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venerdì 17 marzo 2017

Parole - Antonia Pozzi



(Ed. Ancora, 2015)

Antonia  
è una agiata ragazza di città, che viaggia molto e può frequentare le migliori scuole. Inizia a comporre poesie a 15 anni, e ovviamente i primi scritti sono infervorati dalla smania di vivere, conoscere, imparare. Ha un luogo dove rifugiarsi: la grande tenuta di famiglia a Pasturo, ai piedi delle Grigne, luogo prediletto e spesso affiorante nelle sue poesie, come in questa, scritta a 17 anni: 

AMORE DI LONTANANZA - ANTONIA POZZI

 Ricordo che, quand’ero nella casa
della mia mamma, in mezzo alla pianura, 
avevo una finestra che guardava 
sui prati; in fondo, l’argine boscoso 
nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo, 
c’era una striscia scura di colline. 
Io allora non avevo visto il mare 
che una sol volta, ma ne conservavo 
un’aspra nostalgia da innamorata. 
Verso sera fissavo l’orizzonte; 
socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo 
i contorni e i colori tra le ciglia: 
e la striscia dei colli si spianava, 
tremula, azzurra: a me pareva il mare 
e mi piaceva più del mare vero. 

E poi, una vita tormentata dal bisogno di amore, tanto agognato e mai vissuto appieno.  Negli ultimi anni, come succederà anche per Sylvia Plath, i suoi versi lasciano ampiamente presagire il finale. Ne è un esempio questa poesia, del 1938, pochi mesi prima della morte:



LUCI LIBERE - ANTONIA POZZI
È un sole bianco che intenerisce
sui monumenti le donne di bronzo.

Vorresti sparire alle case, destarti
ove trascinano lenti carri
sbarre di ferro verso la campagna –

ché là pei fossi infuriano bambini
nell’acqua, all’aurora
e vi crollano immagini di pioppi.

Noi, per seguir la danza
di un vecchio organo
correremmo nel vento gli stradali…

A cuore scalzo
e con laceri pesi
di gioia.


A soli 26 anni, Antonia si suicida, come tutti i più grandi. Per l'unico vero, grande e reciproco amore della sua vita, la nonna Nena, lascia un tenerissimo messaggio:

"Direte alla Nena  che è stato un male improvviso, e che l'aspetto"

Antonia Pozzi (Milano 1912 - 1938)

mercoledì 21 settembre 2016

Evangelina - Henry Wadsworth Longfellow






EVANGELINE,  A TALE OF ACADIE - INTRO


This is the forest primeval. The murmuring pines and the hemlocks,
Bearded with moss, and in garments green, indistinct in the twilight,
Stand like Druids of eld, with voices sad and prophetic,
Stand like harpers hoar, with beards that rest on their bosoms.
Loud from its rocky caverns, the deep-voiced neighboring ocean        
Speaks, and in accents disconsolate answers the wail of the forest.
  This is the forest primeval; but where are the hearts that beneath it
Leaped like the roe, when he hears in the woodland the voice of the huntsman?
Where is the thatch-roofed village, the home of Acadian farmers,—
Men whose lives glided on like rivers that water the woodlands,   
Darkened by shadows of earth, but reflecting an image of heaven?
Waste are those pleasant farms, and the farmers forever departed!
Scattered like dust and leaves, when the mighty blasts of October
Seize them, and whirl them aloft, and sprinkle them far o’er the ocean.
Naught but tradition remains of the beautiful village of Grand-Pré.       
  Ye who believe in affection that hopes, and endures, and is patient,
Ye who believe in the beauty and strength of woman’s devotion,
List to the mournful tradition, still sung by the pines of the forest;
List to a Tale of Love in Acadie, home of the happy.

