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martedì 12 febbraio 2013

Anna Karenina - Lev Tolstoj



(Анна Каренина - 1877)


"Questo deve essere Vrònskij", pensò Lévin e, per convincersene, diede un'occhiata a Kitty. Ella aveva fatto in tempo a guardar Vrònskij e s'era voltata a guardare Lévin. E da questo solo sguardo dei suoi occhi involontariamente illuminatisi Lévin capì che ella amava quell'uomo, lo capì con altrettanta sicurezza che se ella gliel'avesse detto a parole. Ma che uomo era mai?


Romanzone epocale e comunque straordinario. E' stato giudicato capolavoro del realismo, ma anche emblema frivolo dell'alta società. Su tutte le vicende narrate (in mille pagine) prevalgono due coppie: Anna e Vronskij, Kitty e Levin, le cui sorti dipendono dall'aperto contrasto tra due morali opposte. Anna e Vronskij non possono raggiungere la piena felicità, che si meriterebbero, a causa della colpa connessa alla loro passione. Kitty e Levin, invece, nelle loro rassegnate rinunce, se non proprio la felicità, troveranno invece un amore semplice e sereno, privo di passione ma rassicurante.
A voi la scelta, che divide generazioni di lettori, e anche molte filosofie di vita.


Lev Nikolàevič Tolstòj ( Russia 1828-1910)


venerdì 1 febbraio 2013

Mistero in Blu - Carlo Lucarelli


(1999)

"Sono storie di donne e uomini, di persone e non di personaggi. Sono storie che bisogna raccontare e continuare a raccontare, finché non si risolvono. E se gli espedienti della narrativa servono a rendere più vive le emozioni e il carattere di queste persone, tanto meglio"
Carlo Lucarelli 

Questo libro raccoglie sette casi di cronaca nera, crimini rimasti senza colpevole, o, forse, con un incolpevole. Inutile dire che il caso più coinvolgente, ora ed allora, rimane "Il caso Alinovi", ultimo di quattro delitti commessi nell'ambito del DAMS, la facoltà Discipline Arte Musica e Spettacolo dell'Università di Bologna. Ogni universitario ne rimase sconvolto, ogni bolognese se ne ricorderà per sempre. E' appunto dal "Caso Alinovi", trattato dall'autore con  la consueta maestria, che copio questo straordinario e inquietante ritratto della mia città.

Se fosse un romanzo giallo, il "caso Alinovi" non potrebbe che essere ambientato in una città così: ambigua e misteriosa. Bologna.
Se si pensa a quello che sta dentro le mura, Bologna è poco più di una cittadina di provincia, ma se la si guarda bene, Bologna è una cosa grande che va da Parma fino a Cattolica, un pezzo di regione spiaccicato lungo la via Emilia, dove la gente vive a Modena, lavora a San Lazzaro e la sera va a ballare a Rimini. Questa è una strana metropoli di duemila chilometri quadrati e due milioni di abitanti, che si allarga a macchia d'olio tra il mare e gli Appennini e non ha un vero centro ma una periferia diffusa che si chiama Ferrara, Imola, Ravenna o la riviera romagnola.
Questa città non è quello che sembra.
Questa è una città di terra, fissa al centro dell'Italia eppure, a volte, giri l'angolo di certe strade e ti trovi di fronte ad acqua e canali, all'improvviso, dove non ti aspetti di vederne, perché questa è Bologna e non è Venezia e vista così sembra un'altra cosa. Un'altra cosa, come ti sorprende fuori dai viali che la circondano, quando ti aspetti ancora di trovare altri portici e altre piazze e altri palazzi dai merli medioevali, e appare invece una piccola Tokyo di torri di vetro, di luci e di cemento.
Questa città, questa città bellissima, rossa come i tetti delle case quando ci batte sopra il sole, non è come le altre. Perché non è soltanto grande, è anche complicata. E contraddittoria.
Se la si guarda così, camminandoci dentro, Bologna sembra tutta pietra e asfalto ma se ci si va sopra con un elicottero è verde come una foresta per i cortili delle case, che da fuori non si vedono. E se ci si va sotto, sottoterra, sotto le strade, la si può attraversare tutta scivolando in barca lungo i canali coperti, o a piedi, chinandosi sotto le volte umide di antichi acquedotti sepolti. E ci sono i portici, che costeggiano quasi tutte le sue strade e sono il salotto buono della città e riparano dal sole e dalla pioggia ma non solo, perché là sotto, sotto gli archi e dietro le colonne, anche di giorno e anche di notte, quando si accendono i lampioni, le ombre sembrano più ombre, e i volti, col buio, sono neri.
Questa città non è quello che sembra. Questa città ha sempre una metà nascosta e puoi scoprirla soltanto se qualcuno te la fa vedere. Perché ci sono strade, a Bologna, che imboccate da una parte finiscono nel corso principale, tra i motorini degli studenti delle medie fermi davanti ai McDonald's, tra le biciclette della gente che attraversa per vedere le vetrine delle boutique e delle gastronomie e gli autobus che suonano per passarci in mezzo. Imboccate dall'altra, invece, non portano da nessuna parte, ma ad altre vie, sempre più piccole, sempre più strette, che piegano ad angolo e poi si perdono. E spariscono nel nulla, in questo centro antico, in questo cuore magico in cui gli opposti si incontrano e si uniscono. Freddo polare d'inverno e caldo tropicale d'estate. Comune rosso, per tanti anni, e cooperative miliardarie. Efficienza e gioia di vivere. Musei e supermercati. Sovversivi e cardinali. Tortellini e Bambini di Satana. Bologna.
C'è poi la città universitaria. Che a Bologna, come a Roma, a Napoli o a Milano, è una città nella città, una città parallela, di cui si sa poco o niente. Studenti che vanno e che vengono da tutta l'Italia, che lasciano i corsi poi li riprendono, che dormono da amici e parenti, che subaffittano, a volte in nero e senza ricevute e documenti. E' la città giusta per vivere da clandestini. In qualunque altro posto un ragazzo strano, con un accento strano, che entra ed esce di casa a tutte le ore del giorno e della notte e non si sa chi è, che cosa fa e di che vive e a volte sparisce poi torna, sarebbe stato notato da qualcuno, ma all'università no. All'università di Bologna, ma anche di Roma, di Napoli o di Milano, questo è l'identikit dello studente medio.
Questa città non è quello che sembra.
Sembra una cittadina di provincia addormentata in un sonno medioevale e invece è una piccola Los Angeles illuminata e grande come tutta una regione.


