli molto; e farsi la barba è una cosa che richiede attenzione anche quando uno, facendosela, non si mette a ballare; pure, se si fosse tagliato la punta del naso, ci avrebbe messo sopra un pezzetto di cerotto e sarebbe stato perfettamente soddisfatto lo stesso.

Si vestì dei suoi abiti migliori, e finalmente uscì in strada. In questo momento la gente stava uscendo dalle case, così come egli l'aveva vista in compagnia dello Spettro del Natale Presente. E Scrooge, camminando con le mani dietro la schiena, guardava tutti quanti con un sorriso compiaciuto. Per dirla in breve, aveva l’aria così irresistibilmente piacevole che tre o quattro tipi di buon umore dissero "buon giorno, signore, buon Natale", e Scrooge disse spesso, più tardi, che di tutti i suoni gioiosi che egli aveva mai udito, quelli al suo orecchio erano stati i più gioiosi. Non aveva fatto molta strada, quando vide venirgli incontro quel signore imponente che il giorno prima era entrato nel suo ufficio dicendo: "La ditta Scrooge e Marley, credo". Sentì un colpo al cuore nel pensare all'occhiata che gli avrebbe dato il vecchio signore nel momento in cui si fossero incontrati; ma conosceva ormai quale strada gli si apriva diritta dinanzi e la prese. "Caro signore", disse Scrooge, affrettando il passo, e prendendo il vecchio per ambe le mani, "come state? Spero che abbiate avuto successo ieri. E stato molto gentile da parte vostra. Buon Natale, signore!" "Il signor Scrooge?" "Sì", disse Scrooge: "questo è il mio nome, e ho paura che non vi riesca molto gradito. Permettetemi di chiedervi scusa, e vogliate avere la bontà... " e qui Scrooge gli sussurrò qualcosa all'orecchio. "Signore Iddio!", gridò il signore, come se gli fosse stato mozzato il fiato. "Mio caro signor Scrooge, parlate sul serio?" "Per favore", disse Scrooge, "neanche un soldo di meno. In questa somma, vi assicuro, sono compresi molti arretrati. Volete farmi questo favore?" "Ma, caro signore", disse l'altro, stringendogli la mano, "non so che cosa dire di fronte a una simile munifi..." "Non dite niente, vi prego", replicò Scrooge. "Venite a trovarmi. Verrete a trovarmi?" "Ma certo", esclamò il vecchio signore, ed era chiaro che diceva sul serio. "Grazie", disse Scrooge, "vi sono molto obbligato. Vi ringrazio mille volte. Dio vi benedica."