EVANGELINA - Introduzione

Oh la foresta secolare! I pini
Bisbiglianti e gli abeti, a cui s'appiglia
L'edera e il musco, appaion nel barlume
Del soave crepuscolo confusi:
Stan quai canuti menestrelli, il maschio
Petto listato di prolissa barba,
O quai Druïdi antichi, allor che accenti
Spargean mesti e profetici. Solleva
Il vicino oceàn selvaggiamente
La profonda sua voce, dai rocciosi
Specchi riverberata; e lo stormire
de la boscaglia gli risponde, a modo
Di lamentoso assenso.
Oh la foresta
Secolare! ma, dite, ove mai sono
I cor che a le conserte ombre sue cupe
Balzavan, come il biondo capriolo,
S'ode appressarsi de la caccia il grido?
Ricoverti di paglia? Ove l'asilo
Dei coloni d'Acadia, a cui la vita
Trascorrea placidissima com'onda
Di fiumicel, che la campagna innaffia,
Oscurata talor dall'imminente
Ripa, ma speglio a chiaro arco de' cieli?
Ahi quelle apriche fattorie dal foco
Fûro distrutte, e duramente espulsi
Gl'ingenui agricoltor! Così 'l perverso Soffio d'ottobre sibilando innalza La polvere e le foglie, e via per l'aria Le mulina, e le sperde in su le spume Di procelloso mar. Nulla rimane Or del villaggio di Granprato, tranne Il fuggevol ricordo. Oh tu che credi All'affetto che spera, e soffre, e tace Rassegnato; e t'esalti quando invitto Animo femminile a la sventura Miri sacrarsi: ascolta oggi la mesta tradizion che ne la selva i pini Van ripetendo; oggi la storia ascolta D'un fido Amor ne la beata Acadia.

Stile antiquato e conforme all'epoca dei miei libri:  Poems risale al 1899.  Il volume con la traduzione di Carlo Faccioli risale al 1878, e si vede! Ma per questo mi sono davvero preziosi.
Evangelina vive in Acadia (Nuova Scozia). Il giorno del suo matrimonio, improvvisamente, tutti gli abitanti del villaggio vengono fatti sgombrare per l'arrivo dei soldati inglesi, e nella confusione la ragazza rimane separata dal marito. Separazione che durer
à tutta la vita, meno un attimo, nel quale Evangelina, ormai anziana suora-infermiera in un lazzaretto, ritrova il suo perduto marito, ormai morente.


Henry Wadsworth Longfellow
Portland (Maine) 1807 - Cambridge (Massachusetts) 1882

sabato 4 luglio 2015

Poesie - Konstantinos Kavafis








                                              DAL CASSETTO - Konstantinos Kavafis


Volevo appenderla a un muro della stanza. Ma l’umidità del cassetto l’ha guastata. Non la metto in un quadro questa foto. Dovevo conservarla con più cura. Queste le labbra, questo il viso – ah, per un giorno solo, per un’ora solo tornasse quel passato. Non la metto in un quadro questa foto. Mi fa soffrire vederla così guasta. Del resto, se anche non fosse guasta, che fastidio badare a non tradirmi – una parola o il tono della voce – se mai qualcuno mi chiedesse chi era.
Απʹ το συρτάρι - Κωνσταντίνος Καβάφης
Εσκόπευα στης κάµαράς µου έναν τοίχο να την θέσω. Αλλά την έβλαψεν η υγρασία του συρταριού. Σε κάδρο δεν θα βάλω την φωτογραφία αυτή. Έπρεπε πιο προσεκτικά να την φυλάξω. Αυτά τα χείλη, αυτό το πρόσωπο – α για µια µέρα µόνο, για µιαν ώρα µόνο, να επέστρεφε το παρελθόν τους. Σε κάδρο δεν θα βάλω την φωτογραφία αυτή. Θα υποφέρω να την βλέπω έτσι βλαµµένη. Άλλωστε, και βλαµµένη αν δεν ήταν, θα µʹ ενοχλούσε να προσέχω µη τυχόν καµιά λέξις, κανένας τόνος της φωνής προδώσει – αν µε ρωτούσανε ποτέ γιʹ αυτήν.

Si parla molto di Grecia, in questi giorni. Mi pare il momento giusto per proporre questo poeta non troppo conosciuto, ma che da solo rappresenta la puntualizzazione moderna della cultura greca classica. Nell'affrontare le sue poesie, spesso solo bozze, non ci si deve mai dimenticare del contesto in cui visse (male): il suo essere antisociale e tetro fu giudicato anticonformista, in un'epoca in cui il conformismo consisteva essenzialmente nella triade patria-religione-eterosessualità.  

Comunque, mentre la vita greca si allontanava progressivamente dalle proprie origini, Kavafis ostinatamente combatteva per mantenerle vive.  Un grande poeta, per intenditori. 



Konstantinos Petrou Kavafis (Alessandria d'Egitto 1863-1933)

domenica 23 novembre 2014

Poesie e canzoni sul Natale - AA.VV.