Carlo Lucarelli (1960)

domenica 27 gennaio 2013

Il Giardino dei Finzi-Contini - Giorgio Bassani

(1962)

"Ehi, ma sei proprio anche cieco!", fece una voce allegra di ragazza.
Per via dei capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che non apparteneva che a lei, riconobbi subito Micol Finzi-Contini. Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte le spalle e appoggiandovisi a braccia conserte. Sarà stata a non più di venticinque metri di distanza (sufficientemente vicina, dunque, perché riuscissi a vederle gli occhi, che erano chiari, grandi, forse troppo grandi, allora, nel piccolo viso magro di bimba), e mi osservava di sotto in su.

Inizia così  l'amicizia-amore tra Giorgio, quindicenne ebreo piccolo-borghese, e la tredicenne Micol, (la ragazzina dai capelli di lino di una famosa sonata di Debussy), appartenente ad una ricca e nobile famiglia israelita. Siamo nel 1929, in una Ferrara non ancora raggiunta dalle leggi razziali. 
In quinta ginnasio cominciammo a fare le recensioni di film tratti da romanzi, e a me toccò, per primo,  Il Giardino dei Finzi-Contini. Quando stilai la mia relazione, ero ancora frastornata dalle scene di tennis-amore-deportazione del film, e dal contrasto,  nel libro,  tra la condiscendenza della famiglia signorile e la semplicità della famiglia di Giorgio: entrambe livellate alla fine da qualcosa di terrificante.
Oggi, Giornata della Memoria, ero indecisa se proporre Il diario di Anna Frank, o questo bel romanzo di Bassani. In ogni caso, io mi metto dalla parte delle vittime: quelle di allora e quelle di oggi, e non giustifico i carnefici: quelli di allora, e quelli di oggi.


Lino Capolicchio e Dominique Sanda nel film di De Sica del 1970.


martedì 22 gennaio 2013

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - Cesare Pavese


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - 
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto, 
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti. 

22 marzo 1950

La vita di ogni poeta è di per sé un romanzo. Infelicità, drammi, avventure, amori tormentati, sofferenze; e non ultimo: suicidi. Ogni poeta, musicista, artista ha sperimentato sulla propria pelle il malessere di vivere, traducendolo poi in opere sublimi. Ogni opera d'arte è nata da una sofferenza, e Pavese ne è un esempio assoluto. Questo libricino di appena 37 pagine, pubblicato postumo nel 1951, raccoglie le nove poesie di "La terra e la morte", e le dieci poesie (otto in italiano e due in inglese) di "Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi"; queste ultime scritte nel 1950 e dedicate a Constance Dowling, ultimo e mai posseduto amore.