Si recò in chiesa, passeggiò per le strade, guardò la gente che si affrettava in tutte le direzioni, accarezzò bambini sulla testa, rivolse la parola ai mendicanti, guardò dentro le cucine delle case e dentro le finestre, e trovò che tutto quanto gli procurava piacere. Non aveva mai sognato che una passeggiata, che una cosa qualunque potesse dargli tanta felicità. Nel pomeriggio si diresse verso la casa di suo nipote. Passò e ripassò davanti alla porta una dozzina di volte, prima di avere il coraggio di andar su e bussare. Finalmente si decise e lo fece. "E in casa il vostro padrone, mia cara?", disse Scrooge alla domestica. Ragazza graziosa, davvero! "Sì, signore." "Dov'è, amor mio?", disse Scrooge. "E in sala da pranzo, insieme con la signora. Vi accompagno di sopra, col vostro permesso." "Grazie, lui mi conosce", disse Scrooge, che aveva già la mano sulla maniglia della sala da pranzo. "Entrerò qui, mia cara." Fece girare la maniglia pian piano, e si affacciò alla porta semiaperta. Stavano guardando la tavola apparecchiata con un gran lusso, perché i padroni di casa, quando sono giovani, sono sempre nervosi su questo punto e vogliono esser sicuri che tutto sia in perfetto ordine. "Fred!", disse Scrooge. Signore! come trasalì la sua nipote acquisita! Per un attimo Scrooge si era scordato che c'era anche lei, seduta in un angolo, col panchettino sotto i piedi; altrimenti non lo avrebbe fatto di certo. "Ma come, benedetto Iddio", gridò Fred, "chi è mai?" "Sono io, tuo zio Scrooge. Son venuto a pranzo. Vuoi lasciarmi entrare, Fred?" Lasciarlo entrare! E un miracolo che, stringendogli la mano, non gli staccasse addirittura il braccio. Si sentì a casa propria in cinque minuti. Non c'era nulla che potesse essere più cordiale. Sua nipote aveva esattamente lo stesso aspetto, e così Topper quando arrivò, e così la sorellina paffutella quando arrivò e così tutti quanti quando arrivarono. Festa meravigliosa, giochi meravigliosi, armonia meravigliosa, felicità meravigliosa. Però la mattina seguente arrivò presto in ufficio. Oh, se ci arrivò presto! Solo poter arrivare per primo e sorprendere Bob Cratchit che arrivava in ritardo: era questa la cosa che più gli stava a cuore. E vi riuscì; sì, vi riuscì. L'orologio batté le nove - niente Bob; le nove e un quarto - niente Bob. Era ben diciotto minuti e mezzo in ritardo. Scrooge stava seduto con la porta spalancata, in modo da poterlo veder entrare nella cisterna. Si era levato il cappello e la sciarpa prima di aprire la porta, e si arrampicò in un baleno sul suo panchetto, correndo via con la penna come se tentasse di riacchiappare le nove. "Ehi là!", grugnì Scrooge, con la sua voce consueta, imitandola il più fedelmente possibile. "Che cosa significa arrivare a quest'ora?" "Vi chiedo mille scuse, signor Scrooge", disse Bob, "sono in ritardo." "Davvero?", ripeté Scrooge. "Sì, credo che siate in ritardo. Venite un momento qua, per favore!" "Una volta sola all'anno, signor Scrooge", supplicò Bob, venendo fuori dalla cisterna. "Non succederà più. Ieri siamo stati un po' allegri." "Ora vi dirò una cosa, amico mio", disse Scrooge. "Non intendo tollerare più a lungo questa razza di cose, e perciò", proseguì, balzando su dalla sedia e dando a Bob una tale spinta nel panciotto da farlo andare all'indietro barcollando dentro la cisterna, "e perciò mi propongo di aumentarvi lo stipendio." Bob tremò e si avvicinò un po' più al righello. Ebbe per un momento l'idea dì servirsene per stordire Scrooge, e poi tenerlo fermo e chiedere alla gente della corte aiuto e una camicia di forza. "Buon Natale, Bob!", disse Scrooge, con una serietà che non poteva essere fraintesa, battendogli sulle spalle. "Un Natale più buono, Bob, mio bravo figliolo, di quelli che vi ho dato per molti anni. Vi aumenterò lo stipendio e tenterò di assistere la vostra famiglia nelle sue difficoltà; e questo stesso pomeriggio discuteremo i vostri affari, seduti davanti a un bel punch natalizio fumante. Ravvivate il fuoco, Bob Cratchit, e comperatevi un'altra paletta per il carbone, prima di mettere il punto su un'altra i."

Scrooge fece più che mantenere la parola. Fece tutto quanto, e infinitamente di più: e per Tiny Tim, il quale non morì, fu un secondo padre. Divenne un amico, un padrone, un uomo così buono, come poteva mai averne conosciuto quella buona vecchia città, o qualunque altra buona vecchia città, borgata o villaggio di questo buon mondo. Alcuni ridevano, vedendo il suo cambiamento; ma egli era abbastanza saggio da sapere che su questo globo niente di buono è mai accaduto, di cui qualcuno non abbia riso al primo momento. E sapendo che in ogni modo la gente siffatta è cieca, pensò che non aveva nessuna importanza se strizzavano gli occhi in un sogghigno, come fanno gli ammalati di certe forme poco attraenti di malattie. Il suo cuore rideva e questo per lui era perfettamente sufficiente. Non ebbe più rapporti con gli spiriti; ma visse sempre, d'allora in poi, sulla base di una totale astinenza; e di lui si disse sempre che se c'era un uomo che sapeva osservare bene il Natale, quell'uomo era lui. Possa questo esser detto veramente di noi, di noi tutti! E cosi, come osservò Tiny Tim, che Dio ci benedica, tutti!

(Brano da Canto di Natale di Charles Dickens)





"I have endeavoured, in this Ghostly little book, to raise the Ghost of an Idea, which shall not put my readers  out of humour with themselves, with each other, with the season, or with me. May it haunt their houses pleasantly, and no one wish to lay it.
Their faithful Friend and Servant, C.D. December 1843."

In questo libriccino sullo spirito ho cercato di evocare lo spirito di un'idea che non metta i miei lettori di malumore con se stessi, tra di loro, con la stagione e con me. Possa esso aleggiare piacevolmente nelle loro case e che nessuno desideri scacciarlo.
Il loro fedele amico e servitore. Charles Dickens, dicembre 1843.



martedì 12 giugno 2012

Il Piccolo Principe - Antoine de Saint-Exupéry




(Le Petit Prince - 1943)