NATALE



ADESTE FIDELES

Adeste fideles
Læti triumphantes
Venite, venite in Bethlehem
Natum videte Regem angelorum
Venite adoremus
Dominum

En grege relicto humiles ad cunas
Vocati pastores adproperant
Et nos ovanti gradu festinemus
Venite adoremus
Dominum

Æterni Parentis
Splendorem æternum
Velatum sub carne videbimus
Deum infantem pannis involutum
Venite adoremus
Dominum

Pro nobis egenum et fœno cubantem
Piis foveamus amplexibus
Sic nos amantem quis non redamaret
Venite adoremus
Dominum

Ergo qui natus die hodierna,
Jesu, tibi sit gloria,
Patris aeterni, Verbum caro factum est
Venite adoremus 
Dominum

Accorrete fedeli
Felici ed esultanti 
Venite, venite a Betlemme
Vedete, è nato il re degli angeli
Venite adoriamo
Il Signore
Lasciato il gregge all'umile culla
I pastori convocati si affrettano
E noi, esultanti al passo, festeggiamo
Venite adoriamo
Il Signore
Dell'eterno Padre
Lo splendore eterno
Velato nella carne potremo vedere
Dio fanciullo in fasce
Venite adoriamo
Il Signore
Nato per noi e tenuto nel tepore del fieno
Scaldiamolo con abbracci pii
Perché non ricambiare l'amore di chi ci ama tanto?
Venite adoriamo
Il Signore
Quindi tu che sei nato oggi,
Gesù, a te vada la Gloria
Del Pare Eterno, il Verbo si è fatto carne
Venite adoriamo
Il Signore




Dopo l'inatteso successo del post sugli alberi, desidero proporre un altro - e ultimo - tema che mi è carissimo. Perché io, come credo tutti voi, sono stata bambina, e non dimentico facilmente la magia del Natale di allora: le canzoncine per la novena, l'ideazione e costruzione del presepe, le decorazioni in vetro per l'albero, le calze appese al camino, il regalo (l'unico dell'anno) che sarebbe forse arrivato. E poi le cartoline che ci si inviava allora, il profumo magico dei mandarini, i boeri da appendere all'albero, la nevicate abbondanti e silenziose. Eppure, non riesco mai a ricreare la stessa atmosfera, ma me la sogno di notte, e di giorno. E quando arriva Natale, sogno ancora più forte. Ebbene, scavate nella memoria e scatenatevi!

sabato 15 novembre 2014

Poesie sugli alberi - AA.VV

GLI ALBERI



oltre il cancello
un albero senza foglie
parla
io rispondo.

(Giorgia Satta)


Per una volta, non propongo un libro in particolare, ma un argomento: gli alberi. L'idea mi è venuta quando ho letto queste splendide righe della mia amica Giorgia, e improvvisamente mi sono ritornate alla mente alcune poesie, spesso dell'infanzia, mai dimenticate.
Quindi, vi invito: postate le vostre!



venerdì 28 febbraio 2014

Poesie - Paul Verlaine


Poesie - ed. Garzanti 2005, pp 912


Soleils couchants - Paul Verlaine


Une aube affaiblie
Verse par les champs
La mélancolie
Des soleils couchants.
La mélancolie
Berce de doux chants
Mon coeur qui s'oublie
Aux soleils couchants.
Et d'étranges rêves
Comme des soleils
Couchants sur les grèves,
Fantômes vermeils,
Défilent sans trêves,
Défilent, pareils
À des grands soleils
Couchants sur les grèves.
(Poèmes saturniens)

Soli morenti 
Un'alba illanguidita
versa per i campi
la malinconia
dei soli morenti.
La malinconia
culla con dolci canti
il cuore che s'oblia
nei soli morenti.
E strane fantasie
come soli morenti
rossi ardenti sui greti
fantasmi incandescenti,
sfilano senza tregua,
sfilano come tanti
rossi ardenti sui greti
grandi soli morenti.



Non potevo lasciare orfano ancora a lungo Arthur Rimbaud, al quale si dice che Verlaine fosse molto più legato che alla propria moglie, tanto da trascurarla, e sacrificarla. Si dice anche che la poesia nasca dalla necessità di raccontare le proprie esperienze, e in quest'ottica è evidente che Verlaine non si sia fatto mancare nulla. Tutta la sua opera è una sottolineatura, sotto forma di emozioni, di quella fuga dal mondo intero - e verso l'ignoto - di cui è densa la sua vita, non perché sia un mero diario di avventure o disavventure, ma perché tutte le esaltazioni, gli sconforti, le passioni e soprattutto le malinconie finiscono nei suoi versi. Un altro poeta maledetto, ma quanta eleganza, quanta tenerezza!