Cesare Pavese (1908-1950)



martedì 8 gennaio 2013

A ciascuno il suo - Leonardo Sciascia




La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. 
Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi, con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
- Questa lettera non mi piace - disse il postino.

Ne ho scelto uno, tra i tanti.  Potevo proporre Il giorno della civetta, o Todo modo, o Una storia semplice,  non cambiava nulla.  Il mio amore per Sciascia è finito bruscamente nel 1989, quando è morto, lasciandomi un tesoro su carta.  Non importa se dopo sono passata a Camilleri, che ha un'altra visione della Sicilia, più scafata e attuale.  Di Sciascia conservo gelosamente tutti i suoi libri, testimonianze acute di un'epoca in cui mi leggevo storie siciliane senza farmi troppe domande, e ricevendo in cambio risposte adeguate. Confesso:  il siculo di Camilleri mi piace, e lo straleggo, lo fagocito, lo ingoio con furore.  Ma Sciascia! Sciascia è prezioso, Sciascia è un'altra cosa, Sciascia è cultura, è storia, è bellezza. E' convivenza, è assuefazione, è tolleranza, è rassegnazione.  E' la Sicilia nelle sue contraddizioni, nella sua  preziosità amara e decadente,   ammaliatrice, gentile, colta, signora.


Leonardo Sciascia 1921-1989

giovedì 3 gennaio 2013

La morte cammina per Eastrepps - Francis Beeding


(Death Walks in Eastrepps - UK 1931)

Di solito la signorina Hewitt affrettava il passo quando attraversava il bosco, perché dopo il tramonto gli alberi avevano un aspetto sinistro. Ma quella sera non vi fece caso. Stava pensando alle rose. Non vide l'ombra che scivolava tra gli alberi, né udì i passi lievi alle proprie spalle. Sostò un momento in mezzo al bosco, guardando la luna che occhieggiava tra i rami. Il chiaro di luna sui petali delle rose.... la visione colmò di pace la sua mente. Il colpo fu sferrato in quel momento. La signorina Hewitt non sentì nulla. Ma la visione svanì all'istante e la donna cadde al suolo, dove rimase immobile.

Questo delizioso romanzo fa parte di un notevole progetto editoriale: una piccola biblioteca del giallo da salvare. Alcuni titoli sono dei veri gioielli: questo ad esempio, come pure "Il segreto delle campane" di Dorothy L. Sayers; entrambi universalmente considerati tra i dieci migliori gialli di tutti i tempi.
Ambientata nella campagna di Norfolk, la storia è insolita e accattivante, truce e garbata allo stesso tempo. Un vero romanzo british, che conquista anche quei lettori che non amano il genere. 

domenica 23 dicembre 2012

Gotico Rurale 2000-2012 - Eraldo Baldini




- Guardi qua, don Guido.
Lui si chinò sulla foto e la sua bocca si aprì in un'espressione di stupore.
- Che scherzo è questo? - chiese dopo qualche secondo, guardando i due.
- Non è uno scherzo. pensavamo che potesse darci qualche risposta lei, che è nel ramo "cose dell'altro mondo".
Il parroco prese in mano, una per una, quelle immagini. Alcune ritraevano il signor Martini, altre Martini e lui insieme, vicini e sorridenti davanti ai tigli che bordavano il vialetto della chiesa. In tutte, a fianco del giovane direttore della pro-loco, appariva una signora anziana e minuta; aveva un vestito scuro col colletto candido di pizzo, i capelli bianchi  e gli occhi chiari e luminosi da bambina. Sorrideva.
- Non c'era, quando le abbiamo scattate, - disse il fotografo.

Potrei parlare per ore di questo libro. Già era uscito 12 anni fa, comprendendo il terrificante racconto da cui ho tratto questo brano, Foto Ricordo, impossibile da dimenticare, anzi. Ora Baldini ne ha pubblicato una versione ampliata con nuovi racconti, nuove storie, e la medesima tensione, alleggerita spesso da umorismo puro. Perché la bellezza di Baldini autore è questa: racconta le storie che nascono dalla nostra terra di Romagna, esattamente come avrebbero fatto le nostre nonne davanti al fuoco, o al trebbo nella stalla: terrorizzandoci e facendoci ridere, appassionandoci tanto da non averne mai abbastanza: dai raccontacene un'altra....