"Buon giorno", disse il piccolo principe. 
"Buon giorno", disse il controllore. 
"Che cosa fai qui?" domandò il piccolo principe. 
"Smisto i viaggiatori a mazzi di mille", disse il controllore. "Spedisco i treni che li trasportano, a volte a destra, a volte a sinistra". 
E un rapido, illuminato, rombando come il tuono, fece tremare la cabina del controllore. 
"Hanno tutti fretta", disse il piccolo principe. "Che cosa cercano?" 
"Lo stesso macchinista lo ignora", disse il controllore.
Un secondo rapido illuminato sfrecciò nel senso opposto. 
"Ritornano di già?" domandò il piccolo principe. 
"Non sono gli stessi", disse il controllore. "E' uno scambio". 
"Non erano contenti là dove stavano?" 
" Non si è mai contenti dove si sta", disse il controllore. 
E rombò il tuono di un terzo rapido illuminato. 
"Inseguono i primi viaggiatori?", domandò il piccolo principe. 
"Non inseguono nulla", disse il controllore. "Dormono là dentro, o sbadigliano tutt'al più. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri". 
"Solo i bambini sanno quello che cercano", disse il piccolo principe. " Perdono tempo per una bambola di pezza, e lei diventa così importante che, se gli viene tolta, piangono..."
"Beati loro", disse il controllore.

Dei tanti incontri che il piccolo principe fa, ho scelto questo, meno noto, meno commentato. La bellezza, la spontaneità diretta del bambino fa arrossire noi, controllori, viaggiatori, esseri inutili che vanno di fretta, esseri ciechi che hanno perso il vero senso della vita. Agli occhi del bambino siamo assurdi, incapaci di dare importanza alle cose che contano. Ed era stata la volpe, un animale, ad avergli detto poco prima:   "Non si vede bene che col cuore; l'essenziale è invisibile agli occhi".

lunedì 21 maggio 2012

Festa Mobile - Ernest Hemingway



(A Moveable Feast - 1964)

Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile. 



Come già avevano fatto generazioni di artisti di tutto il mondo, Hemingway arriva a Parigi nel 1921, con l'intenzione di berla fino all'ultima goccia. Affamato di esperienze, sensazioni, ispirazioni, vive "povero ma felice" artista fra gli artisti, e si innamora perdutamente dei bistrot, caffè e boulevards, delle mille luci, dei mille locali;  frequenta pittori, scrittori, toreri, poeti, farabutti, oppiomani, tutto quello che la  città ha da offrire generosamente. Quarant'anni dopo, ormai stanco e deluso, affida a questo suo ultimo, incompiuto romanzo, i ricordi nostalgici della sua entusiasmante giovinezza  a Parigi.


Ernest Miller Hemingway (USA 1899-1961)


martedì 1 maggio 2012

Frankenstein - Mary Shelley


(Frankenstein: or the modern Prometheus  - 1818)

A questo punto un leggero sonno mi sollevò dal dolore della riflessione,  ma fu disturbato dall'avvicinarsi di un bel bambino che,  con tutta la spensieratezza dell'infanzia,  si stava dirigendo di corsa verso il nascondiglio che mi ero scelto.  A un tratto, come lo guardai,  mi venne in mente che questa piccola creatura era priva di pregiudizi e aveva vissuto troppo poco per conoscere il terrore per la deformità.  Pertanto,  se avessi potuto prenderlo ed educarlo come mio compagno ed amico,  non sarei stato più tanto solo in questa terra così popolosa.  Spinto da questo impulso,  appena il ragazzo passò,  lo afferrai e lo trassi verso di me.  Non appena vide il mio aspetto,  si mise le mani davanti agli occhi ed emise uno strillo acuto;  gli allontanai le mani con la forza dalla faccia e dissi: "Fanciullo, che fai?  Io non voglio farti del male; ascoltami".  Lui si dibatteva con violenza. 


"In casa Shelley, i pantaloni li portava la moglie, e il marito portava la gonna". Questa perla lapidaria fu incisa anni e anni fa da un anziano professore di letteratura inglese,  sprezzante della bellezza romantica della poesia di Percy Bysshe Shelley, e altrettanto sprezzante della gotica e truculenta prosa di sua moglie Mary.  Come dire: inaudita inversione di ruoli.  A dispetto della conformazione virilmente retrograda di certi individui, Mary Shelley è sicuramente un personaggio di immenso rilievo,  non solo per questo fortunatissimo romanzo, ma anche per la sua personalità e  cultura.  E' lei,  prima donna nel mondo letterario,  a creare il primo mito fantascientifico, ispirando nei secoli a venire una moltitudine di altri scrittori, registi, sceneggiatori. Ma non si limita ad inventare il personaggio, ne analizza anche comportamenti e reazioni altrui. Incidendo così nella memoria collettiva la figura del "mostro" per eccellenza, e la rappresentazione della paura atavica del "diverso".




 Boris Karloff ( Il mostro) nel film di Whale del 1931


Mary Wollstonecraft Shelley (England 1797-1851)