Paul Verlaine (Metz 1844 - Parigi 1896)

martedì 3 settembre 2013

I Canti di Ossian - James Macpherson



(Poems of Ossian - Scotland 1760)
Fragments of Ancient Poetry collected in the Highlands of Scotland



Tra il 1760 e il 1765 Macpherson pubblicò questa raccolta di poemi, spacciandoli per  frammenti di antica poesia raccolti nelle montagne della Scozia e tradotti dal gaelico, e documentanti la sensibilità ingenua, ma calda e fondamentalmente fantasiosa delle popolazioni montane. Nonostante ne fosse per lo più lui stesso l'autore, il successo di pubblico fu assoluto, come pure assoluta fu l'influenza su tutta la letteratura romantica a venire. Tutta l'Europa si interessò all'Ossian: inutile elencare le correnti e i poeti che vi si ispirarono,  nomino solo Foscolo e Leopardi. 
Voce narrante è Ossian (Oisín in gaelico), leggendario poeta-guerriero figlio di Fingal (Fionn Mac Cumhaill), tra i protagonisti ricorrenti nelle leggende e ballate in lingua gaelica scozzese, irlandese e gallese. Questi sono i canti compresi nell'opera:

CATH-LODA
COMALA
CARRIC-THURA
CARTHO
OINA-MURUL
COLNA-DONA
OITHONA
CROMA
CALTHON AND COLMAL
THE WAR OF CAROS
CATHLIN OF CLUTHA
SUB-MALLA
THE WAR OF IRISH-THONA
THE SONGS OF SELMA
FINGAL
LATHMON
DAR-THULA
THE DEATH OF CUTHULLIN


Di questi poemi scelgo Darthùla. La traduzione è di Melchiorre Cesarotti, del 1763, cioè ieri. Il poema si apre con la splendida Invocazione alla luna che propongo più sotto. E' notte, e Darthula sta veleggiando verso la Scozia assieme al fidanzato Nathos e i fratelli di lui Athos e Ardan. Stanno scappando dall'Irlanda, per salvarsi da Cairbar, loro mortale nemico che ha messo gli occhi su Darthula. Ma una tempesta risospinge la nave sulle coste dell'Ulster, dove i tre fratelli vengono assaliti e uccisi da Cairbar. Quando costui fa per impossessarsi di Darthula, la ragazza si leva lo scudo svelando il petto trafitto da un dardo e cade sul suo bel Nathos, confondendo il suo sangue con quello dell'amato.

DART-THULA: A POEM (intro)
"Daughter of heaven, fair art thou! the silence of thy face is pleasant! Thou cames forth in loveliness. The stars attend thy blue course in the east. The clouds rejoice in thy presence, O moon! They brighten their dark-brown sides. Who is like thee in heaven, light of the silent night? The stars are ashamed in thy presence. They turn away their sparkling eyes. Whither dost thou retire from thy course, when the darkness of thy countenance grows? Hast thou thy hall, like Ossian? Dwellest thou in the shadow of grief? Have thy sisters fallen from heaven? Are they who rejoiced with thee, at night, no more? Yes! they have fallen, fair light! and thou dost often retire to mourn. But Thou thyself shalt fail, one night; and leave thy blue path in heaven. The stars will then lift their heads: they, who were ashamed in thy presence, will rejoice."

Figlia del ciel, sei bella; è di tua faccia
dolce il silenzio; amabile ti mostri,
e in oriente i tuoi cerulei passi
seguon le stelle; al tuo cospetto, o luna,
si rallegran le nubi, e 'l seno oscuro
riveston liete di leggiadra luce.
Chi ti pareggia, o della notte figlia,
lassù nel cielo? In faccia tua le stelle
hanno di sé vergogna, e ad altra parte 
volgono i glauchi scintillanti sguardi.
Ma dimmi, o bella luce, ove t'ascondi
lasciando il corso tuo, quando svanisce
la tua candida faccia? Hai tu, com'io
l'ampie tue sale? o ad abitar ten vai
nell'ombra del dolor? Cadder dal cielo
le tue sorelle? o più non son coloro
che nella notte s'allegravan teco?
Sì, sì, luce leggiadra, essi son spenti,
e tu spesso per piagnerli t'ascondi.
Ma verrà notte ancor, che tu, tu stessa
cadrai per sempre, e lascerai nel cielo
il tuo azzurro sentier; superbi allora
sorgeranno gli astri e in rimirarti avranno
gioja così, com'avean pria vergogna.



James Macpherson (Seumas macMhuirich or Seumas mac a' Phearsain - 
Scotland 1736-1796)


La grotta di Fingal, Isola di Staffa (Scozia) - visitata in agosto 2015


mercoledì 17 luglio 2013

Poesie - Marina I. Cvetaeva


(Feltrinelli 2011)


DAL CICLO "VERSI PER LA FIGLIA"

Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,

là, nella tua memoria occhi-turchina
sperduto - così lontano - lontano.

Tu dimenticherai il mio profilo col naso a gobba,
e la fronte nell'apoteosi della sigaretta,

e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio - sulla mano operaia -

di anelli d'argento - la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte...

E come, in un anno tremendo, innalzate dalla sventura,
tu piccola eri e io - giovane.

Novembre 1919

Una vita turbinosa, cessata bruscamente col suicidio nella Repubblica Tartara. Un particolare delle sue infinite vicissitudini mi ha spinto a proporla: a vent'anni aveva sposato Sergej Efron, editore e agente segreto, sempre in giro per il mondo e spesso in disgrazia. Erano assieme a Parigi, quando Efron fuggì dopo aver commesso un omicidio politico. La Cvetaeva fu interrogata in merito dai servizi di sicurezza francesi, ma non fu espulsa dalla Francia, benché straniera e senza status.... Scusate, ma l'associazione al caso Shalabayeva mi pungeva.
Anche la Cvetaeva era invisa all'establishment del suo paese a causa del suo essere avanguardista, rivoluzionaria e futurista; mentre era apprezzatissima negli ambienti letterari e artistici per quel suo modo nuovo di intendere la poesia, con impeto e tempestosa perfezione. Merito della madre: non le insegnò la musica o la poesia, ma a sentirne la necessità.
Costretta per tutta la vita a vagare per l'Europa, dopo la sua morte fu tenuta al bando per altri vent'anni. Oggi è universalmente considerata una delle voci più grandi della poesia russa.


Marina Ivanovna Cvetaeva (Mosca 1892 - Elabuga 1941)



venerdì 24 maggio 2013

La voce a te dovuta - Pedro Salinas



(La voz a ti debida - 1933)


Tú vives siempre en tus actos.
Con la punta de tus dedos
pulsas el mundo, le arrancas
auroras, triunfos, colores,
alegrías: es tu música.
La vida es lo que tú tocas.

De tus ojos, sólo de ellos,
sale la luz que te guía
los pasos. Andas
por lo que ves. Nada más.

Y si una duda te hace
señas a diez mil kilómetros,
lo dejas todo, te arrojas
sobre proas, sobre alas,
estás ya allí; con los besos,
con los dientes la desgarras:
ya no es duda.
Tú nunca puedes dudar.

Porque has vuelto los misterios
del revés. Y tus enigmas,
lo que nunca entenderás,
son esas cosas tan claras:
la arena donde te tiendes,
la marcha de tu reloj
y el tierno cuerpo rosado
que te encuentras en tu espejo
cada día al despertar,
y es el tuyo. Los prodigios
que están descifrados ya.

Y nunca te equivocaste,
más que una vez, una noche
que te encaprichó una sombra
-la única que te ha gustado-.
Una sombra parecía.
Y la quisiste abrazar.
Y era yo. 

Tu vivi sempre nei tuoi atti.
Con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che suoni.
Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto.
E se un dubbio ti fa cenno
a diecimila chilometri,
abbandoni tutto, ti lanci
su prore, su ali,
sei subito lì; con i baci,
coi denti lo laceri:
non è più dubbio.
Tu mai puoi dubitare.
Perché tu hai capovolto 
i misteri. E i tuoi enigmi,
ciò che mai potrai capire,
sono le cose più chiare:
la sabbia dove ti stendi,
il battito del tuo orologio
e il tenero corpo rosato
che nel tuo specchio ritrovi
ogni giorno al risveglio,
ed è il tuo. I prodigi
che sono già decifrati.
E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che ti invaghisti di un'ombra
-l'unica che ti è piaciuta-.
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.


Un poema d'amore unico, completo e capillare, di settanta poesie senza titolo, tra le quali ho scelto la prima, come se fosse la prima pagina di un diario ideale, da sfogliare e analizzare, se si è in vena. E come in un diario, le poesie si concatenano l'una all'altra, seguendo un richiamo, una parola, un inciso, un approfondimento, una parentesi. E' questa, secondo me, la chiave di lettura: un'introspezione iconografica dell'amore. Salinas era un professore di lettere molto tranquillo, privo di demoni ed ossessioni, volendo, alla lunga, anche un po' noioso. Leggerlo a tratti, invece, è piuttosto piacevole. 
Il titolo proviene dalla terza Egloga di Garcilaso, poeta-soldato spagnolo del XVI secolo: "ma con la lingua morta e fredda nella bocca intendo muovere la voce a te dovuta".   


"Quando una poesia è scritta, è terminata: ma non finisce; comincia, cerca un'altra poesia in se stessa, nell'autore, nel lettore, nel silenzio."
Pedro Salinas y Serrano (Esp 1891-1951)

lunedì 13 maggio 2013

Poesie - Jorge Luis Borges


(Poesie 1923-1976 - BUR 2004)


"Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all'eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri."

Ho comprato questo libro con le lacrime agli occhi dopo aver letto in copertina la parte centrale di Elogio all'ombra, in cui cecità e vecchiaia sono indistinguibili.
Poi, l'ho letto con calma, notando per prima cosa l'immensa cultura di Borges, che trasuda da ogni suo componimento. Ma davvero sorprendenti sono stati i mille simboli, le allusioni e le metafore di cui questo grandissimo poeta si circonda, disorientando il lettore. Ogni sua poesia sembra una scatola magica, o una matrioska; alla prima lettura si ha un'impressione, a leggerla meglio si scopre qualcosa in più, a rileggerla infine ci si chiede: ma ci sarà altro ancora? e finirà mai questa spirale di sensazioni? Come in certi album musicali: quei capolavori che sono tali perché ad ogni ascolto ci sorprendono con qualcosa che non avevamo mai notato.
Ecco, comunque, l'intera poesia:

ELOGIO DE LA SOMBRA

La vejez (tal es el nombre que los otros le dan) 

puede ser el tiempo de nuestra dicha. 
El animal ha muerto o casi ha muerto. 
Quedan el hombre y su alma. 
Vivo entre formas luminosas y vagas 
que no son aún la tiniebla. 
Buenos Aires, 
que antes se desgarraba en arrabales 
hacia la llanura incesante, 
ha vuelto a ser la Recoleta, el Retiro, 
las borrosas calles del Once 
y las precarias casas viejas 
que aún llamamos el Sur. 
Siempre en mi vida fueron demasiadas las cosas; 
Demócrito de Abdera se arrancó los ojos para pensar; 
el tiempo ha sido mi Demócrito. 
Esta penumbra es lenta y no duele; 
fluye por un manso declive 
y se parece a la eternidad. 
Mis amigos no tienen cara, 
las mujeres son lo que fueron hace ya tantos años, 
las esquinas pueden ser otras, 
no hay letras en las páginas de los libros. 
Todo esto debería atemorizarme, 
pero es una dulzura, un regreso. 
De las generaciones de los textos que hay en la tierra 
sólo habré leído unos pocos, 
los que sigo leyendo en la memoria, 
leyendo y transformando. 
Del Sur, del Este, del Oeste, del Norte, 
convergen los caminos que me han traído 
a mi secreto centro. 
Esos caminos fueron ecos y pasos, 
mujeres, hombres, agonías, resurrecciones, 
días y noches, 
entresueños y sueños, 
cada ínfimo instante del ayer 
y de los ayeres del mundo, 
la firme espada del danés y la luna del persa, 
los actos de los muertos, 
el compartido amor, las palabras, 
Emerson y la nieve y tantas cosas. 
Ahora puedo olvidarlas. Llego a mi centro, 
a mi álgebra y mi clave, 
a mi espejo. 
Pronto sabré quién soy.

ELOGIO DELL'OMBRA
La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L'animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l'uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell'Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;

il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all'eternità.
I miei amici non hanno volto,

le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritorno.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall'Est, dall'Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.






Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges 
Buenos Aires 1899 - Ginevra 1986